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INTERVISTA ALL’AGRONOMO CRISPINO

Caivano, la Procura: prodotti sani. Ma i sequestri preventivi continuano

Ambiente, Economia, Italia | 24 Febbraio 2014

pozzi sequestrati caivano

A Caivano si sta verificando quanto purtroppo era facile prevedere (e infatti su queste pagine l’avevamo ampiamente ipotizzato): i prodotti posti sotto sequestro tra Luglio e Settembre 2013 erano sani, come confermato dai dissequestri. Una volta analizzati, “non rappresentano un pericolo per la salute pubblica e possono essere destinati all’alimentazione umana”, si legge nella nota della Procura.

Ma a causa di lungaggini burocratiche e ritardi più che evitabili sono marciti sui campi, il che significa per gli agricoltori ingenti danni economici di cui nessuno risponderà. E intanto continuano i sequestri preventivi, mentre una campagna stampa a dir poco superficiale per non dir di peggio alimenta disinformazione e danni di immagine che affossano commissioni ed esportazioni.

Il 13 Febbraio infatti, su indicazione del corpo forestale, è stato effettuato un nuovo sequestro: 5 ettari coltivati a rucola sotto serra, destinati ad industria conserviera di IV gamma. Tanto per capire di cosa stiamo parlando, IV gamma significa dover produrre ortofrutticoli con alti livelli di tecnologia lungo tutta la filiera, e rispettare disciplinari che limitano fortemente l’utilizzo di fitofarmaci, con conseguente riduzione dei residui di pesticidi ben al di sotto delle soglie consentite per la produzione “tradizionale”.

Il nuovo sequestro è stato effettuato nell’ambito dell’indagine, condotta dalla V sezione Reati ambientali della Procura di Napoli: ”Il sequestro preventivo si è reso necessario – si legge in una loro nota – al fine di prevenire pericoli per la salute pubblica, in quanto sui fondi è presente una coltivazione di prodotti ortofrutticoli prossimi alla raccolta”. Il pozzo sequestrato insiste sulla stessa falda acquifera dei terreni precedentemente sequestrati, l’ipotesi di reato è avvelenamento della falda.

Sulla vicenda abbiamo intervistato Pasquale Crispino, dell’ordine degli agronomi di Napoli.

Dott. Crispino, cosa ha motivato questo nuovo intervento della Procura?

Si ripete quanto già verificatasi mesi fa, vengono sequestrati prodotti irrigati con acque che sono potabili in base al Dlgs 31/2001  ma assurdamente considerate non utilizzabili per agricoltura. Il tutto perché la legge 152/06 prevede per le acque irrigue prelevate dai pozzi limiti fino a dieci volte più bassi di quelli previsti per le acque destinate al consumo umano.

Nel caso specifico dell’ultimo sequestro, quali sono i parametri contestati?

In questo caso si tratta in particolare di tetracoloetilene, che presentava valori di 3.9 microgrammi per litro. Per irrigare i campi la 152/06 prevede un limite di 1,1 migrogrammo per litro, per adoperarla come acqua potabili  il limite previsto è di 10, ovvero dieci volte superiore …

E’ questo l’assurdo normativo cui si accennava prima.

Esatto. Va detto che a differenza degli altri minerali prevalentemente contestati qualche mese addietro, i cui valori sforavano i limiti della 152 ma a causa dell’origine vulcanica dei terreni, come testimoniato da una vasta letteratura scientifica in materia, cloruri ed in particolare teracloroetilene sono inquinanti chiaramente dovuti all’azione dell’uomo. Ma anche qui va sfatato un altro mito: non si tratta di sostanze tossici di origine e la loro presenza in contenuti limitati come nel caso di specie nonè affatto pericolosa , basti pensare che eè comunemente presente in concetraziini maggiori nelle acque  domestiche pubbliche, di fatti in essa deriva dalla banale pratica di clorurazione delle acque.

Ovvero?

Ovvero stiamo parlando dell’aggiunta di cloro agli acquedotti per disinfettare le acque, una pratica ammessa ed anzi prevista dalla legge e che tuttavia da origine a questi composti. Tant’è che uno stesso parere dell’Istituto Superiore della Sanità specifica che non si chiudono i rubinetti – e stiamo parlando di acque potabili  – per valori di tetracloroetilene inferiori a 10 microgrammi per litro: basta andarsi a leggere per esempio l’ordinanza relativa al comune di Perugia che fissa a tale valore il limite per la potabilità. E al di là del fatto che il tetracloroetilene di per sé non è neanche classificato come cancerogeno, ciò non cambia la sostanza dei fatti: stiamo parlando di acque che le ASL in tutto il resto d’Italia considerano potabili ed adatte anche all’uso alimentare, ossia per fare pasta dolci e quant’altro, ma da noi sono ragione sufficiente per sequestrare campi e prodotti.

Ma almeno i dissequestri rappresentano una nota positiva in tutta questa faccenda?

In realtà non si può dire neanche questo: i campi non sono stati dissequestrati, è stata soltanto autorizzata la raccolta dei prodotti. Ma a causa di lungaggini burocratiche che potevano essere evitate, i prodotti sono marciti sui campi, con ingenti danni per i produttori.

Di che cifre stiamo parlando?

Ad oggi i danni ammontano a circa un milione di euro.

Di quali lungaggini burocratiche stiamo parlando?

Stiamo parlando degli oltre due mesi trascorsi prima di avere i risultati delle analisi che avrebbero permesso il dissequestro almeno per la raccolta.

Come mai tutto questo tempo?

Non hanno trovato metalli pesanti, non hanno trovato altre forme di inquinanti pericolosi, e alla fine per il dissequestro ci è stata chiesta l’analisi per i PBC. Solo che l’ASL di Napoli non era attrezzata per questo tipo di analisi.

Chiariamo meglio la questione.

I PCB o policlorobifenili sono composti chimici contenenti cloro, utilizzati in passato  nella sintesi di antiparassitari, erbicidi, vernici, solventi, ed ancora oggi utilizzati per alcuni processi industriali. Alcuni di essi presentano proprietà tossicologiche analoghe a quelle delle diossine e per questo sono spesso denominati PCB diossina-simili.
Il punto è che questi composti non sono generalmente idrosolubili, e poiché ortaggi e verdure sono invece ricche di acqua, la loro presenza nei vegetali è talmente bassa da dover essere misurata in picogrammi. Per intenderci un picogrammo è un millesimo di miliardesimo di grammo …

Ed è questo che ha creato il problema?

L’ASL di Napoli non è attrezzata, non ha strumenti in grado di rilevare tali sostanze fino ai picogrammi: quindi i risultati forniti non potevano essere considerati accettabili dalla procura. Solo a Teramo esiste una struttura pubblica in grado di effettuare correttamente analisi, ma i tempi di attesa erano troppo lunghi rispetto ai tempi di maturazione:  7/8 mesi circa. Quindi abbiamo dovuti rivolgerci a laboratori privati in Lombardia, accreditati con il sistema Accredia.
L’esito delle analisi è stato più che buono per i nostri prodotti: se questi problemi ci fossero stati resi noti due mesi fa due mesi fa, avremmo avuto il tempo per farci da soli le analisi e salvare le coltivazioni.

Davvero assurdo.

E’ ancora più assurdo se si considera che le analisi abbiamo dovuto pagarle di tasca nostra: 600/700 euro ad analisi. La procura non aveva soldi, da qui l’obbligo di fare le analisi a carico degli agricoltori.
E pensate che i PBC in italia non sono normati, né tantomeno esiste un regolamento europeo in materia: come riferimento abbiamo solo due raccomandazioni europee, quella del 23 Agosto 2011 e quella del 3 Dicembre 2013, ed in entrambi i casi i valori raccomandati sono di massimo un picogrammo per grammo di prodotto. I risultati per i nostri prodotti hanno dato PBC presenti a valori di circa un terzo di quello raccomandato per gli alimenti per l’infanzia …

Quindi in sintesi possiamo dire: autorizzati alla raccolta ma con i terreni ancora sotto sequestro, come a dire che i prodotti sono buoni e quindi i terreni d cui provengono non possono essere coltivati. Una logica ferrea … in ogni caso le analisi avete dovuto pagarle di tasca vostra, ma se almeno tutto ciò fosse stato detto per tempo avreste almeno potuto salvare le coltivazioni. E invece siamo arrivati ad un milione di euro di danni di cui non risponderà nessuno.

Già, ma il danno peggiore è quello di immagine: è questo il costo maggiore per le nostre aziende. Non si vende più, rifiutano i nostri prodotti. Non è pensabile che si sequestrino dei campi a Caivano per tetracloroetilene a 3.9 microgrammi per litro, quando nel resto del paese acque con valori fino a dieci vengono considerate potabili. A questo punto siate coerenti fino in fondo: chiudete anche l’Arin. Anzi per coerenza chiudete tutti i rubinetti d’italia: se non lo fate è omissione d’atti d’ufficio.

A questo punto, conclusa l’intervista, vi sono dei punti che davvero non tornano. Non si capisce perché il corpo forestale torni su una falda acquifera, la stessa dei sequestri operati tempo addietro, dopo che mesi d’indagine e di analisi hanno dimostrato che i prodotti sono buoni.

Non si capisce perché la procura continui ad operare sequestri preventivi quando la normativa impone – come precedentemente fatto notare dall’ordine degli agronomi di Napoli – che tale atto va effettuato dopo aver analizzato terreni e prodotti, e non prima, né tantomeno perché continui a non tenere conto delle enormi incongruenze della 152/06. Basti ricordare il parere n. 54750 IA del 7/11/200 dell’Istituto Superiore della Sanità, che invitava gli enti preposti al controllo delle acque di falda, a fare riferimento ai valori fissati dal Decreto Ministeriale 185/2003, e a non considerare quelli della 152/2006.

Inqualificabile risulta l’atteggiamento di certa stampa, che nella peggiore delle ipotesi continua a blaterare di prodotti inquinati e, nella migliore, di “rammarico” degli agricoltori per i dissequestri tardivi: come se un milione di euro di danni e intere famiglie gettate sul lastrico potessero essere derubricate ad un banale “dispiacere”. Indecente l’indifferenza delle istituzioni, a partire da quelle locali, che non si fa carico della vicenda né del danno sociale che ne deriva.

L’unica cosa chiara in tutta questa faccenda è che questo è il “sistema italia” e queste sono le ragioni per cui non lo accettiamo.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 24 Febbraio 2014 e modificato l'ultima volta il 14 Novembre 2014

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