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IL ROMANZO

Cosimo Giordano brigante gentiluomo: la D’Amico ripubblica Mastriani

Libri | 5 Gennaio 2020

Si intitola Cosimo Giordano e la sua banda. Episodi del brigantaggio del 1861 il volume pubblicato di recente da D’Amico Editore. Si tratta della prima edizione di un romanzo di Francesco Mastriani, scrittore, giornalista e drammaturgo napoletano, vissuto nella seconda metà dell’Ottocento.

Cosimo Giordano, un “brigante gentiluomo”

Il romanzo è incentrato sulla figura di Cosimo Giordano (1839-1888), celebre brigante, nato a Cerreto Sannita da un povero campagnolo e da una giovane messinese. Da giovanissimo fece prima il porcaio, poi il pecoraio. Fu arruolato a 19 anni dall’esercito delle Due Sicilie. Tentò di prendere servizio nell’esercito italiano, ma non fu mai arruolato, per via del suo passato da valoroso combattente borbonico.

Così è descritto Giordano nelle parole dell’autore, un uomo dall’innata grazia, malgrado le sue umili origini, dal carattere austero: così profondamente diverso dalla figura stereotipa del brigante, un uomo dall’eleganza di un hidalgo:

Avea modi bruschi e di primo impeto; era per altro laborioso, benché la sua debole salute quasi sempre cagionevole, il costringesse ben sovente a ristare dal lavoro. E questo stato di malsania lo rendea di triste umore  e taciturno.
Pur nondimeno, fin dagli anni della sua prima giovinezza avea nella sua persona e nel suo aspetto qualche cosa di signorile.
(…)
Chi dunque potea credere che fosse il terribile capo d’una banda brigantesca quell’elegante figura di Cosimo Giordano, alta e aitante e di delicata complessione?
(…)
Sul suo labbro sottile siede un maestoso paio di baffi, tutto arricciato e appuntato come quello di un hidalgo o di un caballero di Spagna.
(…)
Ha gli occhi lucidi, profondi, nerissimi. Ed il suo sguardo si volge con indifferenza, ma senza cinismo, ora su i giurati, ora sulle tribune, ora sul pubblico.

Nonostante sia il personaggio centrale del romanzo, l’entrata in scena di Giordano si fa attendere fino al settimo capitolo, nel quale si presenta il personaggio attraverso una biografia ricca di particolari.

I primi capitoli, invece, sono incentrati sulla storia d’amore travagliata tra due giovani. Questo è tipico dei romanzi d’appendice, rivolti ad un pubblico che si vuole il più vasto possibile.

Un’immagine del brigantaggio contemporanea ai fatti

Nel romanzo, spiega l’editore Vincenzo D’Amico, «l’autore mischia fantasia e fatti storici avvenuti, dando un’immagine del brigantaggio quasi coeva ai fatti.

Il romanzo fu infatti pubblicato sul Roma nel 1886, quando Cosimo Giordano era ancora in vita, pochi anni dopo il processo che si tenne ai suoi danni. Si può perciò considerare più un dossier che un romanzo storico.”

La prefazione è di Chiara Coppin, docente di letteratura italiana all’Università di Napoli L’Orientale. Il libro è inoltre corredato dal resoconto della ricerca d’archivio, curata da Salvatore D’Onofrio. In appendice al romanzo, infatti, vengono pubblicati per la prima volta documenti dell’Archivio di Stato di Benevento, riguardanti il processo a Cosimo Giordano.

Un libro incentrato su una controversa figura del brigantaggio. Perché pubblicarlo oggi?

Il libro è pensato innanzitutto come un omaggio a Mastriani in occasione dei 200 anni dalla sua nascita.

In questo periodo, in cui si parla molto degli eventi di Pontelandolfo e Casalduni, un romanzo come questo, che offre un punto di vista quasi coevo ai fatti, può aiutare a comporre meglio il mosaico di un fenomeno complesso.

Qual era la visione di Mastriani sul brigantaggio?

Bisogna ricordare che Mastriani era un liberale filounitario. Perciò per lui il brigantaggio non aveva una valenza politica, ma era per lo più un fenomeno sociale dovuto al modo brutale in cui erano trattate le plebi contadine del Meridione sotto il Regno d’Italia, il prodotto di una sete di giustizia da parte del popolo, che rispondeva alla brutalità con la brutalità. Riteneva perciò che, se fosse stata garantita giustizia sociale, l’entità del fenomeno sarebbe diminuita drasticamente.

Si tratta di un punto di vista molto attuale, se si pensa che l’opinione di Mastriani, che vede il brigantaggio come fenomeno dalla valenza sociale più che politica, è condivisa oggi da molti storici.

Nonostante le sue idee politiche, infatti, Mastriani riconosce al brigante un tratto di nobiltà: lo considera un uomo che in un contesto più favorevole non sarebbe mai ricorso alla violenza, e sarebbe stato un buon padre di famiglia.

Come vanno interpretati a suo parere gli eventi di Pontelandolfo e Casalduni?

Lasciando perdere la contabilità macabra dei morti, bisogna ricordare che siamo nel luglio del ’61: Gaeta è crollata da poco; l’Italia meridionale non è ancora pacificata: una parte significativa della popolazione meridionale considera il nuovo Stato un usurpatore; gran parte della popolazione è favorevole alla vecchia monarchia borbonica. Pertanto, in questo clima, la strage dei soldati e il relativo incendio di Pontelandolfo va considerato nell’ambito di una guerra civile, che alcuni considerano parte di un lungo percorso di rivolta che ha inizio nel 1799.

Particolarmente interessante è la parte degli atti del processo, riportati nel volume, in cui Giordano parla riguardo all’eccidio di Pontelandolfo, dicendo di non aver mai detto ai suoi uomini di uccidere persone a sangue freddo, e che in sua presenza essi non l’avrebbero mai fatto. Per l’uccisione dei soldati, infatti, Giordano non sarà condannato.

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 5 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2020

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