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Jorit e la forza “non violenta” del simbolo

News | 11 Ottobre 2018

Quello simbolico è  il più antico tra i linguaggi. Universale, comprensibile sempre e a chiunque come una lingua scolpita nell’animo. Trascende le basilari norme grammaticali e le regole necessarie per la corretta articolazione di una frase di senso compiuto pur essendo capace, il più delle volte, di veicolare e trasmettere messaggi altamente significativi.

C’era un tempo in cui gli uomini esternavano paure ed emozioni attraverso simboli incisi sulla nuda pietra delle caverne che abitava. Le Grotte di Lascaux, in Francia o quelle di Altamira, in Spagna  – ad esempio – diventano una finestra aperta sulle storie dei primi abitanti del pianeta i quali, prima ancora della scrittura, avevano assaporato la bellezza (che si accompagnava alla necessità) di comunicare la propria visione del mondo attraverso simboliche rappresentazioni.

Nessuno, dunque, ha mai davvero dovuto “inventare” i simboli. Caratterizzati da immediatezza ed eloquenza nella trasmissione di un concetto anche complesso, diventano capaci di colpire l’intimità di chi lo recepisce senza il bisogno di dover essere spiegato.

Sarà forse anche per questa ragione che, nel dipanarsi di una storia che è diventata – inevitabilmente – sempre più complessa i simboli sono diventati strumento contro dittature e totalitarismi, armi nelle mani del popolo contro l’arroganza del potere o l’ingiustizia dei governanti di turno. In qualsiasi parte del mondo. Sempre.

L’aggressione all’artista napoletanoJorit Agoch – oltre che indignare dovrebbe far riflettere per questo. Quanto può essere pericoloso un murale raffigurante il volto di Ilaria Cucchi?  Cosa c’è di pericoloso nello sguardo di Sandro Pertini?

Eppure, quel Consigliere di (estrema) destra deve aver intuito un messaggio fastidioso, in pieno contrasto con le sue posizioni ideologiche.

Nei colori utilizzati dall’artista emergono, infatti, le storie del continente africano che l’artista ha più volte visitato. Quei segni sul volto, marchio di fabbrica di Jorit, raccontano la tradizione rituale tribale che – proprio con quelle cicatrici – stabilisce il passaggio dall’infanzia all’età adulta e l’appartenenza alla tribù.

Nelle periferie dimenticate di Napoli e del mondo la potenza dei simboli diventa, al contempo, strumento di protesta e icona di assoluta – possibile – bellezza.
E se questi simboli scatenano ancora certe reazioni è il caso di dire che si sta andando, da questo punto di vista, nella giusta direzione.

Nella Napoli che apprezza ed ama le opere simboliche di Jorit e sa cosa vuol dire sentirsi parte dell’unica tribù umana, nessuno dovrebbe permettersi di affermare:  “Te ne devi andare da qua, altrimenti abbuschi tu e tutti quanti“. E se a dirlo è uno che si sente “fratello d’Italia” è il caso di richiamare con forza, ancora una volta, la simbolica appartenenza alla famiglia umana, molto più grande e sempre aperta.

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 11 Ottobre 2018 e modificato l'ultima volta il 11 Ottobre 2018

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