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LA CRISI

Olio d’oliva, produzione in calo del 30%: settore olivicolo del Sud in ginocchio

Agroalimentare | 20 Novembre 2020

La Coldiretti lancia l’allarme: la produzione nazionale di olio è crollata del 30%, con la perdita di una bottiglia su tre di olio extravergine d’oliva. Il dato – che deriva da un’indagine Ismea Uniaprol – è preoccupante se consideriamo l’aumento del 9,5% degli acquisti dei consumatori durante il primo lockdown e anche adesso con le nuove chiusure, hanno riscoperto il piacere della cucina homemade. In particolare, 9 famiglie su 10 consumano abitualmente olio extravergine d’oliva.

Perché il settore olivicolo è in crisi?

Innanzitutto, in Puglia – il polmone olivicolo italiano con il 40% delle colture d’olivi nel nostro paese e con il 50% della produzione olearia – l’annata del 2018-19 è stata disastrosa, per la grande gelata del 2018 e per la diffusione del batterio Xylella, responsabili di una forte contrazione – ferma adesso al -48% – della produzione rispetto agli anni precedenti. A ciò vanno aggiunti, sicuramente, la chiusura dei ristoranti e la terribile stagione turistica che hanno contribuito alla crescita delle giacenze, con uno stock pari all’85% (dato rilevato al 9/11/2020).

Puglia, Toscana, Calabria e Umbria si trovano ad avere il triste primato di regioni con una giacenza del 67,5% dell’olio nazionale. La presenza di bottiglie invendute ha determinato lo scorso anno una diminuzione dei prezzi anche su prodotti di alta qualità, punto sul quale la Coldiretti si è battuta attivamente per trovare delle soluzioni che potessero essere vantaggiose tanto per i produttori quanto per gli acquirenti. Non solo bisogna combattere con la concorrenza degli oli comunitari ed extracomunitari, che presentano prezzi molto più bassi rispetto alla media nazionale, ma anche con un’inflazione dei prezzi che si fa beffa del lavoro di quelle 400 mila aziende collocate lungo tutto lo stivale, e in particolare nella zona del Mezzogiorno.

Nell’annata 2020-21 si sta assistendo anche a un problema di raccolta e produzione, con la diminuzione, appunto, del 30%. Una minore produzione, che andrà comunque costantemente aggiornata, soprattutto a fine anno comparandola con la situazione internazionale (in particolare con quella spagnola, greca e tunisina), potrebbe comportare nel breve periodo un aumento dei prezzi di quei pochi prodotti di qualità in commercio, con la possibile scelta da parte dei consumatori, che si trovano a vivere un periodo di forte crisi economica, di altri oli, il cui prezzo è semplicemente uno specchietto per le allodole.

Dalla situazione che si sta profilando è quasi certo che nei prossimi mesi una bottiglia di buon olio potrebbe costare dai 5 euro in su, rispetto al prezzo di 2,49 euro che si è visto nei mesi precedenti. Il problema è soprattutto culturale e comunicativo: la strategia del marketing impone che vengano presentati prodotti con prezzi a civetta che però non raggiungono gli standard di qualità dell’olio extravergine di oliva lavorato nelle filiere produttive del Sud. Un olio che costa poco non è un buon olio ed è ovvio che con un calo della produzione, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 255 mila tonnellate, i prezzi non possono che lievitare.

L’appello di Coldiretti è quello di guardare bene le etichette, di non lasciarsi guidare nelle scelte da prezzi che appaiono più vantaggiosi di altri, ma anzi di considerare la composizione del prodotto che si sceglie e di acquistare solo quelli Dop/Igp realizzati con il 100% di olive italiane. La produzione cala, il prezzo sale ma la qualità delle olive che si stanno raccogliendo attualmente è altissima.

Cala la produzione ma al Centro-Nord va meglio che al Sud

Ma cosa preoccupa ancor di più in questo scenario veramente triste per uno dei prodotti made in Italy profondamente legate al tessuto economico e sociale del Meridione? Preoccupa il fatto che per quanto la produzione stia subendo una contrazione, questa sia particolarmente alta nelle regioni che solitamente detengono il primato sia per presenza di specie di olivi che per la produzione stessa di questo delizioso alimento.

Infatti, mentre la Puglia, la Calabria e la Sicilia stanno perdendo rispettivamente il 43%, il 38% e il 15% di produzione, alcune regioni del Centro-Nord stanno avendo un incremento in positivo. Toscana, Lazio, Umbria e Liguria stanno aumentando la produzione rispettivamente del 31%, 8%, 70% e 100%. Anche Lombardia, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Trentino Alto-Adige ed Emilia-Romagna hanno visto negli ultimi mesi aumentare la propria produzione. Cosa evidenziano, però, i dati? L’incremento c’è ma a discapito della qualità che si ritiene essere meno pregiata di quella delle regioni del Mezzogiorno, da secoli considerate tra le migliori produttrici di olio d’oliva al mondo.

La situazione campana

Ma qual è la situazione in Campania, quasi sempre al quarto posto in Italia per produzione di olio? La produzione nel 2020 è calata del 12% pur rientrando negli standard di alta qualità del prodotto. La nostra regione produce solo il 6% dell’olio italiano con 74 mila ettari di olivi, di cui il 5% coltivato con metodi di produzione biologica, ma tuttavia produce olio pregiato. Il Salernitano produce il 50% di prodotto olivicolo regionale; seguono poi il Casertano, il Beneventano, l’Irpinia e il Napoletano.

Il dato è davvero allarmante pur trattandosi ancora di una stima, poiché la raccolta è ancora in corso. La statistica sarà confermata – o si spera aggiornata in positivo – solo a gennaio. Sicuramente bisognerà provvedere a delle misure economiche che tutelino i produttori, già duramente provati dal covid-19, per non arrivare impreparati, come spesso è accaduto negli ultimi mesi, di fronte a problemi che potevano essere meglio controllati con le giuste strategie e misure preventive.

Il problema c’è, l’allarme è stato diramato, ora è il turno delle istituzioni. Bisogna prendere in carico il problema, evitare che vengano ancora abbandonati ettari di terreni in ottimo stato che, per difficoltà economiche, potrebbero essere lasciati all’incuria, provocando anche una frattura con le tradizioni nostrane e problemi economici per tutte le famiglie del Mezzogiorno impiegate in questi cicli produttivi. La contrazione dei prezzi metterà in crisi il settore olivicolo. Oltre a misure economiche sono necessarie anche misure educative, indirizzando i consumatori alla qualità, unica garanzia di prodotti che fanno bene alla salute.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 20 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 20 Novembre 2020

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