giovedì 14 novembre 2019
Logo Identità Insorgenti

INTERVISTE COI POETI

Luca Morelli: lo sguardo da bambino del clown

Cultura | 15 Ottobre 2019

Luca Morelli viene da Potenza, dove ha frequentato la prima scuola di teatro per poi continuare a specializzarsi con diversi laboratori a Roma. È attore e clown, la sua idea è quella di portare gli spettacoli al di fuori delle strutture canoniche, di andare incontro al pubblico coinvolgendolo, evitando una cultura statica e autoreferenziale. Gli spettacoli che ha scritto, Bravo pour le clown e Le bureau des objets perdus, ottengono sempre un ottimo riscontro. Lo incontriamo in occasione della rappresentazione del secondo al Caffè letterario del Castello D’Aquino di Grottaminarda.

Come nasce l’idea dello spettacolo?

Le boreau des objets perdus nasce, come tutti gli spettacoli, da un’esigenza di comunicare un determinato messaggio in un determinato modo: nel mio caso usando il veicolo teatrale. Questo spettacolo, dove c’è un personaggio che cerca la propria anima in un ufficio oggetti smarriti, è molto personale, molto autobiografico. L’ho scritto in un momento in cui pensavo di aver perso la mia anima e quindi mi sono chiesto come poter ritrovarla. E la risposta che sono riuscito a trovare è di fare ciò che amo, quindi il teatro, il clown.

Allora per te la scrittura è soprattutto un lavoro di scavo?

Sì, penso sia fondamentale almeno nelle mie proposte teatrali. Lavoro anche con testi non miei, però l’anima che sento mettendo in scena testi che ho scritto io è altro. È veramente un’emozione ogni volta potersi raccontare, forse anche in maniera vigliacca, nascondendosi dietro il teatro. In quel momento si può essere completamente nudi, utilizzare il teatro per essere completamente nudi.

È un modo di mostrare nascondendosi.

Sì, esatto, è così. Io mi mostro nascondendomi dietro il teatro, è una cosa che nella vita di tutti i giorni non riuscirei a fare. Non sarei capace di mostrarmi in questo modo. Il teatro mi dà l’opportunità di farlo.

Come pensi si debba muovere un attore oggi? Qual è il ruolo che dai al teatro nella tua vita?

Il teatro nella mia vita è come ossigeno, è fondamentale. Non è sicuramente una strada semplice, come tante altre strade legate alla cultura. Penso che oggi ci sia bisogno che chi propone teatro, chi propone letteratura, chi propone cultura in qualche modo, debba invertire il meccanismo: deve essere chi propone ad andare dal pubblico, non più il pubblico a cercare perché c’è stato negli ultimi anni uno scollamento fra chi assiste e chi propone. E quindi anche per questo a me piace lavorare in ambienti non specializzati, al di fuori del teatro. È una soddisfazione molto più grande. In teatro è come giocare una partita in un campo di calcio, è bello. Ma quella giocata sotto casa ti rimane poi nella memoria per sempre.

Quindi per te la cultura non deve essere statica?

Assolutamente, la cultura si deve muovere. Il teatro poi di base è nomade, non si deve fermare. E quindi anche la cultura si deve muovere, non dev’essere avida, dev’essere affamata di pubblico – chiamiamolo pubblico per deformazione professionale. Bisogna veramente andare a cercare persone e poi proporre una propria idea, non per forza cercare il successo, proporre una propria idea di cultura. Può nascere sempre uno scambio incontrando le persone.

Poi c’è anche qualche numero di clownerie.

Quella è la mia grande passione. Questo spettacolo soprattutto penso sia completamente clown pur essendo scritto in parte in prosa. Però già il fatto che il personaggio vada a cercare la propria anima in un ufficio degli oggetti smarriti io lo vedo un po’ come una visione clownesca. Il clown ha questo modo di vedere il mondo e di distorcerlo, come i bambini. E il clown secondo me è fondamentale perché rappresenta l’uomo. Anche la scena della corda, in cui tento il suicidio: solo un clown può permettersi di toccare un tema così forte in maniera così leggera. Quella scena arriva subito dopo che questo personaggio non è riuscito a racimolare soldi con il suo organo di barberia. Se non ci fosse un clown in quella scena sarebbe tragica e forse anche un po’ melensa. Invece con la clownerie si sorride, però un attimo dopo si pensa. È la grandezza del clown.

Dopo gli spettacoli fai girare un quaderno per raccogliere le impressioni dei partecipanti: come sono state finora?

Per fortuna tutte buone, ora non so se ci hanno graziato e hanno scritto solo quelle positive (ride). Questa è un’idea che mi è nata un po’ di tempo fa, perché girando con gli spettacoli capita spesso di incontrare persone e di fermarsi poi a parlare con loro. Secondo me è anche importante non perdere questo legame con e anche le parole che ci si scambia perciò ho deciso di chiedere alla fine degli spettacoli se gli andava di scrivere un pensiero, dei commenti, e ogni spettacolo ha il suo quaderno, che io chiamo Il quaderno delle memorie smarrite. Ogni tanto me li rileggo e ricordo anche il posto in cui eravamo. È un modo per tenere la memoria di questo lavoro teatrale che porto avanti.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 15 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 15 Ottobre 2019

Articoli correlati

Cultura | 12 Novembre 2019

POETI MODERNI

Guide percettive: un modo diverso di guardare ai luoghi in abbandono

Cultura | 28 Ottobre 2019

L’EVENTO RIUSCITO

Grande successo per Open House Napoli. 16mila visite in due giorni

Cultura | 27 Ottobre 2019

L’INTERVISTA

Giancarlo Marino e Folkville: un omaggio a miti e leggende

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi