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IN ABRUZZO

L’Aquila, dieci anni dopo il terremoto

Abruzzo | 5 Aprile 2019

L’Aquila, ore 3,32 del 6 aprile 2009. Una scossa di terremoto causa 309 morti e 1600 feriti. Un’intera città devastata. Vite strappate, tra queste gli otto ragazzi vittime del crollo della casa dello studente che oggi sono ricordati da uno striscione a perenne memoria e, di quel luogo, è rimasto solo un arco in cemento: monumento ad imperitura memoria di quella tragedia. Enormi i danni al patrimonio artistico della città: la chiesa delle Anime Sante è stata riaperta solo poche settimane fa, restaurata la basilica di Collemaggio dove riposa papa Celestino e quella di San Bernardino da Siena con la sola facciata e le mura laterali rimaste in piedi, ripristinata anche la sede del consiglio regionale, l’Emiciclo.

Il business della ricostruzione

Nel centro fervono i lavori, “I soldi non mancano” dice l’ex sindaco Cialente, il business è immenso: in dieci anni quasi 18 miliardi di euro, mancano le persone. Chi è stato all’Aquila si è reso conto che la città è un’enorme periferia che si articola su via XX Settembre e viale della Croce Rosse, che ruota attorno ai centri commerciali, con intere zone del centro ancora transennate come dieci anni fa, con palazzi ancora da abbattere prima che crollino. Guardare il centro e vedere gli operai al lavoro è una speranza, passarci di sera e trovarlo deserto è un colpo al cuore. “Con centomila euro si può acquistare un appartamento” dice un responsabile delle tante agenzie immobiliari, prezzo buono, certo, bisogna chiedersi, però, se ci sono persone disposte a comperare. Nelle strade dove i lavori sono terminati è tutto un susseguirsi di cartelli vendesi e affittasi ma manca la richiesta. Molti si sono trasferiti, altri hanno preferito vendere al comune, insomma far tornare alla vita il centro è questione complicata nonostante i soldi, gli impegni e le parole. E come dimenticare frazioni e paesi come o Onna, Paganica, Tempera, San Gregorio, Villa Sant’Angelo, Roio e Fossa. Quel terremoto rimarrà una ferita indelebile.

La comunità frantumata

Il terremoto non ha spezzato solo vite: anche le comunità sono state travolte. Il Progetto Case e il Progetto Map hanno dato un tetto in tempi rapidi ma a costi esorbitanti e non senza polemiche, famoso il crollo di un balcone di queste abitazioni. Le cosiddette new town sono state ricostruite lontane l’una dall’altra frazionando ulteriormente una comunità già duramente colpita. Il G8 con i potenti del mondo in visita tra le rovine è servito a catturare attenzione mediatica, senza dubbio, e qualche contributo per il resto, solo pubblicità. E non bisogna dimenticare le inchieste sulle infiltrazioni malavitose, le battute di chi “rideva” pensando agli appalti, il tessuto sociale disgregato e l’enorme, immenso lavoro ancora da fare a dieci anni da quella tragedia.

Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 5 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Aprile 2019

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