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IN UN LIBRO DEL ’58

Urlavano “Faccia d’oro” e baciavano la teca per prime: le parenti di San Gennaro raccontate da Roberto Minervini 60 anni fa

Identità, Libri | 11 Set 2018

Si chiama Napoletani di Napoli. E’ un libro, edito nel 1958 da Morano , casa editrice che meriterebbe un articolo a parte per la sua storia tutta meridionale e identitaria, firmato Roberto Minervini, giornalista di teatro e costume (e molto altro: fu anche sceneggiatore e autore) che ha raccontato moltissimi dettagli preziosi dei personaggi della Napoli dei primi decenni del novecento. Su questo libro uno dei capitoli è dedicato alle parenti di San Gennaro che, racconta Minervini, quando finalmente il sangue “squagliava” (parliamo di almeno 60 anni fa: il libro è del ’58 e Minervini morì nel 1962) baciavano la teca del sangue per prime, per consuetudine. E ne parla in un periodo in cui le parenti non godevano di ottima fama a Napoli (per un periodo furono allontanate dalla cappella). Oggi, spiega Francesco Andoli, esperto sangennariano, “più che una regola è una “galante consuetudine”. Il cappellano, in particolare, ha questa forma di attenzione poiché consapevole della loro devozione a Faccia Gialla. Pertanto, quando il sangue si scioglie, si dirige subito verso di loro che tanto hanno invocato e pregato il martire affinché facesse il miracolo e appoggia la teca sulla loro fronte e su quella dei componenti della Eccellentissima Deputazione”. Al di là di questo è un documento interessante, raro, che rivela ad esempio che nelle giaculatorie dì’epoca si invocava “faccia d’oro” a testimonianza anche del ruolo atavico di queste figure storiche discusse, ma in parte immutate nel tempo – anche se sono sempre meno – a pochi giorni dalle celebrazioni del 19 settembre dove sono indiscusse co-protagoniste: portatrici di un culto che ha attraversato epoche.

LE PARENTI DI SAN GENNARO 

 Converrebbe, per dovere di carità e di giustizia, difendere alla buona, con quattro parole, quelle pie donnette che nei giorni di maggio, di settembre e di dicembre, vengono ironicamente risalutate come le “parenti di San Gennaro”? Converrebbe. La loro notorietà, effimera, come il loro intervento, propiziatore, esse presumono, del prodigio che in quei fausti giorni ricorre, torna tre volte, con facili arguzie, agli onori del cronaca. Descrivendo il liturgico rito che si svolge tra le generali preghiere, la cronaca non tralascia mai di registrare, infatti, anche l’implacabile intervento corale del femminile gruppetto, dignitosamente vestito di nero, vibrante, troppo vibrante, magari, di impaziente fervore, nella teatrale espressione delle voci e dei gesti imploranti.

Teatralità o coincidenza di incontro che così si manifesta? Insieme, e quindi in senso più evidente, clamoroso e riscontrabile, le quindici o venti partecipanti riaffermano la principale dote o il principale difetto (giudichi chi vuole) del napoletano singolo: esuberanza, cioé, poco controllata quando lo è, di umana partecipazione a un qualsiasi avvenimento che ne stimoli il cuore come i nervi, la gioia come il dolore, il divertimento come il cordoglio. In prima fila a destra dell’altare maggiore, nel recinto a esse riservato per l’antico privilegio, le “parenti” intonano in dialetto le preci, gli inni e i versetti di loro geloso monopolio: quei cadenzati versetti che da secoli e secoli vengono ripetuti ogni volta, per diritto di successione ereditaria, dalle madri e poi dalle figlie e poi dalle nipoti. E’ questa la testuale invocazione ricorrente: “Faccia d’oro, santone nuosto! Accrisce la nostra fede e dà lume a chi non crede!“. Parole tenere, fors’anche dolenti (cito Matilde Serao), ma non certo irriverenti e nemmeno confidenziali: faccia d’oro, si badi, nè verde nè ‘ngialluta (ingiallita) come a torto si sostiene verrebbe indicata, senza riverenza, a “tu per tu”, per affrettare il miracolo, quella che spicca sul busto d’argento sfavillante di gemme e rivestito di preziosi paramenti nella Cappella del tesoro.

Sotto l’azzurra cupola affrescata dal Lanfranco, in una irreale luce d’acquario, tra fiori, ceri e incensi, sotto gli occhi delle quarantadue statue e degli altri santi napulitane, il coro esprime invece diversamente, con familiare devozione, la propria fede: fede spontanea, semplice, illimitata, senza riserve e timidezze.

Difendiamole. Perché andrebbero incriminate quelle pie donnette? Forse perché nella disperata invocazione o nella trepidante attesa, rosse in viso, gli occhi lucidi, il pianto nella voce arrochita, chiamano il Taumaturgo Santo guappone o Spione d”o Paradiso? Nessun equivoco: guappo al superlativo significa, per loro, insuperabile nelle grazie; Spione, accrescitivo sebezio di spia, significa ancor di più (me lo ha spiegato un monsignore): significa che, attraverso le fasi del miracolo, è possibile conoscere la disposizione di Dio verso la cittadinanza, per il grado delle sue buone azioni compiute. E se codesta è una felice sintesi dialettale, aderisce perfettamente, altresì allo spirito della celebrazione e del celebrato: leggenda o no, San Gennaro è considerato con il più napoletano della schiera effigiata nella Cappella del Duomo, protettore di nome e di fatto di una Partenope che in lui si identifica e che si serve, per venerarlo, anche di quelle umili e frenetiche messaggere che conoscono così bene gli antichi versetti, che sanno come recitare il Credo e sanno così bene ripeterlo senza mai stancarsi, gemendo e piangendo, per l’ansia e la commozione, alternando le Litanie.

Un devoto fuoco, questo, acceso da quando, nel 1389, il sangue del martire di disciolse per la prima volta tra le mani del Vescovo di Sansevero all’atto della traslazione del suo corpo da Pozzuoli a Napoli, per essere sepolto nelle Catacombe, o forse di epoca anteriore? Non si conosce la genesi delle “parenti”: la fantasia del popolo le fa discendere dalla prima congiunta del Santo, quella sua nutrice Eusebia nativa del nostro quartiere villereccio di Antignano, che la notte successiva alla decapitazione di San Gennaro ne raccolse in due ampolline, con un fuscello, il sangue; ma pare che si tratti, in effetti, di una parentela soltanto spirituale (me lo ha spiegato lo stesso monsignore).

Comunque nella impossibilità di precisare quel distante particolare della storia (non è un male) indugiamo volentieri (non si vive di sola storia) alla credenza della gente: di quella, in maggioranza, che, a differenza dei cronisti, non ironizza sulle pie donnette e si intenerisce alle loro cantilene, primitive e fresche di religiosa grazia, alle quali Carmela Cerreati, meritevole di menzione, per essere la decana delle oranti, imprime ritmo e vigore, con il segno delle riprese, dei “crescendo” e mai delle soste, benedetta ella sia.

Ed è giusto, giustissimo, in coerenza di rito, che per tradizionale “rispetto”, come esse affermano e non presumono, ora, il primo bacio della teca con le ampolline, verificatosi il prodigio, venga concesso alle parenti: le uniche a lacrimare di allegrezza, nella folla, esultando con gli ultimi versetti di ringraziamento: – San Gennaro è gluriuso, San Gennaro è miraculuso! E popolo mio fà festa pe’ tutta la città.

Roberto Minervini

“Napoletani di Napoli” – Minerva – 1958

Si ringrazia Mariolina Cozzi per il prezioso contributo. 

 

 

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