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Maurizio Ponticello, ‘Napoli velata e sconosciuta’, la Città-cosmo come corpo vivo della Sirena

Cultura, NapoliCapitale | 22 ottobre 2018

I molti anni di cultura materialista, per cui i luoghi non sono che ammassi di oggetti, non hanno eliminato la sensazione, quando si è a Napoli, di camminare su di un corpo vivo, un corpo di donna. È la sirena Parthenope, poco nominata, dimenticata quasi, eppure sempre presente. Una presenza persistente, che si spiega solo con l’incredibile radicamento e la salda sopravvivenza nel tempo di un culto ancestrale.

Sulla figura sacra di Parthenope è imperniato il nuovo libro, Napoli velata e sconosciuta, pubblicato con Newton Compton, da Maurizio Ponticello, autore sia di studi che di opere divulgative, tra i quali Forse non tutti sanno che a NapoliUn giorno a Napoli con San Gennaro; I pilastri dell’anno – Il significato occulto del calendario. Napoli velata e sconosciuta è uno studio multidisciplinare sui miti e riti della Napoli antica, molti dei quali sopravvivono ancora oggi nel folklore, nonché nell’architettura, nell’arte e nella geografia della città. Per condurre questo studio, l’autore si avvale delle più svariate discipline, tra cui l’antropologia, la storia delle religioni comparate, la storia dei costumi, la letteratura, la storia, la filologia e la glottologia; l’interpretazione dei simboli. È quindi uno studio interdisciplinare e interculturale, che mira a riportare nel loro contesto sacro e rituale le pratiche oggi ridotte a folklore, erroneamente liquidate come ‘superstiziose’ da una cultura illuminista, che ne ha smarrito il significato profondo. Si tratta di una versione aggiornata e per certi versi resa più accessibile di un libro pubblicato dall’autore 12 anni fa, dal titolo Napoli – La città velata.

“I napoletani vivono ogni giorno la sensazione di camminare sopra un organismo mitico.” ci spiega l’autore, “Lo si nota ad esempio dal fatto che, per indicare gli spostamenti nella città, si usano espressioni quali ‘giù alla Sanità’, ‘sopra il Vomero’, ‘fuori alla Caracciolo’, come se ci si muovesse su di un corpo. Secondo la geografia sacra della città, infatti, la sirena Parthenope è distesa sul Golfo, con il capo a Est, a Caponapoli appunto; le membra nel centro antico, in largo Corpo di Napoli, adiacente a Via Nilo; i piedi ad Occidente, a Piedigrotta (originariamente pede rotta, o il piede della grotta), dove si trova la Crypta Neapolitana, il luogo sacro a Virgilio. Il centro di tutto, l’ombelico, l’omphalos è a Castel dell’Ovo, dove è sepolto l’uovo di Virgilio.”

È chiaro, perciò, che la Sirena non è affatto lo strano animale mitologico, che molti immaginano, secondo una concezione superficiale, filtrata da secoli di cattolicesimo.

Parthenope è il primo insediamento, nella zona di Megaride. Con Neapolis, la città ‘nuova’, l’insediamento non si separa dal nucleo originario, ma si sposta. Non è assolutamente un ‘animale mitologico’, ma una divinità, ancella di Persefone, regina degli inferi.
Persefone e Kore sono due aspetti della stessa divinità, figlia di Demetra, uno notturno, l’altro diurno. Sono anche fasi dell’anno, rappresentano il ciclo delle stagioni: Kore, la vergine che viene rapita da Ade per divenire Persefone, regina degli inferi, rappresenta la stagione invernale; Persefone che torna poi come Kore alla madre, Demetra, rappresenta il risvegliarsi della natura nella primavera.

Il suo è un lavoro di ricerca comparativa, poiché pone Napoli in un più ampio contesto mondiale, comparando i suoi riti e miti con tradizioni mitologiche lontanissime. 

La comparazione serve a spiegare le cose in un contesto più ampio, allontanandosi da ogni localismo. Io faccio di Napoli un modello esemplare, perché è una città che consente ancora oggi di ripercorrere una continuità storica e culturale, che affonda le radici nell’antichità. Mentre le tradizioni di alcune città sono state rase al suolo dalla cultura moderna, Napoli sopravvive a se stessa e alla modernità. Solo guardando all’antico e comparando con altre culture del mondo, possiamo comprendere degli aspetti di cultura oggi ridotti a folklore, che ora vengono guardati dai turisti con superficiale curiosità. Un esempio è il rapporto del popolo napoletano con il mondo dei morti. Questo va collegato alla pratica dei culti di Demetra e di Persefone, regina degli inferi, del regno dei morti. Si può dire che Napoli vive con la morte, è forse un ossimoro?

Non lo è, perché i culti dei morti sono collegati a culti della rinascita, per cui la vita e la morte sono solo momenti di un ciclo. 

Certo, non esiste un inizio e una fine. Siamo lontani dalla visione del mondo trasmessa dal cristianesimo, che concepisce il tempo come lineare, in un percorso unidirezionale verso l’infinito oppure verso l’apocalisse. Parliamo invece di una concezione del tempo e della storia come percorso ciclico di morte e rinascita, per infinite volte.

È questo che si nasconde nella simbologia dell’uovo, rappresentata per esempio dall’uovo di Virgilio?

Sì, dall’uovo e dal serpente uroboro, il serpente che si morde la coda, che rappresenta l’infinità. L’uovo è archetipo che caratterizza Napoli, ed è onnipresente nella città: il decumano mediano, ad esempio, è dedicato ai Dioscuri, nati, appunto, da un uovo.

Virgilio, Parthenope, l’uovo. Quale rapporto c’è tra la Sirena e il poeta vate, che da lei prende il nome?

Virgilio, detto Parthenias, il verginello, come ci viene testimoniato da Elio Donato e da Svetonio. È un nome che lo raffigura come vergine, ma non in quanto ‘maschio che non ha avuto rapporti sessuali’, ma vergine come condizione dell’anima. In questo si palesa il legame con Parthenope, prima santa protettrice (santa, nel senso di sanctus, non in senso cattolico) della città di Napoli. Virgilio ne prende il testimone e gli attributi. Soltanto molti secoli più tardi arriverà San Gennaro, quando nel 1389 si scioglie per la prima volta il sangue, fino a quando il culto si fonda e diviene quello che conosciamo oggi. Virgilio esce dalla storia, completando la propria funzione con Dante Alighieri. L’opera di Dante lo conferma come Vate, che lo conduce fino alle soglie del Paradiso, ma non può calcarle, in quanto non battezzato. In quell’epoca la Chiesa decide che il culto di Virgilio è finito, si è ‘rotto’, per usare un’espressione del tempo.

San Gennaro, insomma, è un Virgilio sotto mentite spoglie!

Sì, si può dire così. San Gennaro rappresenta in una chiave diversa sia Parthenope che Virgilio, di cui riceve il testimone. Il suo significato misterico va rintracciato nel grandissimo enigma di un maschio che perde sangue.

È come se Parthenope avesse trasferito su San Gennaro addirittura i propri attributi femminili? Il sangue di San Gennaro, infatti, è sottoposto ad un evento ciclico, l’evento ‘miracoloso’ dello scioglimento, appunto.

Un evento ciclico che è il passaggio tra la vita e la morte. Quando le parenti di San Gennaro invocano il santo e lo prendono a male parole, non fanno altro che rievocare il patto del santo con loro e con la città: è l’opposto complementare di ciò che fanno le prefiche dell’antica Grecia: non accompagnano alla morte, ma alla vita.

Questo patto si può intendere anche come un ‘passaggio di testimone’, poiché in quella zona esisteva un culto di Demetra, a cui, come abbiamo detto è collegato il culto di Parthenope?

Esatto, nella zona del centro di Napoli esisteva un culto, che in forme diverse è vivo tuttora.

Si può dire che le donne, le parenti di San Gennaro, incarnino e rappresentino quel patto, per il quale San Gennaro ha assunto gli attributi di Parthenope?

Certamente c’è una forte componente femminile dietro il culto di san Gennaro. Napoli stessa è senza dubbio femmina; si manifesta come una donna. La componente maschile a Napoli è invece rappresentata da Apollo, il principio maschile. Parliamo di un mondo in cui tutto è complementare, dove non esiste alcuna opposizione tra buono e cattivo, bene e male. Il giorno non esiste senza la notte, la luna non esiste senza il sole. Così come non si può dire se l’acqua è superiore al fuoco, non si può dire se il maschio è superiore alla femmina. Nell’I Ching, ad esempio, gli ideogrammi del fuoco e dell’acqua vengono rappresentati in maniera opposta.

C’è stato però nel corso dei secoli un potente occultamento del principio femminile che animava e anima Napoli, incarnato dalla figura di Parthenope. 

Parthenope è una divinità che il cattolicesimo confina nel mare, cambiandole completamente i connotati: da regina dei cieli, a regina degli abissi. Le sirene sono nell’antichità essenzialmente divinità dei cieli, rappresentate come metà donne e metà uccelli. Prima dell’VIII secolo, infatti, la raffigurazione delle sirene con la coda di pesce è assai rara: essa appare in Occidente per la prima volta in un bestiario anglosassone dell’VIII / IX secolo.

Questo perché per una religione come quella cattolica, una divinità femminile non è per niente accettabile?

Una divinità femminile non è accettabile per il cattolicesimo, per cui da donna con le ali diventa donna con la coda di pesce, ammaliatrice di naviganti disperati. Il canto delle sirene diventa un canto di ‘puttane’.

Anche con i greci però la sirena aveva un ruolo ambivalente.

La sirena ha sempre avuto un ruolo di incantatrice, però, attenzione, sappiamo che chi riusciva ad ascoltare il canto delle sirene senza cedere alla lusinga, giungeva alla conoscenza. Poiché, come ci viene riferito dalla tradizione, le sirene sono esseri onniscienti.

È nell’ambiguità e misteriosità della Sirena che si spiega l’immagine di Napoli come città ‘velata’? 

Contrariamente alla concezione a cui ci ha abituato l’Illuminismo, non esiste il bene separato dal male, la luce separata dall’oscurità, così il canto delle sirene è ammaliatore e allo stesso tempo fonte di conoscenza, per chi vi si approccia attraverso il percorso iniziatico.
Napoli è una città a strati, per capirla bisogna sollevare molti veli. I primi veli sono quelli dei luoghi comuni, che assediano la città e la sua natura, l’olografia napoletana della città Pulcinella-pizza-mandolino-camorra. Sollevati i primi veli, tuttavia, Napoli rimane sempre misteriosa; più a fondo vai, più si cela in se stessa. Questo percorso di svelamento è un viaggio iniziatico, di conoscenza, della città, del cosmo e di se stessi. È un viaggio che ci porta a comprendere le nostre origini, e soprattutto le consegne che ci sono state tramandate dal passato, a cui dovremmo adempiere, e di cui dovremmo fare tesoro. Io dico: San Gennaro sì, ma ricordandosi che è un culto figlio di quello di Parthenope prima e di Virgilio poi.

Il canto ha un’importanza iniziatica fondamentale. In molte culture l’universo nasce con una nota. Così come per molte culture la vita finisce con una donna che guida con la musica verso il mondo dei morti. 

Il canto come la danza è una rappresentazione del mondo celeste. Il canto, ne parlano Pitagora e Platone, trasmette l’armonia delle sfere celesti, che tiene insieme le divinità e il destino. Così come la danza, che non è altro che una rappresentazione in terra del movimento degli astri e del cosmo, modello che unisce terra e cielo.

Tuttavia, oltre che su Virgilio e San Gennaro, alcuni attributi di Parthenope sono stati trasferiti anche su un’altra figura femminile, Santa Patrizia.

Il culto di Santa Patrizia è quasi una compensazione alla natura maschile di San Gennaro, incapace di prendere completamente su di sé il ruolo della Sirena Parthenope, nonostante il culto del sangue lo renda un maschio-femmina. L’agiografia di Santa Patrizia racconta una storia che non ha alcun appiglio nella realtà, una santa che in realtà non è esistita. Si racconta che era nipote di Costantino, che scappò dalle violenze di Costante, arrivò a Megaride, via mare, proprio come la Sirena, qui rimase e morì nel Castel dell’Ovo. Non c’è nessun miracolo testimoniato, però c’è una storia raccontata ancora nel ‘600, che riguarda i suoi funerali, il cui percorso ripercorreva tutti i luoghi della Sirena.

Fondare una città come fondare un cosmo. Il libro contiene una descrizione di Napoli come rappresentazione del Cosmogramma. 

Tre plateiai (o decumani) maggiori, incrociati da stenopoi (cardini) ad angolo retto, secondo uno schema quadrangolare, intersecati da infinite vie minori: Napoli è il caso unico di una struttura antica rimasta intatta e incorporata nella città moderna. I tre decumani sono rivolti sulla linea del sorgere del sole. Il decumano maggiore, a Nord era dedicato al dio sole, Apollo; quello mediano era consacrato ai Dioscuri; quello inferiore, a Sud, significativamente, a Demetra, alle divinità, cioè, della terra e degli inferi, in quanto Demetra è madre di Persefone/Kore.
Vista dall’alto Napoli appare come la realizzazione in pianta della proporzione pitagorica, del cosmo cifrato, rappresentata dalla tetraktys, la forma geometrica sacra del triangolo equilatero costituito da 10 punti. La tetraktys è l’armonia, il principio di tutte le cose, e qui ritroviamo la Sirena: il movimento circolare degli astri è, secondo la scuola pitagorica, fonte di suono; sono le Muse a presiedere l’armonia delle sfere celesti, e le Muse sono spesso scambievoli con le Sirene.

Se i luoghi sono corpi vivi, e frattali del cosmo, vuol dire che non sono, come lei scrive nel libro delle ‘macchine per abitare’. 

La città è cosmogramma, specchio del tutto: come diceva Ermete Trismegisto, tutto è uno, cielo e terra sono una cosa sola; la città, la casa, il corpo umano stesso è un cosmo. A Napoli questo è rintracciabile, perché la città conserva tuttora intatto l’assetto originario, che era una rappresentazione cosmica. È chiaro che, se noi abbiamo il cosmo sulla testa e il cosmo sotto i piedi, la concezione della casa, della domus, non può essere, come è invece oggi, meramente di un posto in cui domiciliarsi. Nell’antichità, costruire un villaggio, una casa, o qualsiasi altra costruzione, era un fatto da non prendere a cuor leggero, poiché nel costruire si imita la Creazione divina, la Cosmogonia. Perciò, non si cambiava casa così facilmente, perché nella propria casa c’era il Genius loci che aveva accolto la famiglia, i Lari con i loro culti specifici. Il culto del Genius loci e dei Lari è sopravvissuto nel folklore, con la Bella ‘Mbriana e il Munaciello, due spiriti tutelari della casa, non a caso maschio e femmina. Oggi, invece, che abbiamo abbandonato questa concezione, viviamo uno sradicamento continuo: la società liquida non ha interesse che ci sia la pietra, che ci sia la permanenza.

Teresa Apicella

 

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