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INTERVISTA DOPPIA

Coleman e Jah Farmer: oggi si presenta Riot, il video girato all’Ex Opg Occupato

Altri Sud, Ambiente, Arte e artigianato, Attualità, Battaglie, Cultura, Diritti e sociale, Economia, Emigrazione, Europa, Eventi, Identità, Integrazione, Italia, Lavoro, Made in Sud, Media e new media, Mondo, Musica, Razzismo | 2 Ottobre 2015

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Marcello Coleman e Jah Farmer insieme per “Riot”. Il nuovo singolo prodotto dalla Nah Deal Rec che sarà pubblicato in anteprima su Raggae.it il 2 ottobre 2015. Il video è stato girato all’interno dell’Ex Opg Occupato e lega le tematiche classiche del roots jamaicano a temi sociali vicino ai nostri. Per capire meglio “Riot” abbiamo intervistato i due rappresentati della musica reggae in Italia e soprattutto in Campania.

Marcello, Jah, come è nata la vostra collaborazione per “Riot”?

M.C. : “Riot” è un singolo che farà parte del nuovo disco di Jah Farmer. Un bel pezzo nato da questa collaborazione insieme, in cui in sostanza si racconta una sorta di rivoluzione, la Riot, contro quelli che sono i mali moderni, in sostanza, contro Babylon, un fatto proprio roots jamaicano. Io e Jah non ci sentiamo spesso, ma siamo sempre in contatto e così abbiamo deciso di lavorare insieme.

J.F. : Il nuovo video fa parte di uno story arc che si sta aprendo, nel senso che, come etichetta, come cantante e produttore,stiamo intraprendendo una strada di testi di rivolta.Temi sociali affrontati con uno sguardo riottoso: quello di un popolo che si è stancato solo di guardare e subire, un popolo che passa ai fatti. Con Marcello abbiamo sviluppato quest’idea ed è bastata una giornata insieme, nella natura a casa mia – io prima abitavo ai Camaldoli e lo studio era lì – per registrare il pezzo.

Jah, parlaci del tuo nuovo progetto…

Il nuovo progetto prevede il mio ritorno live con la band, dopo tanti anni in cui ho girato, invece, con un sound system. Quest’anno etichetta nuova, band nuova e si spera di riuscire a finire un disco a breve. Ci stiamo dando tanto da fare con le produzioni, anche per produrre qualche altro artista come etichetta.

“Riot” è stato girato all’interno dell’Ex Opg Occupato, cosa ne pensate della gestione occupata di spazi cittadini abbandonati? 

M.C. : All’Ex Opg ci stiamo andando anche questa mattina a girare il video con Andrea Tartaglia, dei Tartaglia Aneuro. Gireremo nelle celle e sicuramente credo che sia una buona cosa che i ragazzi abbiano prelevato questo posto e mi auguro che facciano il possibile per tenerlo in piedi e pulito. Per il momento il lavoro dei ragazzi è stato grande, ma il luogo è ancora in uno stato d’abbandono. Il complesso è antico e andrebbe restituito alla città e usato per attività sociali importanti perchè il posto,appunto, lo richiede. So che ci sono dei vincoli da parte del Comune, ma spero che i ragazzi continuino a prendersene cura e che riusciranno a fare più operazioni sociali in questo complesso, che è davvero enorme. Chi si mette in ballo per dare loro una mano, insomma, è per me sempre un eroe.

J.F. : Appoggio da tempo le realtà politiche dei centri sociali di Napoli, a partire da Insurghenzia all’Ex Opg, senza tante di quelle piccole distinzioni che spesso li dividono. Io appoggio il movimento perchè appoggio la rivolta. Appoggio la coscienza popolare e tutti loro fanno un lavoro in questo senso, che messo insieme in maniera saggia, potrebbe davvero portarci a risultati importanti. I ragazzi dell’Ex Opg hanno tutto il mio sostegno, li ringrazio in ogni post e auguro sempre loro di riuscire ad ampliare i loro spazi e il loro potere rispetto a quello che è il potere dello Stato. Sono spazi importanti che dobbiamo riprenderci noi, che non ci danno in maniera gratuita e spesso anzi, per averli bisogna sudare a botte di manganelli e di sgomberi forzati.

Entrambe, Jah producendo artisti e Marcello collaborando con loro, state supportando la nuova generazione musicale napoletana, per voi quanto è importante dare questo sostegno?

M.C. : Lo faccio con il cuore perchè penso che sia giusto dare una mano e questo vale sia per me che per i “vecchi” della musica, soprattutto nel momento in cui la città non riesce ad esprimere nulla o fa difficoltà a far esprimere tutte le voci. Per cui sta a noi dare una mano a chi viene dopo. Io non me ne voglio andare sapendo di non aver fatto nulla, mi impegno e collaboro con tutte le nuove generazioni volentieri. Proprio in questo momento sono in macchina con Andrea Tartaglia per andare a girare un nuovo video.

J.F. : Credo che la musica possa contribuire tanto anche per le battaglie politiche e culturali. Noi dobbiamo imparare dalle generazioni passate di musicisti di Napoli, che,  non hanno fatto tanta condivisione di quello che raccoglievano. Ogni artista napoletano nel passato quando raggiungeva il successo l’ha tenuto sempre e solo per sè, senza cercare di produrre altre realtà o di ampliare il discorso culturale, anzi, c’è sempre stato solo un discorso di business. Sono convinto che debba essere portato avanti un discorso culturale e chiaramente una volta che l’interesse delle persone cresce avviene anche tutto il resto, anche quello che può essere un discorso di business.

In “Terra morta” brano del nuovo album “Voodoo Vibes“, Marcello affronta i problemi che ci sono soprattutto in Campania, ma per voi quand’è che muore un territorio?

M.C. :  Il territorio muore nel momento in cui i suoi cittadini non se ne occupano più. “Terra morta” è un pezzo provocatorio, breve, in cui in sostanza dico che siamo stati i figli della munnezza, che è vero; che hanno sporcato il nostro mare, che è vero; che ci sono bambini tra gli otto e i dieci anni che mi chiedono una canna, che è vero; che siamo tutti quanti attaccati al denaro fino al centesimo, che è vero; e quindi questa terra ci sta morendo sotto i piedi. Bisogna tornare ad esprimere quella solidarietà che questa città ha espresso ad esempio negli anni quaranta, quando si c’era la guerra, ma c’era anche tanta comprensione verso l’altro e il diverso.

J.F. : Il territorio muore quando le persone non si rendono contro che sta morendo, quello è il momento critico. E oggi, in certi casi, questo avviene con una superficialità ed un qualunquismo che ci portano ad esempio a non fare la differenziata e da quello a tante altre cose che poi diventano gigantesche e arrivano ad un punto di non ritorno, come è successo qui. La benzina per tornare indietro in questo viaggio non c’è l’abbiamo più, adesso vanno solo affrontate le conseguenze. Forse, ecco, tornando alla domanda di prima facendo cultura e ripresa di coscienza del sociale con i giovani e gli artisti emergenti, il popolo può riprendere il controllo e gli artisti sono la voce del popolo.

Un altro tema affrontato nel nuovo album di Marcello è quello dell’emigrazione, cosa pensate rispetto agli ultimi avvenimenti a riguardo e anche della presenza di un personaggio come Salvini in Italia?

M.C. : Il fenomeno della migrazione è sempre esistito. Oggi per i migranti costa tantissimo migrare e si muore, ma continuano a muoversi. L’esodo è cominciato. Io sono a favore della libera circolazione per tutto il pianeta, quindi per me, quando una persona che arriva da un’altra parte del mondo viene fermata, per qualsiasi motivo e in qualsiasi attimo, costituisce un fatto negativo. Non si riesce a capire che queste persone si muovono perchè hanno voglia di vivere e non di morire. Hanno voglia di avere un futuro, quello che forse noi occidentali non vediamo più, perchè siamo troppo impegnati a stare su un social network. Loro no, stanno cercando di salvare le loro famiglie o la loro vita. Per me non dovrebbero esistere neanche l’accoglienza o la tolleranza perchè ripeto sono per la libera circolazione nel mondo.

J.F. : Io non riconoscendo nessun tipo di autorità, a parte e forse i pompieri, di base non riconosco i confini: l’Italia che confina con la Svizzera per me non hanno senso. Noi siamo sul pianeta e il pianeta è di tutti, va condiviso. Anche perchè, fino ad oggi la cultura occidentale ha preso, spostato, distrutto culture, trasferito popoli a proprio piacimento. Ed adesso, improvvisamente, l’Italia è degli italiani, l’Africa degli africani. Se l’Africa è degli africani allora lasciamo tutto ciò che è della terra africana agli africani! Nel momento in cui noi ci andiamo a prendere tutto quello che ha l’Africa non possiamo pretendere che gli africani non vengano qui a riscattarsi, in questo caso, o nel caso dei rifugiati politici in fuga da guerre. Non esiste in maniera più assoluta dire no, o dire di sparare su una barca o addirittura dire proprio non partite proprio verso le nostre coste. Sono per una totale apertura per le frontiere mondiali, neanche europee, non vedo il senso di questi confini geopolitici.

Cosa ne pensate invece dei figli del Sud che emigrano?

M.C. : In generale sono d’accordo. Sto emigrando anche io, mi sono trasferito in Belgio ormai da due anni, e credo sia giusto nel momento in cui il nostro territorio non offre quello che si vorrebbe trovare nella vita per crescere. Va bene muoversi per un’esperienza diversa, non voglio dire migliore, perchè il nord Europa non è un posto migliore del nostro, però sicuramente offre altro: la possibilità di crescere almeno un pò, poi a ritornare si fa sempre in tempo. Il mio pensiero è  quello di andare nel Nord Europa, accumulare esperienze e rientrare per riportare queste esperienze un pò più aperte qui a casa mia. Il modo per resistere per chi resta qui è naturalmente quello di non arrendersi: Don’t Give up! Però ti ripeto, quando poi scendi la mattina e ti ritrovi a Quarto o a Casandrino o a Scampia o stesso nel centro si fa fatica a resistere, uno ci prova. Chi decide di rimanere e lottare, bene, avrebbe bisogno anche di chi sta fuori, che rientra e che dia una mano. Le energie sono tante e sono belle. Ormai la disparità tra Nord e Sud è talmente enorme! Ad esempio per un’artista napoletano andare a suonare a Milano è diventato difficilissimo perchè ai milanesi costa troppo. Immagina un gruppetto siciliano di tre elementi che deve fare una serata al nord, quando gli costa al milanese? Solo di viaggio se ne vanno via quattrocento euro e questo ha creato una disparità e una lontananza enorme. Al nord vanno verso il nord e noi rimaniamo qua. E se non ci diamo una mano tra di noi, collaborando senza presunzione, sarà sempre peggio.

J.F. : Ci sono molti punti di vista diversi per questo tema. Se si decide di restare, per una coscienza, per un fatto politico, per un territorio, è un guerriero e va rispettato. Altrettanto va rispettata la persona che non si sente di combattere e di impegnarsi in questo tipo di guerra e cerca libertà in altri spazi ed ecco, oltre i nostri confini. Oltre ciò che ci da il nostro paese e il nostro paese non ci offre niente. Qui o ci prendiamo le cose con le maniere forti oppure continueremo così. Non posso criticare chi scappa, io spesso sono andato via dall’Italia e poi sono tornato tante volte. Non critico chi scappa, ma rispetto molto chi resta, è una battaglia dura, soprattutto qui a Napoli, ci vuole quasi un elmetto spirituale quando si scende per non farsi corrompere da questo sistema che ci circonda. “Riot” in questo senso è un allarme per le persone e anzi dice: la gente arrabbiata esce dal labirinto! Ci hanno messo dentro questa cosa, non capiamo più niente, sono specchi che dobbiamo scassare! Non voglio essere troppo estremista, ma io sono rastafarian e il rastafarianesimo è un cristianesimo ortodosso che in realtà vorrei lasciare fuori da questo discorso, ma ciò che si rapporta alla “cultura reggae” dagli anni ’60 ad oggi è un banalissimo pace e amore quando i rasta sono dei combattenti: la musica reggae ha sempre parlato di rivolta e di rivoluzione ed ha sempre incitato le persone a non farsi mettere i piedi in testa da qualsiasi tipo di autorità. Vedi quanti pezzi dagli anni ’50 ad oggi solo in Jamaica sono stati fatti contro la polizia, contro lo stato e contro i politici. Credo che abbiamo il dovere verso la terra e verso la nostra storia di riscattarci e levarci questo mantello da dosso.

Marcello per te che stai vivendo in Belgio, quali sono le differenze più rilevanti rispetto all’Italia?

La differenza più rilevante per me, può sembrare una banalità, ma non mi sento più chiamare ne Bob Marley ne “o nir” continuamente. Nella metropolitana incontri tutto il mondo, tutte le razze, che è una cosa davvero straordinaria. Poter interagire con turchi, armeni, romeni, filippini, marocchini, libanesi, gente come me, persone! Scoprire che sono persone, mentre i media ci fanno capire soltanto che sono musulmani, assassini e sanguinari. Non è vero, ci sono famiglie bellissime. Una volta sono stato ad una cena, eravamo dodici e non c’era una persona di una nazionalità uguale all’altra ed è stata un’esperienza fantastica, ho sentito che quello è veramente il mondo. Per uno come me, a quest’età, diventa fondamentale non sentirsi discriminato a priori solamente per l’aspetto. Basta vedere un colore differente o un tagli di occhi diverso che qua ti mettono in crisi e non va bene!

Cosa pensi, invece, dell’omologazione, un altro tema trattato in Voodoo Vibes?

M.C.: Purtroppo l’omologazione non è una colpa dei nostri giovani: sono troppo attaccati ai media, e lo sai, che i media appiattiscono tutto e li rendono tutto quanto uguale. Un altro esempio a riguardo è che non ci sono solo il rap e l’hip hop! Qui, per quanto mi riguarda sono tutti bravi, scrivono tutti bene, ma sono tutti quanti uguali! Tutto è uguale a tutto, siamo tutti sincronizzati sullo stesso canale e abbiamo il nostro bel telefono che ci porta in giro per il web e questa cosa ci ha appiattiti un pò. Ognuno cerca anche con un “Mi piace” un momento di gloria momentaneo che va bene per tutti, ma non serve a niente.

Elena Lopresti 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 2 Ottobre 2015 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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