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IMPRENDITORI MODELLO

Addio a Mastroberardino, il padre del vino made in Campania: esempio di come si valorizza l'identità territoriale

Cultura, Economia, Identità, NapoliCapitale | 29 Gennaio 2014

antonio mastroberardino

 

Antonio Mastroberardino, il papà del vino campano, non c’è più. E’ scomparso ieri sera a 86 anni. Una vita spesa per il lavoro e la ricerca, nel segno dell’identità del territorio:  anche la giornata di ieri l’aveva trascorsa dedicandosi ai suoi vini e alle sue aziende.

Perché Mastroberardino era il classico imprenditore made in Sud, un uomo laborioso, dalla vista lunga, una vita dedicata all’azienda fondata dai suoi avi e recuperata e rilanciata con lungimiranza. Aveva studiato la viticoltura e l’enologia della Campania, entrando a far parte, alla morte del padre, dell’azienda di famiglia all’età di diciasette anni.

Laureatosi in chimica a Napoli nel 1954, aveva dedicato la vita al recupero e alla rivalutazione dei vitigni autoctoni d’origine greco-romana, contribuendo in modo determinante alla riscoperta e al rilancio di vini dal passato prestigioso, come il Greco di Tufo docg, il Fiano di Avellino docg, il Taurasi docg e il Lacryma Christi del Vesuvio doc, curandone la delimitazione dei relativi disciplinari di produzione e delle aree vocate possibili.

Un impegno premiato dal rinascimento dei vini campani e dell’economia vitivinicola della regione, nonché dai numerosi riconoscimenti e premi, anche “ad personam”, sia in Italia che all’estero.

Una storia complicata e entuasismante quella di Antonio Mastroberardino: entra subito in azienda e si trova ad affrontare uno dei momenti più terribili, la crisi della fillossera, giunta in Irpinia negli anni ’30 e poi la guerra. Si combatté aspramente in quell’epoca tant’è che nella cantina di Atripalda ci sono ancora i segni delle pallottole sparate dai tedeschi in fuga.

Nel 1945 praticamente non esisteva più nulla del grande distretto vitivnicolo irpino che aveva dissetato l’Italia negli anni ’20. Ma Antonio non si perse d’animo e insieme ai fratelli Angelo e Walter ripartì. Fu lui a decidere, dunque, che bisognava ricominciare dal fiano, dal greco e  dall’aglianico.

Sono stati questi tre grandi vitigni irpini, come dicevamo, l’ossessione di Antonio, Cavaliere del Lavoro nominato da Ciampi nel 1994.

La scelta testarda e irpina di restare fedeli alle uve dei propri avi negli anni ’60, sembrava un vero azzardo, anche perché gli ispettorati agrari all’epoca spingevano per lanciare i vitigni nazionali più prolifici: trebbiano, montepulciano, sangiovese, persino barbera. E lo sembrò ancora di più dopo la crisi del metanolo, quando spuntarono i vitigni internazionali, che sbaragliavano via via la concorrenza.

Ma Antonio è andato avanti oltre le mode e nel segno dell’identità del suo territorio e i fatti gli hanno dato ragione: la Campania proprio grazie a questi vitigni ha riassunto il suo ruolo nel settore vinicolo.

Mastroberardino ha scritto personalmente i disciplinari del Taurasi, del Greco, del Fiano e del Lacryma Christi: grazie a lui la viticoltura del Vesuvio ha resistito nel momento più buio, quello dell’assalto ai suoli agricoli del cemento e della perdita di coscienza della ricchezza ampelografica del vulcano, per fortuna oggi recuperata. Un esempio di imprenditoria meridionale nel segno dell’identità, da non dimenticare e le cui redini saranno portate avanti dal figlio Piero.

I funerali si svolgono domani, giovedì 30 gennaio.Il feretro parte da casa alle 10, l’ultimo saluto nella Chiesa Madre di Atripalda.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 29 Gennaio 2014 e modificato l'ultima volta il 29 Gennaio 2014

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