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INTERVISTA AI 99POSSE

Napoli com'era e com'è: "I guagliuni? Oggi corrono di più"

Arte e artigianato, Cultura, DueSicilieOggi, Senza categoria | 27 Marzo 2014
I 99posse in un momento dell'anteprima di "Curre curre uagliò" 2.0 alla Feltrinelli di Napoli
I 99posse in un momento dell’anteprima di “Curre curre uagliò” 2.0 alla Feltrinelli di Napoli

I guagliuni un po’ invecchiati lo sono: barbe più lunghe, capelli più bianchi e più corti. Ma del resto anche chi scrive questa premessa lo è. 20 anni fa Napoli era un’altra città e c’era un’altra gioventù. E Luca, Sasha, Massimo, Marco ed io, ultra quarantenni di oggi, ne facevamo parte.

Era la Napoli di Bassolino, una Napoli che viveva quei primi anni con illusa speranza e più feroce lotta. La Napoli del Velvet Undergroud, di Officina, del Chiatamoon sax, del Damm a Montesanto. Senza neomelodici e neorapper. Dove l’inno dei giovani era Curre curre guagliò quasi come Terra mia di Pino Daniele lo fu per i ragazzi degli 80.

L’altro giorno da Feltinelli sono andata a rivedere quel pezzo così importante di storia della musica – e della vita di tutti i ventenni di Napoli di vent’anni fa, inclusa la mia – finita finanche nelle antologie di letteratura, perché il napoletano, la nostra lingua, i 99posse hanno saputo usarlo benissimo. Ma a parte una mia amica coetanea e pochi altri, la platea era composta in maggioranza di ventenni. Sono stata contenta. E ancor di più quando sono tornata a casa ad ascoltare il mio nuovo cd, Curre curre guagliò 2.0. Ho ballato da sola, non mi vergogno a dirlo.

Ma il bello è proprio questo: il nuovo-vecchio cd dei 99posse fa ballare anche chi ha 20 anni meno di me. La grande musica unisce le generazioni. E quella di Luca & co. ha questo merito, tra gli altri, per me.

Del resto per l’intervista avevo giò scelto di cedere il passo ad Eugenia, che ha la metà dei miei anni ed è un’appassionata di rap. Lei, quando nei giorni scorsi le ho anticipato che averebbe intervistato i 99posse era emozionata. “Un pezzo di storia della musica” ha mormorato. Abbiamo parlato tanto di quest’intervista.

Volevo che uscissero le due generazioni di 20enni. Quella di oggi e quella di allora. Speriamo di esserci riuscite. Buona lettura. (Lucilla Parlato)

Sono passati più di venti anni, ma di smettere di correre i mitici “guagliuni” non ne vogliono proprio sapere. E così “Curre, curre Guagliò”, primo album dei 99 Posse, si fa 2.0. Uscito martedì in tutta Italia e presentato in anteprima alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli, lo storico pezzo che dà il titolo anche a quest’album torna arricchito da novità e numerose collaborazioni. Da Alborosie ai Sangue Mostro, da Clementino a Mama Marjas, da Francesco di Bella a Enzo Avitabile con i successi più famosi riproposti in moderni ricampionamenti, da “Ripetutamente” a “O documento”, da “Rigurgito antifascista” e “Rappresaglia”. Tutto da ascoltare, tutto da recepire, tutto da ballare.

I 99posse sono stati artisti fondamentali per la Napoli degli anni ’90 e per quella gioventù. Capostipiti del fenomeno delle posse, pietre miliari di una generazione e di un genere musicale definito da loro stessi “bastardo”, precursori dell’attuale musica reggae e rap napulitana, oggi non smettono di sorprendere e di far parlare di loro.

Militanti nell’anima, hanno fatto bruciare, accendendoli di passione, i cuori di tanti ragazzi e “non un passo indietro”  vogliono fare, come suggerisce il sottotitolo sdi “Curre Curre Guagliò 2.0”.

“Non rimpiangiamo e non neghiamo nulla di tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi”, ci racconta, infatti, ‘O Zulù con la consueta grinta da combattente.

Dopo essersi sciolti agli inizi del 2000 e essersi ritrovati nel 2009, per l’estrema felicità di tutti i seguaci della band, Luca Persico, al secolo ‘O Zulù, ci fa rivivere in questa intervista la sua carriera ed il percorso insieme a Massimo Jovine, Marco Messina e Sasha Ricci, durante questi due lunghi decenni.

“Curre Curre Guagliò 2.0”. Perché riproporre oggi il vostro primo disco? Cosa rappresenta per i 99 Posse? E cosa rappresentano per voi gli artisti che avete scelto per i featuring?

“Curre Curre Guagliò è il nostro primo disco e ce lo siamo portati dietro dal primo all’ultimo concerto, inserendo in scaletta nei live buona parte dei brani che c’erano al suo interno. Dunque, dopo venti anni che continuavamo a suonarli e a modificarli un po’, remixandoli, riarrangiandoli e così via, in occasione del ventesimo compleanno dei 99 Posse, abbiamo pensato di risuonarlo e di ristamparlo. Venti anni fa era un disco che si rivolgeva solo al nostro piccolo pubblico, ai nostri compagni di lotte e di occupazioni, era un po’ il manifesto del nostro Centro Sociale, Officina. Era apprezzato anche da chi era un po’ ai margini, da chi si sentiva solo in periferia, da chi non riuscivano a trovare qualcuno che li rappresentasse: il nostro album era un mezzo per identificarsi, il megafono dei loro pensieri.

E oggi?

Oggi, lo abbiamo aggiornato musicalmente, nei contenuti. Ma anche con moltissime collaborazioni, spaziando tra vari artisti sia all’interno della nostra area, come la Banda Bassotti, che in aree contigue. Tutti i cantanti presenti, però, sono stati, chi più e chi meno, influenzati dalla nostra musica. Quindi, arricchire l’album con una loro testimonianza crediamo lo abbia reso nuovamente unico. Come sempre ci siamo espressi in napoletano, la nostra lingua, perché le nostre canzoni hanno il macro-obiettivo di descrivere chi siamo. E farlo in una lingua differente da quella che parliamo sarebbe stato strano, specie a distanza di venti anni.

Ora lo porterete in giro, come allora. Ma oggi, più di allora, si parla maggiormente di liberalizzazione delle droghe leggere, specie a fini terapeutici. Il tuo modo di stare sul palco, da allora, è cambiato? Te le fai ancora le fumate nei live?

Non ho mai smesso. Proprio la settimana scorsa durante un deejay set me ne hanno passate due. (Ride) E’ una mia costante. La battaglia è importante e non cambierei mai rotta, per piccole minacce o avvisi ricevuti da gente del Sistema. La canapa, aldilà degli effetti ludici, ha tanti effetti importanti: è un combustibile alternativo, ha scopi terapeutici, è un prodotto tessile molto resistente, vi si possono costruire i mattoni. Quindi la canapa, da sola, metterebbe in crisi tre delle lobby che governano il pianeta, cioè del petrolio, del mattone e delle case farmaceutiche. Solo per questo la marijuana è illegale e combattuta con tanta rabbia, non certo perché quando la fumi ti sale una piccola “capata”. Sicuramente, la “capata” è uguale o minore a quella data da una bottiglia di whisky, sulla quale lo Stato mette il suo bel marchio.

Torniamo al disco e al ricambio generazionale. Cosa è cambiato in questi venti anni per i 99 Posse?

Per i 99 Posse è cambiata solo l’età anagrafica. Certo, un po’ di angoli sono stati smussati, ma non abbiamo avuto nessun ripensamento sulle posizioni fondamentali che abbiamo preso in questi anni. Nessun ripensamento neanche sulla collocazione: restiamo nelle periferie da cui siamo partiti, perché il nostro obiettivo non è mai stato guadagnare un posto al centro, ma portare il centro nelle periferie. E siamo orgogliosi di essere di periferia e di rappresentare l’alteritá, la diversità.

E Napoli e la sua gioventù per Zulu in questi 20 anni sono cambiate?

Napoli in questi venti anni è cambiata tantissimo ed a primo acchitto sembrerebbe cambiata in peggio. Ma guardandola da un altro punto di vista non è necessariamente così. Oggi, dal punto di vista dello stimolo dal basso della cultura e della politica, il quadro è molto più ricco rispetto all’inizio degli anni ’90. Ad esempio, solo analizzando l’aspetto delle occupazioni: adesso ci sono più di 15 case occupate a Napoli, nel ’91/’92, prima di noi, non ce n’era nemmeno una. E se oggi entro nei centri sociali, mi accorgo di non conoscere quasi più nessuno. Quindi il ricambio generazionale c’è stato. Ció che è diverso sono i riflettori: non più puntati verso le parti ribelli della città. Perció, attualmente, può sembrare che, dopo i 99 Posse, non ci sia stato più nulla di concreto e che sia tutto fermo, ma in realtà non è così. C’è fermento.

Questo ricambio generale e fermento di cui parli, c’è stato, ovviamente, anche in ambito musicale. Sono molti gli artisti che hanno preso le mosse da voi. Chi considerate il vostro erede musicale, che possa rappresentare oggi la voce della città, a Napoli?

Volendo filosofeggiare ci sarebbe più di un erede, ma non riesco a trovare un vero e proprio prosecutore di quello che abbiamo iniziato. Se proprio devo rispondere con dei nomi, posso fartene alcuni di nostri coetanei come i Sangue Mostro o Mariotto. Poi, riguardo ai nuovi, la scena è ampia ed ho notato che si intrecciano tutti gli uni con gli altri. Fanno tantissimi featuring, quasi non si capisce più un pezzo stia sul disco di uno, piuttosto che dell’altro con cui si è collaborato. Espressione di una volontà di base di fare gruppo. La grande differenza con noi è questa. Oggi i giovani artisti fanno gruppo, noi invece facevamo collettivo. Per questo, spesso, manca la consapevolezza della propria identità di classe. Nel complesso, però, sono positivo ed ottimista nei confronti della nuova generazione napoletana, sia musicale, che militante.

Addirittura, ieri c’erano più ventenni, che quarantenni alla Feltrinelli a Napoli alla presentazione del disco. Cosa significa? Non sarà per il featuring con Clementino? (Ridiamo)

Significa semplicemente che qualcosa sta cambiando. I giovani oggi hanno voglia di imparare, di confrontarsi, vanno alla ricerca dei contenuti. Siamo di fronte a una mutazione, non ho dubbi: non tanto nei gusti musicali, quanto nelle aspettative che si hanno nella musica, nella cultura, nella politica, nella società. Vent’anni non sono passati invano.

Ma oggi, nel 2014, dove è la Sinistra a Napoli, al Sud? Serve ancora seguire delle ideologie politiche o piuttosto bisognerebbe unire le forze sane per riscattare la città ed il meridione?

Per noi l’ideologia resta importante e ci sono nozioni da cui non possiamo separarci. Ma, detto questo, è certo che il nostro Sud, che ha una marcia in più, dovrebbe essere valorizzato anziché versare in queste condizioni di sfruttamento. Ogni classe del Sud, dalla più povera a quella dirigente, è vittima delle storture che derivano dall’Unità d’Italia. Unità che non è stata un’unificazione popolare, venuta dal basso ma che in realtà altro non è stata che un’annessione di uno Stato che ha perso da parte di uno Stato che ha vinto. Oggi assistiamo al colonialismo del meridione. Per fortuna ci sono anche i mezzi per comprendere e rifiutarsi di sottostare a certi poteri. Dico sempre scherzando che qui a Napoli affrontiamo bene la crisi perché siamo in crisi da 150 anni… È una battuta, ma poi sono convinto, oggi come vent’anni fa, che bisogna combattere per il nostro riscatto.

 Eugenia Conti

 

Un articolo di Eugenia Conti pubblicato il 27 Marzo 2014 e modificato l'ultima volta il 27 Marzo 2014

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