domenica 24 giugno 2018
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INTORNO A TINA PICA

Le tre P della canzone napoletana: Papaccio, Parisi e Pasquariello

Identità, Musica, Storia | 12 giugno 2018

La Phonotype Record è stata la prima casa discografica italiana e naturalmente è nata a Napoli. E’ stata tra le prime al mondo ad avere un autonomo stabilimento per la fabbricazione di dischi. Fondata nel 1901 da Raffaele Esposito e dal figlio Comm. Americo, padre degli attuali soci, opera ancora oggi nel centro storico di Napoli in via Enrico De Marinis, 4. Tutti i più grandi artisti dell’epoca incisero per la neonata Phonotype. E tra questi anche i tre grandissimi interpreti che hanno animato i palcoscenici partenopei nei primi decenni del 900, le cosiddette tre P della Canzone Partenopea: Salvatore Papaccio, Vittorio Parisi e Gennaro Pasquariello. Sono contemporanei della Pica, colonna sonora dei primi decenni del secolo scorso, e anche – i primi due – colonna sonora del nostro docu “Fratello ricordati di Tina Pica” che presenteremo il 15 giugno al Napoli Teatro Festival Italia alla Chiesa dei 63 Sacerdoti in via Carlo de Cesare, ai Quartieri Spagnoli

Salvatore Papaccio nacque a Napoli il 23 giugno 1890 e cominciò sin da piccolo a dimostrare la sua predisposizione al canto. Col passare degli anni e con l’irrobustimento della voce, la sua carriera spiccò il volo. Debuttò al teatro San Carlo nel 1908 sotto la direzione del Maestro Campanini nel ruolo del marinaio in Tristano e Isotta di Wagner. Da quel momento in poi, ebbe modo di partecipare a numerose opere, per l’esattezza 123 , dirette da illustri Maestri tra i quali spiccano nomi come Pietro Mascagni, Tullio Serafin, Riccardo Zandonai e Arturo Toscanini. Tra i tanti aneddoti che si raccontano sulla sua persona, si ricorda quello in cui, durante la visita del monarca dell’impero del sol levante Hiro Hito, cominciò a cantare le canzoni della sua città nel ricevimento all’ammiragliato, e fu un successo.
Dopo 56 anni di ininterrotte interpretazioni svolte prevalentemente al San Carlo, decise di lasciarlo nel 1963, ottenendo un diploma di benemerenza a suggello della sua carriera dedicata con successo all’arte canora.
Fu suocero del compositore Furio Rendine e nonno del compositore Sergio Rendine (dal cui sito è tratta la foto in alto). Tra le sue canzoni ricordiamo: Quatto stelle, Suonno d’artista, ‘A risa, Silenzio cantatore, ‘Ndifferenza, Guappo songh’io, Gennarino Buonocore, Brinneso, Marenaro traduto, ‘O varcaiuolo, ‘A zingara, Napule e Maria, Varca Napulitana.  Muore a Napoli il 24 dicembre 1977.

Ecco come lo si racconta in un articolo d’epoca firmato Mario Rossi: ”
“Una sera, nella Parrocchia di Borgo Loreto, la voce di un bimbo di appena nove anni, diede colore e vita al «Tantum ergo » sbalordendo il parroco organista e la massa dei fedeli. Quel bimbo si chiamava Salvatore Papaccio. Era nato il 23 giugno 1890 in una casa di via Madonna delle Grazie a Borgo Loreto. Dopo pochissimi anni la voce cambiò, irrobustendosi. Sorse anche la necessità del lavoro, esplicato con il conforto della passione per il canto. Questa passione, giovanissimo, lo trasformò, sulle scene del S. Carlo, nel marinaio del Tristano ed Isotta. Iniziò così la sua carriera; poco dopo era nato il tenore Salvatore Papaccio. La lirica, che l’aveva sempre soggiogato, lo possiederà per tutta una vita artistica, trovandolo interprete di ben 123 opere, dall’Otello all’Andrea Chenier. Sui quartieri, nella sua casa che sa di un tempo e dei suoi successi, in evidenza ed a testimonianza, il diploma di Benemerenza dell’Ente Autonomo San Carlo, Diploma di benemerenza rilasciatogli nel 1963, dopo 56 anni di vita artistica. Quell’attestato è posto fra le fotografie con dediche affettuose, di Caruso, di Gigli, del Maestro Zandonai, che lo predilesse, del Maestro Mascagni che, e fu l’unica volta, volle cantare in pubblico con Salvatore Papaccio l’Inno dei Lavoratori. La visita di Hirohito in Italia determinò una svolta decisiva nella carriera artistica di Salvatore Papaccio. Nel ricevimento dell’ammiragliato in onore dell’erede al trono del Celeste Impero, Papaccio, d’improvviso, si sentì solo autentico figlio di Napoli e cantò le canzoni della sua città. Fu un trionfo! L’Eden, con la paga favolosa a quei tempi di 500 lire a sera, si affrettò ad ingaggiarlo, rischiando la bancarotta. Fu necessario, invece, escogitare nuove acrobazie per rendere il locale capiente al massimo! Accanto al tenore, così, terminata la stagione lirica, si pose un pezzo del cuore di Napoli. Le 3 P della Canzone Napoletana Se oggi, in una sala di registrazione, vi capiti di ascoltare « Varca napulitana » o « Sogno di un artista » non abbiate dubbi: a 82 anni, portati con fierezza antica e giovanile aspetto, è Papaccio che canta, sempre lui! « Napoli mi appartiene » suole dire, e non sa che egli appartiene a Napoli, da tanto. Da quando le canzoni che cantava, dopo 24 ore, erano cantate da quanti hanno sempre affollato le strade dei quartieri più popolosi di Napoli. La sua vita è stata un delicato trapunto eseguito con due soli colori: il bianco e il nero, dappoiché successi, gioie e dolori si sono alternati con profonda incisione. Oggi il suo orgoglio vive della testimonianza scritta da suo genero: « Al pianoforte è il Maestro Furio Rendine, noto compositore, genero di Salvatore Papaccio. Egli, con la sua partecipazione, ha inteso rendere un doveroso omaggio al grande artista e tributargli il suo filiale affetto ».

Vittorio Parisi nacque a Napoli il 28 febbraio 1892 da una famiglia di modestissime condizioni economiche. Durante l’adolescenza tentà i più umili mestieri manuali.

Iniziò la sua carriera nel mondo della lirica, debuttando nel 1919 a Firenze nel ruolo del Conte d’Almaviva ne Il barbiere di Siviglia, dopodiché, nel 1922, grazie a Evemero Nardella, che lo pregò di sostituire Salvatore Papaccio nell’interpretazione di Silenzio cantatore all’audizione di una Piedigrotta della Casa Editrice La Canzonetta, trovò l’occasione di lancio nel mondo della canzone. Da allora, pur essendo in privato legati da grande amicizia, i due divennero rivali per il pubblico, che si divise in due schiere di appassionati del bel canto, rimarcando a scopo commerciale le loro differenze stilistiche. Era un fervente amante di Napoli, cosa che manifestava in ogni occasione.

Vittorio Parisi ottenne i primi successi con Qui fu Napoli (1924) e Quanno tramonta ‘o sole (1928), ed interpretò, in seguito, quasi tutti i brani della tradizione napoletana. Lanciò Dicitencello vuje (1930), Passione (1934) e Na sera ‘e maggio (1938), suoi cavalli di battaglia. Per tutti gli anni ’20 del Novecento incise dischi per l’etichetta discografica Phonotype, dopodiché passò all’etichetta La voce del padrone. Poi, negli anni ’40 incise 78 giri per la Fonit. Negli anni trenta trovò grande successo in America, esibendosi in coppia con la regina degli emigranti Gilda Mignonette.

Dopo un attacco di cuore nel 1949, fu costretto a rallentare la sua attività e a ritirarsi definitivamente dalle scene nel 1951, dedicandosi alla composizione di molte poesie e all’insegnamento di canto, che aveva iniziato con molto impegno già dai primi anni quaranta. Tra i suoi allievi ci fu il giovane Guglielmo Chianese, futuro Sergio Bruni, che il 14 maggio 1944 presentò davanti al pubblico del Teatro Reale di Napoli.

Tra i suoi brani più famosi, si ricordano anche: A sirena, Amor di pastorello, Canzone a Capri, Catena spezzata, I’ te vurria vasà, L’addio, Luna nova, Ninuccia, Piscatore ‘e Pusilleco, Quanno ammore vo filà, Quinnece anne, Rosa avvelenata, Se chiamma mistero, Serenata a Surriento, Serenata napulitana, Signorinella, Stornelli Novecento, Torna maggio e Tu ca nun chiagne.

Gennaro Pasquariello nacque a Napoli l’8 settembre 1869 e, sebbene lavorasse fin da piccolo come aiuto sarto nella bottega del padre, coltivò sempre l’amore per il teatro e il canto.

Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel quartiere del Pendino, lo stesso in cui crebbe la grande cantante Elvira Donnarumma (nata nel 1883), che di Pasquariello fu poi intima amica ed eterna rivale nelle battaglie canore sui carri floreali allestiti nelle feste per la Madonna di Piedigrotta o sulle tavole dei cafés chantants, dove si affermarono come i più originali e apprezzati interpreti della stagione d’oro del teatro di varietà e della canzone napoletana.

Frequentato per qualche mese l’Istituto di belle arti, Gennaro Pasquariello era destinato a imparare il mestiere paterno nella bottega di famiglia. Gli scarsi risultati ottenuti come sarto e le frequenti incursioni clandestine – già a tredici-quattordici anni – in un teatrino di via dei Tribunali, dove ebbero luogo le sue prime improvvisate esibizioni canore e teatrali, indussero il padre a desistere dall’intento. Pasquariello cominciò a frequentare con assiduità i luoghi di ritrovo di capocomici e impresari e a corteggiarli per essere scritturato. Da autodidatta, nel 1883 si unì a un gruppo girovago di dilettanti con cui si esibì a Sarno in numeri di varietà e semplici farse; ottenne poi saltuariamente piccole parti da caratterista in una compagnia raccogliticcia di prosa di cui facevano parte il Pulcinella Giuseppe De Martino, Davide Petito (fratello del più famoso Antonio) e il caratterista Raffaele De Crescenzo; nel 1887 fece le prime comparse come macchiettista al caffè Allocca di via Foria (noto anche come teatro Carlo Allocco). Il debutto ufficiale come cantante fu, sempre a Napoli, nel 1889 al caffè Scotto-Jonno nella galleria Principe, dove presentò il numero ’O scatobbio (in dialetto: il gobbetto).

Firmò il suo primo contratto a diciotto anni e nonostante un fisico poco adatto al ruolo conquistò il pubblico con uno stile canoro sobrio e pulito che all’occorrenza diventava trascinante.

Determinato a dedicarsi alla canzone napoletana, e quindi ad abbandonare i numeri da macchiettista, Gennaro Pasquariello si vide costretto a lasciare la città natale, dove gli ingaggi non gli davano da vivere; soprattutto gli era precluso l’accesso ai locali più ambiti, primo fra tutti il Salone Margherita della galleria Umberto I, dove l’incontrastato beniamino del pubblico, il creatore della macchietta caricaturale e satirica Nicola Maldacea, trionfava al fianco di vedettes internazionali, prima fra tutte, la danzatrice francese Cléo de Mérode.

Fu a Milano che Pasquariello raggiunse il successo, una volta vinte le resistenze dei committenti e del pubblico nei confronti di un repertorio in lingua napoletana. A dispetto degli scarsi studi, si rivelò non solo un cantante di eccelsa bravura e finezza, ma anche un innovatore. Inaugurò uno stile interpretativo originale e personalissimo che fece di lui l’equivalente di un ‘caposcuola’ senza maestri e senza allievi. Costruì, attorno all’unicità di un timbro vocale fuori da ogni schema e attorno a un fisico non granché affascinante, un repertorio canoro teatralizzato di grande versatilità. Per lui vennero coniati termini nuovi come ‘la mezza voce’, ‘il dolcemente sussurrato’, ‘il baritonello napoletano’ (del Bosco, 1981). Da Milano, la parabola ascendente lo portò a Torino, Firenze, Roma e di nuovo a Napoli, dove debuttò infine trionfalmente al Salone Margherita nel 1903. Fu l’avvio di una seconda, fulgida fase della carriera, che lo vide in auge fino alle soglie della seconda guerra mondiale, quando anche la canzone napoletana d’autore cominciò a declinare.

Seppe passare con agio e semplicità dal genere comico al drammatico-sentimentale, accompagnando il canto con una gestualità sobria ed efficace e una sensibilità plastica del volto esibito sempre ‘al naturale’, senza far uso delle trasformazioni procurate con il maquillage. Le sue maggiori innovazioni riguardarono soprattutto il genere comico, nel quale, abbandonata la maniera di Maldacea, inventò l’uso del cambio di giacca per segnare il passaggio dal comico al drammatico. Sostituì ai baffi finti, alle parrucche e ai travestimenti l’utilizzo di cappelli, tubini, giacche e gabbanelle da lui create e adattate per i diversi tipi. Ripudiò i travestimenti, con una sola eccezione, in una tournée all’Hyppodrome di Londra nel 1911, dove si esibì in abiti femminili per la canzone Ninì Tirabusciò musicata da Salvatore Gambardella su versi di Aniello Califano, canzone che grazie a lui conobbe un successo inusitatamente longevo, passando dall’una all’altra interprete per almeno mezzo secolo.

Per quella tournée londinese Pasquariello aveva sconfitto, una volta tanto, una proverbiale paura dei viaggi per mare, a causa della quale aveva sempre rifiutato le numerose offerte di ingaggi provenienti dagli Stati Uniti e dai Paesi del Sudamerica, dove il pubblico degli emigrati italiani prometteva sicuri guadagni.

Si ritirò dalle scene nel 1947 e, in seguito all’inflazione postbellica che svalutò la fortuna acquisita in vita e da lui conservata con parsimonia, visse gli ultimi anni grazie a un sussidio della Società degli autori ed editori (SIAE) e a una sottoscrizione della Presidenza del Consiglio (Vergani, 1990, p. 291). Morì a Napoli il 27 gennaio del 1958.

Tenne in repertorio brani dei massimi autori della musica e della lirica partenopee nella sua stagione d’oro. Molti di loro gli affidarono la prima esecuzione di una loro canzone: nella sua carriera ne ‘battezzò’ più di settanta. Fu questo uno degli indici più alti del riconoscimento delle sue qualità artistiche.

In un genere ‘minore’ com’era il varietà rispetto al teatro drammatico dialettale e in lingua, Pasquariello rappresentò un’eccellenza e un’eccezione. Nella gerarchia del mestiere fu un indiscusso numero uno: per la parsimonia che ne fece una sorta di aristocratico dello spettacolo restio allo sperpero, in un mondo in cui l’esibizione dei guadagni e della fama erano invece segnali del prestigio; e per la fortuna critica e l’apprezzamento raccolto presso un’élite culturale che – da Puccini a Toscanini, da Salvini a Mantegazza, da Ricordi a Tosti – volle ammettere il suo nome e la sua arte nel novero dei ‘grandi’ dedicandogli autografi e scrivendo su di lui (Pasquariello Jr, 1999, pp. 26-40).

Dopo una lunga gavetta nei caffè di Napoli e nei teatri più scalcagnati, nel 1898 formò una sua compagnia con la quale girovagò in vari paesi, finché, nel 1902, ottenne il suo primo lavoro da attore a Milano, e fu la sua fortuna.

I migliori autori napoletani scrissero per lui, dai fratelli Giambattista ed Ernesto De Curtis a Ernesto Murolo fino a Libero Bovio, che insieme a Ferdinando Albano compose Zappatore, portata al successo nel 1928 da Pasquariello molto prima di Mario Merola.

Lanciò anche la notissima ‘O surdato ‘nnammurato di Enrico Cannio e Aniello Califano, pubblicata nel 1915.

Tra i suoi successi anche la popolarissima Balocchi e profumi di E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta – lanciata dal cantante al Teatro Eden di Napoli nel 1928 – Rundinella (Galdieri-Spagnolo), Quann’ammore vo’ filà (Murolo-Tagliaferri), Mandulinata a mare (Califano-Buongiovanni) e Marechiare, musicata nel 1885 da Francesco Paolo Tosti su versi di Salvatore Di Giacomo.

In quel periodo le canzoni si lanciavano con le “copielle”, fogli volanti sui quali venivano stampati i testi, e le “periodiche” rappresentavano i palcoscenici. L’inaugurazione del Salone Margherita (1890) coincide pressappoco con l’inizio della carriera di Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma e altri.

Nel 1932 ebbe la nomina a Commendatore della Corona d’Italia e sposò Vincenzina Romeo, che gli diede quattro figli.

Ma Gennaro Pasquariello non fu solo un interprete, scrisse lui stesso canzoni o ne suggerì gli spunti agli autori a lui vicini, alternando macchiette comiche e travestimenti a melodie struggenti, e diventò con il suo spettacolo uno degli artisti più pagati d’Europa.

Nel 1950, quando annunciò la sua ultima apparizione durante la Festa di Piedigrotta, era ancora famosissimo e benestante, ma l’inflazione del dopoguerra ridusse a niente le grandi somme accumulate nel corso della carriera. Ritiratosi a vita privata in una casa in via dei Mille, a Napoli, gli venne in aiuto una sottoscrizione aperta dalla Presidenza del Consiglio e un sussidio mensile della Società Italiana Autori Editori, con il quale sopravvisse fino al 26 gennaio 1958 quando morì, colpito da ictus cerebrale, circondato dai figli.

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