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L’ANALISI

Juventus-Napoli è il delirio di onnipotenza del calcio italiano

Sport | 15 Ottobre 2020

Non ci saremmo aspettati nulla di diverso dalla sentenza emessa ieri dal Giudice Sportivo sulla mancata disputa di Juventus-Napoli. La decisione di punire il Napoli con la sconfitta a tavolino e un punto di penalizzazione in classifica rappresenta l’ennesima manifestazione di quel delirio di onnipotenza che attanaglia l’universo calcistico italiano. Del virus non ce ne può fregar di meno, noi tiriamo dritti per la nostra strada.

Il tutto nel nome di norme e Protocolli che, per inciso, dinanzi a provvedimenti della pubblica autorità assumono la stessa valenza di un regolamento condominiale. Perlopiù in un contesto globale di emergenza sanitaria.

Prima ancora che rispettate, le sentenze andrebbero lette e comprese. Consci e consapevoli del fatto che, in un modo parallelo senza colori, le due cose possano non andare automaticamente a braccetto. Nel caso di specie, poi, il dispositivo emesso dal giudice Mastrandrea è di appena sette pagine che, escluse le premesse e le considerazioni finali, diventano cinque.

Non uno sforzo disumano, ecco.

Le motivazioni del Giudice Sportivo

Sintetizzando non più del dovuto, la sentenza afferma che la mancata presenza del Napoli in quel di Torino, la sera dello scorso 4 ottobre, non integra la fattispecie dell’impossibilità della prestazione per insussistenza della forza maggiore.

Insomma, per il Giudice Sportivo gli Azzurri a Torino ci potevano andare, Juventus-Napoli si doveva giocare. Motivando però che la sua interpretazione è limitata all’applicazione di una norma federale avente valore organizzativo interno; prescinde del tutto dalla valutazione della diligenza avuta dal Napoli nel rapportarsi con le Autorità sanitarie. In pratica, il giudice Mastrandrea precisa – e lo fa più volte nella stesura della sentenza, a partire dalle primissime righe della ‘Premessa’ – che il suo non è un giudizio di merito.

Non decide né se i provvedimenti adottati siano legittimi, né se il caso di specie potesse configurare una loro possibile disapplicazione. Semplicemente perché non può, non essendo l’organo preposto e competente a farlo. Di contro, però, si contraddice, dal momento che fa le pulci al testo contenuto nelle comunicazioni inviate dall’ASL e al comportamento tenuto dal Napoli.

Sempre e soltanto nel nome delle regole della FIGC e del Protocollo.

Nel primo caso, ritiene che i provvedimenti emessi dalle ASL siano stati gradualmente più restrittivi a causa delle richieste di chiarimento fatte dal Napoli. Fino all’espresso divieto di recarsi a Torino, ritenuto elemento avulso rispetto alle precedenti disposizioni e non una loro prosecuzione in quanto ‘unicum’ decisionale.

Nel secondo, invece, sostiene sia stato il club azzurro a mettersi nelle condizioni di non partire, chiedendo i chiarimenti del caso alle Autorità sanitarie e cancellando il volo charter che avrebbe dovuto portare la squadra nel capoluogo piemontese prima che giungesse l’esplicito divieto alla partenza.

Se non è un processo alle intenzioni, poco ci manca.

Punirne uno, per educare gli altri

Più che sportiva, la sentenza di ieri su Juventus-Napoli ha caratteri profondamente politici. È lo strumento con cui il mondo del calcio ha scelto di marcare il suo territorio, segnando sempre più marcatamente la sua imbarazzante estraneità dal mondo reale e mostrandosi deliberatamente infastidito se qualcuno osa dare più peso e ascolto a quelle dello Stato.

“Punirne uno, per educarne cento”, avranno pensato in Lega Calcio. E poco importa se il venerdì i calciatori del Napoli non venivano convocati in Nazionale per la positività di Zielinski, per poi statuire che la domenica la squadra poteva presentarsi a Torino. Perché il pallone è cieco. Rivendica un ruolo sociale, ma si estranea dal mondo reale. Perché dalla tana ovattata in cui si è rinchiuso, non si rende conto che i contagi stanno aumentando, le scuole chiudendo e le terapie intensive vanno riempiendosi, con territori interi in preda alla paura di un nuovo lockdown.

Juventus-Napoli, in un simile contesto, è l’ultimissimo dei problemi.

“Lo spettacolo deve proseguire, costi quel che costi”, avrebbe potuto scrivere il giudice Mastrandrea. Si sarebbe senz’altro evitato imbarazzo e fatica gratuiti. Ma nulla avrebbe potuto, in questi termini, per scongiurare una battaglia legale che rischia di essere la Waterloo del calcio italiano.

O, comunque, la sua apripista.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 15 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Ottobre 2020

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