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Io, donna Marianna, vi racconto la mia storia!

News | 28 Marzo 2019

Sono passati tanti anni ormai, ricordo vagamente le mie vere sembianze, ma chi mi scolpi 2000 anni fa ritenne che io avessi gli occhi grandi, neri, profondi, le labbra piccole ma carnose, la pettinatura in stile greco con le tipiche trecce avvolte sulla testa; avevo trent’anni o poco più, quando mi “immortalarono”. Dovevo essere molto bella, talmente bella da impersonare l’allegoria della bellezza e dell’amore, Afrodite era il mio nome, ma per altri ero Venere.

Qualcuno vedeva in me anche lo spirito della dea Partenope, la madre dell’antica colonia greca, e mi adorarono come loro fondatrice… o forse ero Cibele, la mamma di Zeus. Ero amata e venerata come una dea, la nostra meravigliosa città era di fondazione greca e andava a divenire uno dei luoghi più importanti del mondo ellenico. Dimoravo in un tempio greco-romano che sorgeva nel cuore del centro storico, in via Anticaglia, il decumano superiore, il quartiere greco per eccellenza. Ma le mode cambiano, il tempo passa e chi era non lo è piu.

La mia stirpe, quella greca, che mi creò e mi adorò, si dimenticò di me e della sua origine, poco per volta la mia dimora fu abbandonata all’oblio, gli dèi persero tutto il loro potere e poco per volta il tempo copri di polvere la mia dimora, e tutto diventò buio. Passarono gli anni, i secoli, intanto il mondo sopra di me cambiava, anche il popolo cambiava, chissà se aveva ancora bisogno della mia protezione. Per molti secoli restai al buio, nessuno piu ebbe notizie di me fino a quando, dopo millecinquecento anni, finalmente rividi la luce, ma il mio tempio non esisteva piu e tutto era cambiato attorno a me.

Anche il popolo era cambiato, non sentivo piu parlare l’idioma a me caro, quella lingua greca con cui per tanti anni si pregò per me e mi si venero e, dalla vecchia Neapolis, luogo della mia sacralità, mi portarono li dove il sangue del popolo ribolliva di rabbia e rivoluzione, nella zona del mercato, vicino ad un tempio, ma non era il mio e non vi adoravano me, era la chiesa di Sant’Eligio. Ma anche lì gli abitanti intuirono qualcosa di magico in me e cominciarono a confidarmi ogni segreto, e a me rivolgevano le loro preghiere, suppliche, offerte, lamentele, preoccupazioni, lacrime, pensieri … credevano che io avessi i doni di preveggenza e parlavano con me aspettando una mia risposta. Ero diventato il simbolo della speranza di tutto il popolo, affranto dalle tante ingiustizie quotidiane. Ma come erano lontani e differenti i tempi classici ed eleganti della mia “Neapolis”, intorno a me ora vedevo solo disperazione, fame.

Ero a piazza Mercato quando nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, i soldati spagnoli inferociti dal popolo, mi deturparono il viso poiché ero ormai diventata il simbolo della città e i napoletani, per mio rispetto, proclamarono il lutto cittadino. Ed ero ancora in piazza Mercato, in prima linea, quando nel 1799 i giacobini filofrancesi riconobbero in me “Marianne”, il simbolo femminile nato in seguito alla Rivoluzione Francese, che personificava la nuova Repubblica e i valori sui quali si fondava: libertà, uguaglianza e fratellanza.

Una parte dei napoletani mi amava per questo, ma l’altra parte mi odiava, ero il simbolo avverso alla monarchia e nuovamente, nei tumulti che ne seguirono, fui danneggiata e maltrattata. A salvarmi fu come sempre quell’atavico e misterioso senso di rispetto che mi faceva ritenere sacra. Passarono altri 100 anni e fui di nuovo spostata, venni collocata di fronte alla Chiesa di Santa Maria dell’Avvocata, a pochi metri dalla centralissima Piazza Dante, dove era molto venerato il busto di Sant’Anna; e qui nacque il mio nome attuale, tra la comparazione di Maria Vergine e Anna, e dalla sintesi dei due nomi uscì il mio, Marianna, nome che mi fu definitivamente assegnato, non ero piu la “dea Venere”, ma la popolana “donna Marianna”. Ormai facevo parte del popolo, non ero piu sull’altare ma tra la gente.
Nel giorno di Sant’Anna, le donne popolane mi abbellivano con nastri e fiori per poi inscenare balletti e danze in mio onore; forse per rendermi partecipe della vita cittadina, vicino agli usi e costumi della nuova Napoli.

Passò ancora del tempo, ero ormai abituata alla felice e gioiosa confusione di un vicolo di Napoli, molto differente dalla grigia formalità di un tempio greco, sentivo il chiacchierio delle donne, ero nei giochi dei bambini, ma anche stavolta la mia storia dovette cambiare, e venne la guerra, una guerra crudele e senza limiti. Vidi per la prima volta aerei che sganciavano sulla “mia gente e nei miei vicoli” carichi di morte e distruzioni, tutto crollò intorno a me e anche io fui colpita e danneggiata, e anche stavolta restai cosi per decenni, era ormai il mio destino, affezionarmi al popolo e vederlo morire.morire. Nel 1961 mi prelevarono e restaurarono la mia antica bellezza di dea portandomi in un luogo protetto, forse impietositi dalla mia età, mi chiusero nel museo Filangieri, a due passi dal Duomo. Sarei dovuta essere contenta della mia nuova posizione, dopo 2000 anni finalmente un luogo tranquillo, protetto, ma ero abituata ormai a stare in piazza, ad ascoltare il chiacchiericcio della gente, le suppliche delle popolane, a ricevere le pallonate degli scugnizzi, ad accogliere i colombi su di me e a vedere all’esterno l’alba di un nuovo giorno. Lì nel museo mi sentivo sola e trascurata.

Anche io mancavo al popolo, e nel 2003 crearono una mia copia da esporre lì dove avevo passato la mia seconda vita, nel cortile della chiesa di san Giovanni a Mare, vicino piazza Mercato. Rimessa a nuovo, nel 2011 diventai protagonista del Carnevale al Parco Ventaglieri, a Montesanto, che cadde nel giorno dell’8 Marzo, festa della Donna; fui eletta madrina dei festeggiamenti, simbolo antico sacro-profano di Neapolis icona di rinascita della città, a sottolineare il mio destino di madre della città, questa volta non era Venere ad affacciarsi sul mondo, ma la parte di me che ricordava Partenope, la fondatrice di Neapolis.

Fortunatamente e con mia grande gioia, pochi anni fa anche dal museo andai via, nonostante le vicissitudini passate, il mio spirito di dea aleggia ancora attorno a me, non piu templi o chiese, non piu piazze e tumulti, ma fui messa li dove oggi dimora il potere. Per chi volesse conoscermi e mostrarmi il suo affetto, oggi può trovarmi nel Palazzo Municipale, sul pianerottolo della prima rampa, da dove, come 2000 anni fa’, veglio e proteggo la mia città, in cambio non più sacrifici, omaggi, lustrini e feste, ma sguardi distratti, di gente frettolosa che forse si chiede chi fossi, ma so già che quasi nessuno saprà chi sono, nessuno conoscerà la mia storia, ma va bene così. L’importante è che la mia città sia ancora viva.

(p.s. la storia appena scritta forse avrà delle inesattezze, degli errori, ma tra tutte le versioni lette nessuna è uguale precisamente ad un’altra, tant’è la leggenda che circonda questo viso.
Perciò leggetela cosi com’è, una semplice lettura, grazie.)

Sergio Dattilo

Per questa e altre storie sulla città visita il blog Napoli nei particolari.

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 28 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Marzo 2019

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