martedì 26 marzo 2019
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LA BUONA NOTIZIA

Palazzo Penne, il ministro sollecita il restauro alla Regione dopo la denuncia di De Stasio

Beni Culturali | 9 Marzo 2019

E’ soddisfatto il consigliere municipale della II, Pino De Stasio. Il Ministro della Cultura Alberto Bonisoli ha accolto la sua lettera appello su Palazzo Penne. ” Ringrazio il ministro e finalmente anche la Sovrintendenza che, dopo alcuni anni di silenzio, mi ha scritto citando alcuni “passaggi” e mie sollecitazioni. Ha poi esortato l’Ente Regione (proprietaria del prezioso immobile ) per gli interventi di restauro e messa in sicurezza. Qualcosa sta cambiando!”

Garella, il sovrintendente che ignora qualsiasi appello, stavolta dopo le sollecitazioni del ministro ha preso carta e penna e ha scritto alla Regione, chiedendo di intervenire urgentemente su Palazzo Penne che costituisce uno dei pochi esempi rimasti di architettura angioino-durazzesca che sia giunto sino a noi. La famiglia da Penne (originaria della cittadinanza abruzzese) giunse a Napoli ai tempi di Roberto d’Angiò, con Luca da Penne, uno tra i più importanti giuristi dei tempi angioini. A far costruire il palazzo fu Antonio di Penne anch’egli giurista, consigliere e segretario di Ladislao di Durazzo.

Nelle fascia marmorea del portale una lapide ricorda l’anno di costruzione del Palazzo, il 1406, grazie a un’incisione che recita XX ANNO REGNI – REGIS LADISLAI – SUNT DOMUS HAEC FACTE – NULLO SINT TURBINE FRACIE – MILLE FLUUNT MAGNI – BISTRES CENTUM QUATER ANNI.

Non si hanno invece notizie certe a proposito dell’architetto ideatore. Secondo alcuni fonti storiche architetto del palazzo fu Baboccio da Piperno che lavorò assiduamente per i Penne, come attesta la tomba Penne, che si può ancora ammirare a Santa Chiara. Il palazzo congiunge, come il Palazzo Carafa, elementi catalani con quelli toscani (bugne in facciata) e si compone di tre piani, di cui uno al livello del cortile interno e due sfalsati in corrispondenza della scala interna.

Antonio di Penne antepose, ad un’imponente palazzo tradizionale, un’abitazione comoda e ben disposta su un terreno che scendeva gradatamente verso il mare seguendo il pendio di Santa Barbara, che oggi conduce in via Sedile di Porto, alle spalle di Piazza della Borsa. A tale fine si deve la soluzione adottata che prevede più corpi di fabbrica a quote differenti, alternati a giardini e cortili. Nella sua forma completa il palazzo aveva un cortile porticato con pilastri polistiliil corpo della facciata formava un unico ampio salone cui faceva seguito il cortile con a sinistra la stalla e di fronte il corpo principale del fabbricato; altri ambienti si aprivano su un secondo cortile, dal quale, per una scalinata, si scendeva in un atrio con fontane e statue, con uscita sul pendio di Santa Barbara.

La facciata, elemento distintivo del palazzo, è rivestita da piccole bugne in pietra rettangolari e coronata da un cornicione, anch’essa con bugne, sostenuto da archetti acuti trilobati. Sul secondo ordine di bugne del cornicione si individuano scolpiti dei gigli angioini ed è inoltre riprodotta la corona reale, in onore di re Ladislao, e delle piume, stemma della famiglia del fondatore. Scomparsa la famiglia Penne (non si conoscono i motivi, se per estinzione o per allontanamento forzato causa l’arrivo degli aragonesi) la proprietà passò in poco tempo ai Rocca, poi, nel 1558, ai Scannapieco ed infine ai Capano, che la tennero per poco più di un secolo.

Nel 1683 fu ceduta all’Ordine dei Padri Somaschi della vicina chiesa San Demetrio. Dopo la soppressione degli ordini religiosi, durante il decennio di dominazione francese del primo Ottocento, il palazzo fu acquistato dal celebre vulcanologo, l’abate Teodoro Monticelli, che abitò il terzo piano del palazzo. La sua casa era un vero e proprio museo di mineralogia ed era comprensiva di una ricca biblioteca; era frequentata da illustri studiosi dell’epoca. L’abate morì nel 1845 ed il museo e la biblioteca furono donati all’Università, mentre il palazzo finì ai suoi pronipoti.

Allo stato attuale dei fatti, però, un intervento di restauro e gestione del Bene Culturale è necessario al fine di permettere che questo tesoro non vada perso.

In effetti Palazzo Penne doveva rinnovarsi in un polo letterario, un’officina per migliaia di studenti universitari, luogo detentore di laboratori culturali atti a formare intellettuali e professionisti competitivi.

Era quanto si attendeva nel biennio 2002-2004 quando la Regione Campania acquistò l’edificio, allora privato, per la cifra di 5 milioni di euro, e, in seconda istanza, lo cedette in comodato d’uso all’Università Orientale. Il piano di gestione prevedeva la realizzazione di un polo universitario d’eccellenza con laboratori, aule per seminari e convegni, e, secondo preventivi generici, ipotizzava lo stanziamento di circa 5 milioni di euro per gli interventi di restauro e sistemazione della struttura.

Contrariamente alle aspettative, molti anni dopo l’acquisto da parte della Regione Campania, uno dei gioielli del Quattrocento resta chiuso in attesa di restauro e nel più totale stato di degrado ed abbandono. Non serve ricordare che il centro storico di Napoli, incluso Palazzo Penne, è Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1995 e che quindi la mancanza di tutela e gestione di tale Bene Culturale è indubbiamente grave. Va sottolineato che sial il “caso Penne”, sia altri casi di monumenti chiusi ed abbandonati saranno sottoposti all’attenzione delle più alte autorità dell’UNESCO, che visiteranno il centro storico di Napoli nella prima decade del mese di dicembre, al fine di valutare se sia opportuno mantenere l’onorificenza concessa nel 1995.

Come si è arrivati ad una situazione tanto estrema? Nel caso di Palazzo Penne, la risposta è più semplice di quanto si possa credere: i lavori per il recupero dell’edificio non sono stati mai avviati, Nonostante gli appelli anche di vari intellettuali nel corso degli anni e le inchieste che successivamente si sono aperte sul caso per violazione dell’articolo 733 del Codice Penale che consiste nel presunto danneggiamento perpetrato su manufatto di interesse storico ed artistico per mancati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché per mancata azione di restauro e di messa in sicurezza del Bene Culturale.  Il fenomeno della pioggia battente è stato una delle principali cause degenerative delle strutture murarie, ed anche a Palazzo Penne la persistente precipitazione ed infiltrazione delle acque meteoriche nella struttura costituiscono un alto indice di pericolosità, in quanto il fenomeno dell’acqua discendente è tra i principali fattori atmosferici degenerativi che causano degrado.  E non solo.

Tra l’altro nel palazzo risiede un’anziana donna, ultima sentinella e memoria di una Bellezza  architettonica  italiana che sta inesorabilmente crollando.

Per anni la Regione Campania, attuale proprietaria del cespite (divenuta tale a seguito della prelazione esercitata nei primi anni del 2000, impedendo che venisse perpetrata una operazione speculativa) è rimasta inerte.

E lo è tuttora, dopo avere individuato una destinazione d’uso che conciliasse l’utilizzo istituzionale dei locali con la fruizione pubblica dei giardini storici (siamo in un’area, quella a ridosso dell’insula di Santa Chiara, priva completamente di spazi verdi).

“La cosa più incomprensibile è che le risorse economiche, per ristrutturare e recuperare all’antico splendore tale Palazzo ( Pier Paolo Pasolini vi girò l’ episodio di “Elisabetta da Messina” tratto dal Decamerone), sono state messe a bilancio dalla Regione Campania nel 2012, ma inspiegabilmente allo stato vige un assordante e impenetrabile silenzio:  tutto è fermo, pur esistendo un buon  progetto, approvato anche dalla Soprintendenza, di recupero, restauro e consolidamento e non è dato comprendere quale sia lo “stato dell’arte”.

Le chiedo, data la sua alta sensibilità per i Beni Comuni che fanno parte della memoria del nostro straordinario Paese, di intervenire presso la Regione Campania per avviare immediatamente i lavori previsti per questo straordinario  Palazzo Rinascimentale” aveva scritto De Stasio sia a Mattarella che a Bonisoli. Ieri finalmente pare che qualcosa abbia iniziato a muoversi.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 9 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 9 Marzo 2019

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