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Intervista a Massimiliano Ferragina, autore dell’opera “Totò a Colori”

Arte | 9 Maggio 2017

Massimiliano Ferragina è un artista contemporaneo e docente di religione cattolica, autore dell’opera “Totò a colori”, esposta al Castel dell’Ovo, in occasione della mostra d’arte contemporanea “Che dici Totò?”, di cui avevamo già parlato in un precedente articolo, allestita dal 26 aprile fino al 16 maggio 2017.

La curiosità di capire, fino in fondo, cosa il De Curtis abbia detto agli artisti, ci ha portati non solo a visitare la mostra, ma anche ad intervistare uno degli autori in esposizione.

Massimiliano, quale aspetto, in particolare, della vita privata e artistica del grande Totò, genio ed illustre figlio della città di Napoli, ha ispirato la tua opera?

Premetto la mia gratitudine per questa intervista, e mi complimento con il vostro giornale per i contenuti e la passione che trasmette. Totò ha sempre rappresentato nella mia infanzia un elemento di dialogo con mio padre. Era un grande estimatore del principe della risata.

Ricordo che mi rendeva partecipe delle sue riflessioni che nascevano dai dialoghi, dalle battute del maestro. Io bambino assorbivo questi insegnamenti, posso affermare che quello che mi ha ispirato nelle realizzazione della mia opera in occasione della mostra a Castel dell’Ovo è proprio questo legame che Totò creava con le persone che avevano vissuto il dopoguerra e cercavano di dare ai propri figli un futuro migliore. Come mio padre Salvatore Ferragina.

Cosa desideri raccontare con la tua opera “Totò a colori”?

L’opera si chiama “Toto’ a colori” come il film omonimo, un monumento filmico direi, e riprende lo stile dell’arte pop (un’immagine ripetuta più volte con differenziazione cromatica, quasi a creare una serialità…) e cerca di interpretare la figura del “principe della risata”.

La domanda che mi sono posto è: c’è personaggio più pop di Totò? Forse si! Ma Totò, a parer mio, lo è stato in tempi non sospetti. Può piacere o non piacere ma è oggettività il contributo di Totò all’orizzonte culturale italiano del suo tempo, del nostro e di quello che verrà! Si tratta effettivamente di un collage di un fotogramma del film con strisce di acrilico su base quadrata e lavorata con un fondo nero a stucco.

A parte i tecnicismi, quando sono stato invitato a partecipare alla mostra collettiva “Che dici Totò? Il De Curtis dialoga con gli artisti” e di questo devo ringraziare il maestro Enzo Angiuoni e l’associazione Arteuropa, subito ho accettato con gioia e gratitudine.

La mia memoria mi ha portato a ricordi radicati nell’infanzia e fanciullezza, come dicevo prima, quando mio papà mi educava a comprendere Totò! A comprenderne l’ironia travolgente ma anche e soprattutto la “drammaticità della verità” della sua comicità. Ho ricordato con affetto e malinconia le risate insieme alla mia famiglia intorno a Totò. Ho subito preso la mia collezione privata di dvd su Totò e ho guardato più volte “Totò a colori”…per ispirarmi!

Primo film a colori del cinema italiano, chi non conosce la scena del vagone letto nel treno!? Mario Castellani nei panni dell’onorevole Trombetta…magistrale. Non c’è solo però la scena del vagone, c’è la scena con Franca Valeri e gli snob di Capri che amano l’arte moderna e poi la bellissima e irripetibile scena finale di Totò maestro d’orchestra con tanto di fuochi d’artificio! “Totò a colori” è il monumento ad un attore e ad un’epoca.

Definire Totò “Pop”, può apparire, quasi, anacronistico rispetto al tempo in cui l’artista è vissuto ed ha espresso il suo genio. Perché hai scelto di descriverlo così, con la tua opera, e che significato assume la parola “Pop” accanto al nome dell’artista del rione Sanità?

È vero. Pop è tutto quello che di artistico e culturale è stato proposto alla massa, alla gente, al popolo  negli anni ’70 anche in un’ottica consumistica e divoratrice di immagini e prodotti. Ovviamente bisogna elevare il significato di questa parola, nel senso che lo dobbiamo intendere purificato dalla visione, ripeto, consumistica e alienante, lo dobbiamo insomma intendere nella migliore accezione, quasi filosofica.

Mi spiego. Personalmente guardando e sedimentando i contenuti trasmessi da Totò l’ho subito definito Pop in tempi non sospetti. Parlava alla gente, alla massa, la TV cominciava ad entrare nelle case delle persone, di una maggioranza e non più di pochi eletti, Totò trasfigurava la vita della gente e la restituiva nei suoi film, nel suo teatro, nei suoi siparietti, la massa si rivedeva, si rileggeva, si specchiava in quelle rocambolesche avventure per “sbarcare il lunario” per migliorare la propria esistenza, questo intendo per Pop! Totò lo è stato a parer mio.

Totò dialoga con gli artisti, ma attraverso voi, cerca di dialogare con la gente. Può ancora dire qualcosa, 50 anni dopo la sua morte, alla Napoli contemporanea? E cosa pensi possa dire, invece, la tua arte a questa città?

Bellissima e complessa domanda. Proverò a darvi una risposta. Gli artisti contemporanei hanno secondo me una funzione profetica, ovvero dovrebbero anticipare nel messaggio artistico quello che verrà, come andranno i tempi. Per fare questo serve carisma, serve essere visionari ma soprattutto serve indagare la società e le sue dinamiche.

Se un artista non adempie a questa funzione manca certamente di qualcosa. Totò in questa mostra è stato celebrato, riportato sotto i riflettori, al centro dell’attenzione della stampa e non solo…certo che ha qualcosa da dire! Molte cose!

La principale cosa che Totò può ancora dire a Napoli e a tutta l’Italia è che bisogna ritornare ad essere “galantuomini”, riprendere con sé il senso della giustizia e della legalità, virtù che De Curtis testimoniava con la sua vita.

Ecco! La mostra dovrebbe servire a dire a tutti che il napoletano vero è un “signore per bene” amante della giustizia della verità e della bellezza perché quest’ultima ce l’ha negli occhi ogni istante della sua vita. E scusate se è poco!

Per quanto riguarda la mia arte e quello che può dire a Napoli è sostanzialmente che il riscatto di una città così bella, così ricca di storia, arte, cultura, modello nel mondo dell’italianità può passare dal desiderio di valorizzare i talenti dei giovani napoletani, artisti in ogni forma.

Io non sono napoletano ma sono del sud e quindi posso dire quello che sto per affermare: il mio riscatto sta passando proprio attraverso la mia pittura. La mia arte vuole augurare a Napoli che ha tanto da dire e da dare ancora. 

Vorrei che si formassero associazioni, movimenti, gruppi, centri sociali, forme svariate di aggregazione giovanile per urlare in faccia a coloro che remano contro la rinascita di Napoli e dei napoletani “ma mi faccia il piacere!”come sono certo avrebbe detto Totò.

Auguri ragazzi.

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 9 Maggio 2017 e modificato l'ultima volta il 9 Maggio 2017

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