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IPOCRISIE MONDIALI

La giornata internazionale dello studente, nulla da festeggiare

Istruzione, scuola, università | 18 Novembre 2020

Ieri si è celebrata la giornata mondiale dello studente. È dal 1941 che ogni 17 Novembre è dedicata un’intera giornata a noi studenti. Una giornata che di solito riempiamo di manifestazioni, sia nella nostra città come nel resto del mondo, per ricordare che in tutto il pianeta siamo 2 miliardi e ancora si fa fatica a vedersi riconosciuti i diritti che ci spettano.

Ma quest’anno non si celebrato nulla, come è purtroppo ovvio. E non c’è bisogno nemmeno di ricordare a cosa siamo ridotti come studenti: la didattica a distanza ormai sembra la normalità. 4, 5, 6 ore di fila dietro un telefono, un pc o un tablet. Sempre per chi ce l’ha. Perché la dad, anche se sembrerà l’unico modo di attuare la scuola in questo momento di ricrescita dei contagi, è in realtà la modalità peggiore di far “funzionare” la scuola. Il divario economico è aumentato, e indietro ci sono rimasti milioni di studenti. Altro che “Nessuno escluso”!

L’istruzione, com’è ora, non è inclusiva. Non è inclusiva perché gli studenti delle classi popolari, quindi figli di lavoratori, disoccupati e delle tante altre categorie a rischio, come prima non avevano la possibilità di comprare i libri o altro materiale scolastico, ora non possono garantirsi una rete adatta – perché credetemi, 20 o più persone connesse a una videolezione farebbero rallentare qualunque rete casalinga – o non possono permettersi un mezzo decente per connettersi, a queste lezioni. Il poco che ci viene dato non basta per tutti. Ad esempio le cedole sono in ritardo. Ma siamo a metà Novembre. Quindi chi non può comprare 300 euro di libri si appende al tram, come diciamo a Napoli.

E questo è il fattore economico. Portante nella questione scolastica, perché non esiste la categoria dello studente e basta. E non esiste nemmeno lo studente di Serie A e B, come spesso viene detto in certi discorsi pregni di retorica, da chi magari la scuola l’ha vissuta anni e anni fa oppure la sta vivendo ora, ma senza capire nulla di ciò che succede. Perché oggi, durante la pandemia, siamo andati oltre la Serie B. Abbiamo finito tutto l’alfabeto. Farà ridere, ma non è una battuta, è un allarme.

Quello che ora noi ragazzi stiamo vivendo è anche la fine di ogni rapporto sociale. Quello che dovrebbe essere distanziamento fisico, è diventato anche distanziamento sociale. Nel vero senso del termine. I ragazzi più fragili psicologicamente sono abbandonati, quelli che nel prossimo trovano un modo per aprirsi e crescere si trovano davanti un muro colorato fatto di schermi. Un esercito di ultimi che nessuno ascolta. Sia che si tratti di un bambino che di un ragazzo di vent’anni. Una generazione traumatizzata.

Il nostro sistema ha dimostrato che all’istruzione non ci tiene, e di noi ragazzi se ne frega. Preferisce sostenere un’economia marcia che, come abbiamo visto, favorisce poche persone e poi chiude le scuole perché non vuole investire nella conoscenza. Eppure lo sappiamo, un popolo, più è ignorante, più si può sfruttare. Ora, con la fine dei rapporti sociali tra studenti, della discussione democratica e del confronto, si sta spegnendo anche la solidarietà. Ma se si spegne quest’ultima fiamma faremo un regalo a chi ci vuole deboli. Non dobbiamo permetterlo.

Questa giornata che si è appena conclusa non è un traguardo. Non è una conquista, non abbiamo vinto nulla. Non abbiamo ottenuto più diritti ma anzi, più andiamo avanti e più si dimostra la necessità di studiare e organizzarci insieme per ottenerli. Tutto questo ci serve a capire che non possiamo accontentarci. Noi studenti non abbiamo nulla da festeggiare.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 18 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Novembre 2020

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