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ISRAELE

Dalla nascita del sionismo all’occupazione della Palestina fino all’odierna apartheid

Altri Sud | 24 Gennaio 2020

Ogni giorno i media ci presentano un paese, Israele, che cresce economicamente, si apre al turismo e che, pur essendo più piccolo della Lombardia, ha un budget militare da far invidia al Brasile e un esercito più grande di quello del Pakistan, eppure fino a 70 anni fa non era nemmeno sulle cartine geografiche.

Provate invece a scrivere le parole Palestina, Gaza o Cisgiodania su google, troverete per lo più notizie di morti, razzi, povertà, razzismo e distruzione antipalestinese.

Dietro questo stravolgimento storico/geografico ci sono motivazioni che risalgono ad appena 130 anni fa. Proveremo a raccontare i fatti salienti che hanno portato alla nascita del sionismo e le motivazioni alla base degli scontri, sfociati oggi in un vero e proprio Apartheid (l’unico non riconosciuto a livello internazionale), che ancora oggi imperversano su quel territorio tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto la cui unica colpa è quella di essere stato citato in un libro scritto 2000 anni fa mal interpretato da qualcuno.

Prima però è bene fare due precisazioni:

  1. L’antisemitismo e l’antisionismo sono due cose completamente diverse

L’antisemitismo è l’avversione nei confronti dell’ebraismo ed è, come sappiamo, un atteggiamento razzista, subdolo, criminale, assassino e pregiudizievole, insomma un reato contro l’umanità, tutta.

Essere contro il “sionismo” al contrario significa essere contro una politica a carattere mafioso dedita all’occupazione illegale dell’autoproclamato Stato di Israele e contro le sue politiche vessatorie.

  1. Il sionismo e il giudaismo sono due cose completamente diverse

Il popolo ebraico non è responsabile per le azioni criminali del governo sionista, il suo unico scopo è sempre stato quello di seguire i comandamenti divini della Torah. Secondo la fede ebraica e la legge della Torah al popolo ebraico è proibito avere un proprio Stato in attesa dell’era del Messia.

Una volta chiariti questi due punti, che ai più potrebbero sembrare banali ma che purtroppo, nonostante siamo nel 2020 non lo sono ancora, passiamo alla cronistoria del conflitto arabo/israeliano e man mano che andremo avanti vedremo queste premesse prendere forma.

1897 – Nascita del Sionismo e dell’idea di Stato Ebraico

Gli ebrei storicamente erano conosciuti come il “Popolo senza Terra”. Nel 1896 un giornalista, Theodor Herz, pubblicò un saggio chiamato “Lo stato Ebraico” in cui proponeva ai governi europei di creare, appunto, uno paese ebraico. L’anno dopo Herzl fondò il Sionismo (da Monte Sion, dove sorge l’antica Gerusalemme), un movimento che si proponeva di far sorgere questo Stato in Palestina.

Herzl pensò alla Palestina per ragioni storico-bibliche. La Palestina, infatti, chiamata “Terra di Israele”, secondo un interpretazione della bibbia, fu promessa da Dio ai discendenti di Abramo e agli israeliti, discendenti di Giacobbe, nipote di Abramo.

1917 – Dichiarazione Balfour – Il Governo Britannico offre una terra al popolo ebraico

 

La Palestina visse sotto il dominio turco fino al termine della I Guerra Mondiale, quando divenne un Mandato Coloniale Britannico.

A quei tempi il territorio della Palestina era molto vasto e comprendeva il territorio oggi conosciuto con il nome di Israele, la Cisgiordania, la striscia di Gaza e il Regno di Giordania.

Nel 1917, il Ministro degli Esteri inglese, Arthur Balfour, scrisse una lettera indirizzata a Lord Rothschild, allora referente del movimento sionista in Inghilterra, con la quale affermava di guardare con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina.

Il Ministro Balfour precisò:

nulla deve essere fatto in modo che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina

ma come vedremo, questa parte rimarrà solo sulla carta.

Da quel momento per il popolo palestinese la vita non fu più la stessa.

1918 – La Prima migrazione Ebraica

Sotto il mandato britannico iniziò una migrazione di dimensioni “bibliche” e la Palestina passò dagli 83.000 cittadini ebrei del 1915 ai 360.000 della fine degli anni 30, circa un terzo della popolazione totale.I problemi con i palestinesi cominciarono immediatamente.

Negli anni 20 e 30 numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei neonati movimenti palestinesi che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l’esercito di Sua Maestà , i residenti arabi-palestinesi e i gruppi armati di sionisti. Le motivazioni erano legate principalmente alla modalità di assegnazione delle terre amministrate dagli inglesi e cedute ai sionisti.

1936 – La Grande Rivolta arabo-palestinese

La tensione salì alle stelle e gli arabi, coscienti che di lì a breve sarebbero diventati una minoranza nel loro stesso paese, prepararono la controffensiva.

Così nel 1936 scoppiò una sanguinosa rivolta. Il Mufti di Gerusalemme fondò il “Supremo Comitato Arabo” che proclamò uno sciopero generale chiedendo la fine del Mandato Britannico e l’indipendenza della Palestina.

I Britannici mobilitarono 20.000 uomini e cooperarono con la Haganah (organizzazione militare sionista) forte di 15.000 uomini.

Seguirono 3 anni di rivolte che portarono a 5.450 morti, di cui 5000 palestinesi. I principali capi arabi furono arrestati o espulsi.

1939 – Il “Libro Bianco”

La fine dell’amicizia con la Gran Bretagna e l’inizio di quella con gli Stati uniti

La Gran Bretagna cominciò lentamente a cambiare opinione nei confronti del movimento sionista, giudicato troppo violento e arrivista, così decise di negargli il totale appoggio politico tramite l’emanazione del “Libro Bianco”.

Il documento, redatto nel 1939, concesse dei limiti all’ immigrazione ebraica sia in termini temporali che di numerosità “5 anni e non più di 750.000 persone”. Tra i punti più importanti ci fu l’introduzione di limiti alla vendita di terreni agli ebrei e l’ipotesi di uno stato di etnia mista a maggioranza ebraica.

La Federazione Sionista non accettò il diktat britannico e trovò negli Stati Uniti il suo nuovo alleato forte in Occidente.

1947 – La fine della Seconda guerra mondiale e la nascita dello Stato di Israele con la Risoluzione 181

L’olocausto fece emergere una nuova emergenza per la creazione di un focolare ebraico in Palestina.

La Gran Bretagna, stanca dei continui attacchi sionisti, rimise il mandato all’ONU che si trovò ad affrontare una situazione ingestibile e per di più in un momento storico dove tutti erano comprensibilmente attenti alle sorti della popolazione ebraica.

In Palestina il popolo ebraico costituiva un terzo dei residenti pur possedendo solo il 7% del territorio. Era necessaria una risoluzione immediata.

Così il 15 maggio 1947 l’ONU fondò l’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), un organismo comprendente 11 nazioni “minori” per permettere una maggiore neutralità.

L’UNSCOP , votò per la creazione di due Stati Indipendenti firmando il “Piano di ripartizione della Palestina” che prevedeva un 56% di territorio ai cittadini ebrei e un 44% agli arabi palestinesi con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

Naturalmente la sola pronuncia di questa risoluzione portò ad una guerra civile in Palestina.

1948 – Guerra civile in Palestina e Nascita dello Stato di Israele

Nello stesso anno Londra ritirò anche le proprie truppe lasciando il paese in balia del caos con i gruppi militari e paramilitari sionisti e arabi che si scontrarono pesantemente portando danni soprattutto alla popolazione rurale, di entrambe le etnie.

Nel maggio 1948 David Ben Gurion, capo del governo ombra sionista, proclamò unilateralmente l’indipendenza dello Stato di Israele.

1948-1949 – La I Guerra Arabo-Israeliana e Accordi di Rodi

La Lega Araba, che non aveva mai accettato né risoluzione ONU né l’auto-dichiarazione di indipendenza di Israele, scatenò una guerra di liberazione .

Alcuni paesi arabi come Egitto e Giordania scesero in campo al fianco dei palestinesi ma a prevalere furono ancora i sionisti che occuparono la Galilea (al sud del Libano) mentre l’Egitto occupò la striscia di Gaza e la Giordania prese la Cisgiordania.

La spartizione dei territori, sancì inoltre che Israele prendesse solo la parte ovest di Gesusalemme, mentre la Giordania mantenesse il controllo della parte est della città, che tuttora è abitata in prevalenza da palestinesi.

Gli unici che non presero niente furono i palestinesi che rimasero senza Stato.

L’accordo alla base della spartizione dei territori post-guerra fu il cosiddetto “Armistizio di Rodi” del 1949 dove i firmatari furono Israele e tutti i paesi arabi confinanti. Tutti i confini stabiliti in questo armistizio sono chiamati “Green Line”.

Quasi 750.000 palestinesi sfollati si rifugiarono nei vicini paesi arabi, solo 150.000 rimasero in Israele. Al contrario circa 600.000 ebrei fuggirono in Israele.

La Guerra del 1948-49 tracciò un solco non solo tra i paesi arabi e Israele ma in particolar modo portò ad una rottura tra paesi arabi e Occidente, considerato, a ragion veduta, il vero responsabile della delegittimazione della Palestina.

1967 – La Guerra dei 6 giorni e la risoluzione 242 delle Nazioni Unite

Fino al 1967 ci furono molti altri scontri minori che però non modificarono l’assetto geografico.

Il 5 Giugno 1967 l’esercito israeliano, in violazione degli accordi Rodi, diede il via alla cosiddetta “Guerra dei 6 giorni”. Ci furono attacchi aerei a sorpresa che annientarono la quasi totalità delle forze aeree di Egitto, Siria, Giordania.

Con questa vittoria lampo e colpendo “alle spalle” i nemici, Israele arrivò ad occupare:

Le Nazioni Unite ancora una volta intervennero timidamente, questa volta con la risoluzione 242 detta “Terra in cambio di Pace” che prospettava un riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei Paesi Arabi in cambio della restituzione dei territori occupati nella guerra dei 6 giorni (senza far riferimento ai precedenti conflitti).

Nonostante la risoluzione, da quel momento anche Gerusalemme est sarà sotto il controllo di Israele, così come la Cisgiordania che da allora saranno riconosciuti con l’acronimo di OPT (territori palestinesi occupati).

Il tutto nonostante l’opposizione (sempre molto morbida) dell’ONU e dei principali organismi occidentali che però, va detto, non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est, fatta eccezzione per gli Stati Uniti d’America.

1987-95 – La “Prima Intifada” e gli accordi di Oslo. Il riconoscimento di un Autorità Nazionale Palestinese a Gaza e Cisgiordania

Nacque quindi un movimento di protesta palestinese denominato “La prima Intifada” (dall’arabo “scossa”) con il tentativo di combattere l’occupazione Israeliana. Il movimento però non ottenne risultati concreti, alla fine delle rivolte, durate 6 anni (1987-1993), un numero stimato di 1100 Palestinesi fu ucciso da soldati israeliani e coloni. I Palestinesi uccisero 160 Israeliani.

La prima Intifada terminò con gli accordi di Oslo del 93 e 95 in cui Israele riconobbe ufficialmente l’esistenza di una controparte palestinese, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Arafat, e la Palestina riconobbe Israele.

Venne quindi prospettata un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), una sorta di Stato, a Gaza e in Cisgiordania, autorità di cui Arafat fu il primo Presidente.

L’apertura di Arafat non venne presa bene da tutti in patria e in quel periodo alcuni gruppi nazionalisti palestinesi di matrice islamica, critici nei confronti dell’OLP, si organizzarono sotto il controllo di Hamas (Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya – Movimento Islamico di resistenza).

Oltre alle violenze gli anni 90 furono gli anni di nuove ondate di coloni ebrei soprattutto in Cisgiordania e a Gerusalemme, meno a Gaza, che smise di essere colonizzata negli anni 2000.

Ad oggi al popolo autoctono resterebbe ufficialmente solo la Cisgiordania (parzialmente occupata da coloni israeliani), la Striscia di Gaza (controllata da Israele) e Gerusalemme Est (parzialmente occupata da coloni israeliani).

2000 – La “Seconda Intifada”

La Seconda intifada è stata la rivolta palestinese esplosa a Gerusalemme il 28 settembre del 2000, in seguito estesa a tutta la Palestina. La ribellione fu scatenata da una visita “provocatoria” dell’allora capo del Likud (partito Israeliano di destra), Ariel Sharon, al Monte del Tempio, luogo sacro sia per i musulmani che per gli ebrei. La visita di Sharon fu vista come una provocazione da parte dei musulmani che scatenarono una guerra.

La Seconda Intifada portò a circa 5000 morti di cui l’80% palestinesi.

Situazione attuale. Cosa resta della “Palestina” e dei palestinesi

Ad oggi i Palestinesi non emigrati in occidente sono divisi in maggioranza tra Stato di Palestina 4,75mln (Cisgiordania 2,9mln e Striscia di Gaza 1,85mln), Giordania 3,5mln e Israele 1,47mln, questi ultimi vengono definiti “cittadini arabi di Israele”, apolidi nella loro stessa terra. Né israeliani, né palestinesi.

I palestinesi della Cisgiordania e di Gaza hanno il passaporto verde e la cittadinanza palestinese, rilasciati dall’ANP.

I palestinesi di Gerusalemme est (da non confondere con i cittadini arabi di Israele) hanno la residenza permanente di Israele, indicata da un passaporto blu (sono chiamati infatti anche “arabi blu”), ma non hanno nessuna cittadinanza.

Striscia di Gaza e Cisgiordania. Due territori ostaggio dell’omertà internazionale

Striscia di Gaza

La striscia di Gaza ha una superficie di 360km² e una popolazione di 1.760.000. Questo ne fa il paese con la densità abitativa più alta al mondo per un “quasi Stato”, quasi perché Gaza gode di una certa autonomia ma subisce ancora il controllo di Israele.

Il Controllo su Gaza ha avuto la forma di occupazione fino al 2005, anno in cui è stato approvato il “Piano di disimpegno unilaterale israeliano”, attuato dopo aver sfruttato e portato al default la Striscia, in cui sono state  intraprese 2 azioni principali:

  1. Distruzione e evacuazione di 21 insediamenti israeliani e sfratto di tutti gli abitanti, in molti casi con la forza. Nell’ambito della stessa operazione sono stati distrutti anche 4 insediamenti in Cisgiordania.
  2. Attuazione del cosiddetto “Blocco della Striscia di Gaza”, con cui Israele ha un’amministrazione esclusiva in materia di:

In sostanza da Gaza non si entra e non si esce senza l’autorizzazione di Israele. Ed è a questo regime vessatorio che si deve il consenso verso il Movimento Islamico di Resistenza, detto Hamas.

La Striscia di Gaza è un’area separata dal resto dei territori palestinesi ed ha una densità altissima di 5mila abitanti per chilometro quadrato. L’alta densità è da una parte un deterrente per gli attacchi israeliani, infatti Hamas posiziona volente le sue basi nelle zone a più alta densità, dall’altra un rischio in quanto l’esercito israeliano non sempre fa differenza tra civili e militari.

Inoltre a causa dell’estrema povertà (il tasso di disoccupazione è superiore al 50%) molti palestinesi della Striscia tentano fortuna in Israele tentanto di scavalcare le mura separatorie, purtroppo l’epilogo è sempre lo stesso.

Le ultime persone che hanno provato a scavalcare le recinzioni ci hanno provato martedì 21 gannaio 2020, si chiamavano Mohammed Hani Abu Mandeel, Salim Zuwed El-Na’ami e Mahmoud Saeed. Avevano solo 17 anni e cercavano solo la libertà.

Cisgiordania

La Cisgiordania fa parte, insieme alla striscia di Gaza, dei territori palestinesi. A seguito della Guerra dei 6 giorni gran parte del territorio è considerato OPT in violazione degli accordi internazionali.

Con gli accordi di Oslo si cercò di arginare l’occupazione e la Cisgiordania venne, sulla carta, lasciata al popolo palestinese suddividendola in aree che ne fanno, de facto, una provincia israeliana:

Naturalmente solo il 4% dell’intera popolazione palestinese in Cisgiordania ha scelto in questi anni di vivere nell’Area C.

Questi accordi in realtà non fecero altro che rafforzare il seme della colonizzazione in tutto il territorio palestinese e sono la principale causa dell’allargamento odierno dei confini israeliani e il conseguente restringimento di quelli palestinesi operato con un abbattimento massiccio di edifici.

Gerusalemme: la città contesa

Gerusalemme è la capitale (proclamata e riconosciuta) dello Stato di Palestina ma è anche quella (autoproclamata e non riconosciuta) dello Stato di Israele e simbolo tangibile del sionismo. In seguito agli accordi di Rodi infatti si sancì che Israele avrebbe avuto diritto solamente alla parte ovest della città.

Purtroppo l’esercito israeliano, dopo averla integralmente occupata nella Guerra dei 6 giorni non l’ha mai più lasciata nemmeno dopo la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ne chiedeva “il ritiro immediato”.

Nel 1980 a dispetto di qualsiasi accordo precedente il parlamento israeliano ha approvato una legge fondamentale (l’equivalente di un emendamento costituzionale) rendendo, unilateralmente, “Gerusalemme, unita e indivisa” e Capitale dello Stado di Israele ( dal 1950 Gerusalemme era solo la capitale “proclamata” ma assunse un valore legislativo solo nel 1980).

Tale autoproclamazione viòla i confini stabiliti nel 1949 (la cosiddetta “green line”) etichettando Gerusalemme est come OPT “territorio occupato”, etichetta ufficializzata con l’ennesima risoluzione ONU, la 478.

Gli unici a considerare Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele sono gli Stati Uniti d’America che, per rinforzare questa posizione agli occhi del mondo, nel 2018, sotto l’amministrazione Trump hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, generando inevitabili scontri e rivolte a Gaza.

Situazione odierna. Dall’occupazione all’Apartheid invisibile

Secondo un rapporto di Amnesty International su Israele e sui territori occupati oggi la nuova legislazione israeliana ha consolidato una forte discriminazione nei confronti di cittadini non ebrei. Le forze israeliane hanno ucciso solo nel 2018 oltre 290 palestinesi, di cui 50 bambini e quasi tutti sono stati uccisi senza rappresentare una minaccia.

Israele ha inoltre imposto illegalmente il cosiddetto “Blocco della Striscia di Gaza” per l’undicesimo anno consecutivo sottoponendo circa 2 milioni di persone a punizioni collettive aggravando così una fortissima crisi umanitaria.

Le libertà di movimento per i palestinesi in Cisgiordania è limitata attraverso un sistema di posti di blocco militari e blocchi stradali.

Le autorità israeliane hanno arrestato illegalmente in Israele migliaia di palestinesi nei territori OPT trattenendone centinaia in detenzione amministrativa senza accusa né processo.

Torture e altri maltrattamenti di detenuti, compresi bambini, sono stati comprovati e restano impuniti. Israele ha inoltre continuato a demolire case e altre strutture palestinesi in Cisgiordania e nei villaggi palestinesi all’interno di Israele, sfrattando con la forza i residenti.

Il sistema giudiziario israeliano in tutto questo ha continuato a non garantire adeguatamente responsabilità e risarcimento alle vittime in violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani stessi.

Nell’ambito dello stesso rapporto è stata stilata una lunga lista di azioni vessatorie commesse dal governo israeliano che limitano la vita dei palestinesi in termini di:

Ogni giorno in rete e sui media ci giungono foto e video sensibili di nuove violenze, nuovi abusi e non solo verso i cittadini arabi ma anche verso i cittadini ebrei che si oppongono al governo sionista, o verso i giornalisti nazionali e esteri che cercano di documentare l’apartheid.

Di seguito alcune segnalazioni giunte solo negli ultimi mesi:

Naturalmente il dramma dell’occupazione palestinese non è vissuto solo in Palestina o Israele ma è un dramma che da 70 anni vivono anche i profughi. Palestinesi che nelle varie fasi della storia sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini. Apolidi senza cittadinanza e senza possibilità di rientrare nella propria terra dove sperano di trovare ancora le loro case.

Il dramma di una di queste famiglie è stato perfettamente documentato da un reportage di Pietro Stefanini per aljazeera.com.

L’arma della parola “Antisemitismo” utilizzata per proteggere Israele da ogni critica

Come anticipato in apertura è fondamentale per tutti noi conoscere e distaccarsi dalla parola “antisemitismo”. Denunciando il regime di Israele non siamo antisemiti ma antisionisti.

Provate ad immedesimarvi per un momento nella vita di un palestinese. Immaginate che vostro padre, fratello, sorella, madre, figlio, figlia o chiunque vogliate bene, sia sceso a comprare il pane.

Pensate solo per un attimo che per tutta la durata del tragitto da casa al panificio, corra un rischio reale, concreto, di essere strattonato, offeso, bullizzato, picchiato, arrestato o che sia obbligato a tornare a casa accompagnato da un gruppo di poliziotti e da una ruspa, pronti ad abbattere la vostra casa per il solo fatto di non essere come loro.

Non ci riuscite, lo so, è normale. Nessuno può riuscire ad immedesimarsi nella vita di queste persone, illegali nelle loro case, colpevoli del reato di esistere o meglio di “non esistere”.

Adesso pensate a tutti i film visti all’Apartheid per cui ha lottato Martin Luther king o alle battaglie di Nelson Mandela o ancora al dramma dell’olocausto.

In quegli anni il ritorno alla normalità fu possibile grazie alla consapevolezza di tutto il mondo, molti uomini scossero le coscienze dormienti degli ignavi e ovunque si crearono movimenti libertà. A volte c’è voluta una guerra e a volte dure battaglie e sempre migliaia di morti o milioni.

Il razzismo e l’antisemitismo sono finiti perchè il cuore dell’uomo inconsapevole è stato trafitto dalle grida dai giornali, dei governi, dei ribelli e degli eroi. La consapevolezza ci ha unito e la verità ha sempre vinto, anche se sempre troppo tardi, ha sempre vinto.

Adesso nessuno canterà della palestina, nessuno parlerà al Tg e pochissimi giornali ne scriveranno. Nessuno ci farà sentire le grida di dolore di una donna a cui è stata strappata la casa o ammazzato un figlio e non succederà perchè lo Stato di Israele, l’Europa, l’America, l’Italia, la Francia, l’ONU e il resto del mondo sono legati da un filo sottilissimo di omertà collegato a una parola che ci sparano in faccia ogni volta che proviamo ad accostare le parole Israele e Apartheid.

Ci accuseranno di “antisemitismo” ma questa volta noi gli parleremo della differenza tra antisemitismo e antisionismo, gli parleremo del fatto che anche gli ebrei sono antisionisti  perchè anche loro non ne possono più:

“Io non sono antisemita! Io sono antisionista e se aprissi davvero i tuoi occhi lo saresti anche tu!”

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 24 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 24 Gennaio 2020

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