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LA BEFFA

L’indicatore che punisce le università del Sud: meno entrate, meno fondi assegnati

Istruzione, scuola, università | 29 Settembre 2020

Tra i tanti settori che rischiano forti ripercussioni a causa della pandemia troviamo sicuramente l’istruzione universitaria. Per quanto non risalti nelle prime riflessioni correlate alla crisi economica post-covid, l’epidemia, con famiglie più povere e quindi costrette a maggiori sacrifici, potrebbe comportare un calo drastico d’immatricolazioni, impattando peraltro su una percentuale nazionale già di per sé inferiore se raffrontata agli altri paesi europei, e che si attesta appena al 40% dei ragazzi in età da università.

Con un tale scenario molti atenei cercheranno di alzare la soglia Isee per il calcolo delle tasse, permettendo di accedere alle iscrizioni a una platea più ampia di persone. Ma questa iniziativa, sicuramente lodevole in tempi bui come quello che stiamo vivendo, potrebbe tuttavia rivelarsi una beffa clamorosa per le università del Sud.

Lo strano meccanismo di assegnazione dei fondi

Il sistema di ripartizione delle risorse tra le università italiane continua infatti a essere particolarmente arzigogolato. Ne è un esempio, indirettamente, il decreto del ministero inerente le possibilità di reclutamento del personale docente per il 2020 appena entrato in vigore. Un quadro di regole alquanto complesse, fra cui spicca l’indicatore relativo alle entrate complessive degli atenei, somma dei finanziamenti ministeriali e dell’introito delle tasse universitarie, che – come noto – sono di gran lunga maggiori nelle Università del Nord anche a causa del fenomeno della migrazione universitaria dei tanti giovani che partono dalle regioni meridionali per studiare negli atenei delle regioni del Nord. La cosiddetta migrazione intellettuale ha ormai raggiunto numeri impressionanti in Italia, con circa 25 mila diplomati che ogni anno abbandonano il Mezzogiorno per immatricolarsi negli atenei di Lombardia, Veneto, Lazio ed Emilia Romagna.

Considerato inoltre che i redditi dei nuclei familiari settentrionali sono maggiori rispetto a quelli del Sud, è facilmente intuibile come gli atenei del Nord potranno accedere agevolmente al sistema di reclutamento di nuovo personale docente, contando su maggiori introiti nonostante l’ipotesi di innalzamento della soglia Isee. Al contrario, gli istituti universitari meridionali dovranno barcamenarsi tra l’evitare una dirompente “emorragia” di iscrizioni e dover rinunciare alle già esigue possibilità di assunzione di nuovi docenti.

Le proiezioni del ministero

A confermare questo sconfortante scenario sono gli stessi dati disponibili sul sito del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) dove le percentuali di assunzione di nuovi professori al Nord in base ai pensionamenti in atto sono molto alte (245% Politecnico di Milano, 237% Bergamo, 149% Padova, 139% Bologna), le stesse “chanches” si riducono notevolmente se guardiamo al Sud (81% Bari, 59% Catania). Dinamiche che insistono anche per altri importanti atenei, portando il Mezzogiorno ad avere appena 6 istituti su 23 al di sopra del 100%.

Piuttosto che potenziare gli atenei più fragili – spesso collocati nelle aree più depresse del Paese – intervenendo laddove i livelli di istruzione standard non sono garantiti, si continua dunque a favorire le solite università più ricche, alimentando un sistema viziato che genera enormi scompensi tra territori che – sulla carta – dovrebbero avere pari diritti e opportunità.

Antonio Barnabà

Un articolo di Antonio Barnabà pubblicato il 29 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Settembre 2020

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