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LA CRISI

Lockdown di fatto: il silenzio assordante di Piazzale Tecchio senza studenti

Lavoro | 30 Ottobre 2020

Una giornata qualunque dell’autunno 2019. Una corsa veloce per non perdere la metro a Campi Flegrei, compiendo il solito slalom tra orde di studenti che si accalcano in tutta l’area che va dall’Università Federico II al semaforo collocato all’incrocio con via Giulio Cesare.

Risate, battute, discussioni sugli esami imminenti. L’ansia delle matricole; la sfacciataggine di quelli del secondo anno; la preoccupazione di chi sta preparando la tesi. Qualcuno mangia voracemente una pizzetta a portafoglio presa alla rosticceria che si trova a pochi metri dalla sede centrale del dipartimento di ingegneria; qualcun altro preferisce il fragrante coretto di uno dei bar più antichi della zona.

L’aria è brulicante di vita, l’odore del caffè si impone prepotente tra le stradine che, come affluenti, si ricongiungono alla via principale. Ai tavolini delle attività ristorative, gruppi di giovani si esercitano per le prove di metà corso.

Getto uno sguardo veloce a quegli appunti. Li conosco bene ormai; li conosco da quando ero solo una bambina. Piazzale Tecchio, Via Fabio Massimo e Viale Augusto, oltre ai numerosi bar, rosticcerie, pizzerie e salumerie, hanno sempre conosciuto un indotto economico legato più direttamente alla vita dei futuri ingegneri: quello generato da appunti, tesi e materiale di cartoleria utile alla presentazione di progetti ingegneristici. Di questo si occupa mio padre, che lavora in una copisteria a Piazzale Tecchio da quando aveva meno di vent’anni.

In periodi come questi, di un anno qualunque, non era difficile, passando per l’università, ritrovarsi tra i festeggiamenti di una discussione appena conclusa. Coriandoli, vassoi di piccola pasticceria e bottiglie di spumante stappate al cielo riempivano tutta la piazza.

Giovani gioiosi, famiglie orgogliose, professori sorridenti. Festeggiavano tutti a Piazzale Tecchio: i bar dove per anni quei giovani avevano passato le loro ore migliori, per studiare o per rilassarsi un po’; le rosticcerie dove ci si ritrovava per addentare le montanare appena sfornate e ancora bollenti; le cartolerie e le copisterie dove si erano fotocopiate – con la speranza di passare gli esami – pagine su pagine di appunti di professori e di amici. E poi, sempre lì, in quei piccoli paradisi della carta, si era stretta tra le mani per la prima volta la tanto agognata tesi rilegata, trofeo da sfoggiare con petto gonfio, indicando, con un misto di compiacimento e incredulità, il proprio nome inciso a lettere infuocate sulla copertina. Tra quelle pagine la vita universitaria scorreva davanti agli occhi di ciascuno studente, ricordando ogni istante passato a disperarsi e gioire; e poi, dopo tante ansie e preoccupazioni, l’ultimo sospiro di sollievo nel sapere di essere finalmente arrivati alla fine, dopo le ultime correzioni del dolcente e il via libera alla discussione.

Ormai da febbraio Piazzale Tecchio non è più niente di tutto questo. Gli unici abitanti silenziosi sono i residenti dei palazzi che circondano la struttura universitaria e i lavoratori che aspettano gli autobus alla fermata dello stazionamento, o che si precipitano alla metropolitana per correre sui treni in partenza. C’è silenzio ovunque, mancano i giovani, e i pochi che sono tornati a fare lezione in presenza hanno lo sguardo basso. Si legge nei loro occhi la preoccupazione mentre indossano quelle mascherine ormai compagne inseparabili di vita.

Non si intrattengono più a fare due chiacchiere con i commercianti della zona; non pranzano più seduti ai tavolini illuminati dal fioco sole di una giornata di autunno che annuncia l’arrivo dell’inverno. C’è solo tanta rassegnazione in quelle stradine che sbucano nella piazza in cui troneggia maestoso, grigio e solitario, lo Stadio S. Paolo.

Gli indotti economici sono ai minimi storici; chi possiede un’attività non sa fin quando convenga restare aperti. Il nuovo lockdown di fatto, perché di questo si tratta, ha anticipato le chiusure delle saracinesche alle 18:00, ma in una zona già criticamente danneggiata dalla pandemia questo provvedimento è un ulteriore colpo inferto a un sistema economico già instabile. Qui non arrivano aiuti, i commercianti non ce la fanno più moralmente e psicologicamente. I dipendenti aspettano ancora la cassa integrazione dei mesi precedenti, e, dall’apertura di maggio, non c’è mai stata una vera e propria ripresa. Per un’area che vive della presenza degli studenti, le lezioni online e la riduzione dei corsi in aula coincidono con un collasso economico quasi certo.

Qui non si tratta semplicemente di garantire i sussidi economici previsti dal Dl Ristoro, qui sono necessari aiuti economici anche a tutte le attività di Piazzale Tecchio che faticano a riprendersi. Più banalmente: la limitazione delle discussioni delle sedute di laurea in presenza comporta la non necessità da parte di alcuni studenti a stampare anche solo semplicemente la propria tesi. Tutto ciò provoca delle gravi perdite economiche per le copisterie che in questo periodo, in tempi normali, registravano gli incassi maggiori; gli stessi a cui attingere nei momenti di magra, coincidenti pressoché ai mesi che vanno da dicembre a marzo, quindi dalla fine dei corsi del primo semestre all’inizio di quelli del secondo. Ma da settembre ad oggi i corsi non sono mai realmente iniziati e le lauree si discutono nella maggior parte dei casi su piattaforme online.

La crisi pandemica ha dato una forte accelerata al lavoro e allo studio da remoto. Sono ormai comuni a tutti parole come “didattica a distanza” e “smart working”. In entrambi i casi si sono evidenziati certamente degli aspetti positivi, come una maggiore sicurezza in termini di prevenzione da contagio e anche a un incremento della produttività. Molti genitori, ad esempio, attraverso lo smart working possono occuparsi delle loro famiglie, riuscendo a dedicare più tempo ai figli. Tutto onorevole, tutto assolutamente condivisibile, ma in Italia esistono anche dei lavori che non si svolgono mediante un pc. Esistono le partite iva, i commercianti, i ristoratori, i lavoratori a contatto col pubblico.

Abbiamo velocizzato i processi tecnologici ma stiamo dimenticando per la strada chi, per tradizione e per motivazioni pratiche, in questi non rientra. Tutte le attività della zona chiudono in negativo ogni sera. Dietro ogni saracinesca abbassata c’è una famiglia che soffre, gente per bene che ha sempre fatto il suo dovere e persone che ormai da mesi chiedono aiuto a quelle istituzioni che sembrano cieche e mute di fronte alle esigenze di chi “per fortuna è aperto”. Ormai è chiaro a tutti, tranne forse a chi dovrebbe tutelarci e aiutarci, che l’apertura non corrisponde automaticamente ad un’entrata certa e quindi non garantisce la ripresa di un’area che attualmente può definirsi morta dal punto di vista economico.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 30 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 30 Ottobre 2020
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