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La Dichiarazione dei Diritti Umani? Carta da parati. L’assurdo sfratto dei palestinesi di Sheikh Jarrah

Mondo | 19 Aprile 2021

Per le famiglie palestinesi che vivono nel quartiere occupato di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, la minaccia di sfratto è una spada di Damocle che pende sulle loro teste.

Le occupazioni sono una piaga in Palestina da ormai 75 anni, quando il paese ha dovuto far posto ad un altro popolo (quello ebraico) per gentile concessione di un altro popolo (quello inglese).

Per capire l’impatto dell’occupazione della Palestina immaginiamo di immergere una lama nell’acqua. Dopo qualche giorno noteremo i primi segni di corrosione. Col tempo il luccichio del metallo cederà posto alla ruggine e, man mano, della lama rimarrà solo qualche piccola luce ancestrale.

Gli effetti di Israele sulla Palestina dal 1946 ad oggi

 

Il resto è storia e apartheid.

La vita dei palestinesi è un grande percorso a ostacoli che inizia al mattino con il bullismo dei coloni israeliani che, come un ku klux klan, vessano e opprimono gli arabi a ogni ora del giorno a prescindere dall’età, senza rispetto per anziani, donne e bambini. Molte famiglie palestinesi hanno reti a maglie strette alle finestre per ostacolare continui lanci di qualsiasi cosa da parte dei coloni, dalle pietre allo sterco (da vedere il documentario “This is my land Hebron”).

Poi ci sono i check-point che ne rallentano la vita, a volte ci vogliono ore per percorrere anche solo 500 metri (da vedere il corto “The Present” candidato all’Oscar e vincitore del Bafta nel 2021). Poi i fermi di polizia e gli arresti arbitrari e immotivati anche di bambini (secondo un rapporto di Save the Children ogni anno circa 700 bambini palestinesi vengono rinchiusi nelle carceri israeliane). Poi ancora il coprifuoco per soli palestinesi, gli attacchi improvvisi a interi villaggi, la chiusura improvvisa di attività commerciali. Per non parlare dei continui e perenni bombardamenti su Gaza, la più grande prigione a cielo aperto al mondo, controllata de facto da Israele.

La tattica di Israele è quella dello sfinimento sociale e l’esproprio abitativo è chiaramente l’arma più funzionale all’obiettivo. L’equazione è semplice: meno aree palestinesi ci sono, meno palestinesi ci sono in giro, più veloce sarà l’estinzione del popolo.

Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo

Tra tutti i diritti umani che Israele vìola ogni giorno, il Diritto alla casa (Articolo 25 Dichiarazione universale diritti dell’uomo) ha aperto ultimamente un acceso dibattito in Palestina occupata. Nel 2020 l’Unione Europea ha ribadito la sua posizione secondo cui “tutti gli insediamenti nel territorio palestinese occupato sono illegali ai sensi del diritto internazionale e un grave ostacolo al raggiungimento della soluzione dei due Stati e di una pace giusta, duratura e globale”, invitando Israele a “rispettare pienamente il diritto internazionale, porre fine a tutte le attività di insediamento sui territori occupati e alle azioni correlate e a fermare e prevenire la violenza dei coloni sui civili”.

Dagli anni ’70, il governo israeliano ha lavorato lentamente per mettere la bandiera su Gerusalemme, cuore e capitale (internazionalmente riconosciuta) dello stato di Palestina. L’obiettivo dichiarato era quello di raggiungere un equilibrio demografico nella città con un rapporto 70-30, limitando la popolazione autoctona al 30% o meno.

Questa pianificazione urbana è stata attuata da una serie di politiche come la confisca della terra, lo sfollamento e la colonizzazione dei quartieri palestinesi.

Le modalità di confisca sono le più disparate. Possono arrivare direttamente i caterpillar a radere al suolo la tua casa o a sigillare la terra. Può arrivare un improvvisa ingiunzione del giudice che obbliga la famiglia a lasciare l’abitazione per “motivi di sicurezza”. I decreti ingiuntivi se non rispettati portano allo sfratto coatto, il più delle volte attuato con raid notturni senza mandato.

Secondo il rapporto Exposed Lifedelle Ong per i diritti umani  Yesh Din, Breaking the Silence e Physicians for Human Rights – le invasioni dell’esercito israeliano nelle case palestinesi, specialmente in Cisgiordania e Gerusalemme Est sono parte integrante della routine dell’occupazione e del sistema di controllo sulla popolazione palestinese. Tra la varietà di pratiche che caratterizzano il controllo militare israeliano, il danno causato dalle invasioni domestiche è particolarmente grave in quanto priva gli individui, le famiglie e le comunità della certezza fondamentale che la loro casa è un angolo di serenità.

Sei a casa. Ore 21-21.30, seduto insieme alla famiglia davanti alla TV. Tua figlia ti chiede prendergli dell’acqua, sorridi, vai in cucina, prendi un bicchiere, apri il frigo, versi l’acqua ma all’improvviso senti un frastuono venire dal salotto. Un gruppo di 7-10 militari ha sfondato la porta di casa, il bicchiere ti cade dalle mani mentre un militare punta un AK47 in mezzo agli occhi di tuo figlio di 10 anni, un altro militare mantiene tua figlia che, terrorizzata, tenta di scappare da te mentre altri soldati gridano a tua moglie di lasciare immediatamente la sua casa.

Tu cerchi di calmarli e con le mani sulla testa gridi “calmi, abbassate le a..!” ma ti arriva un colpo in viso così forte che ti annulla, ti ritrovi a terra stordito, impaurito e incazzato ma non puoi fare nulla, nemmeno alzare le mani, perché nel frattempo lo stesso soldato ti ha ammanettato.

Con quale accusa ti hanno arrestato e demolito o sequestrato la casa? Se esistesse un reato si chiamerebbe palestinità.

Secondo lo studio “The Exposed Life” inoltre, questi tipi di assalti sono concessi, secondo la legge israeliana, verso i soli cittadini palestinesi e questo costituisce una palese violazione del divieto di discriminazione sulla base della nazionalità stabilito nel Diritto internazionale dei Diritti Umani.

Il caso di Sheikh Jarrah

Il caso di Sheikh Jarrah, un quartiere palestinese della Gerusalemme est occupata, ha riacceso il dibattito sull’occupazione anche in Occidente per via di un video che mostra la polizia picchiare selvaggiamente il deputato ebreo Ofer Cassif che era lì per manifestare il suo dissenso contro l’espansione di un insediamento ebraico nel quartiere.

“Hanno iniziato a picchiarmi, mi hanno rotto gli occhiali … sono impazziti”, ha detto Cassif venerdì scorso in un filmato della TV israeliana Channel 13. Un comunicato dell’ Idf ha dichiarato che le indagini hanno mostrato che un manifestante aveva “attaccato uno degli agenti”

Tuttavia il video dell’aggressione è talmente chiaro che persino alcuni politici di etrema destra hanno condannato le violenze, come Gideon Saar, fedelissimo del primo ministro Benjamin Netanyahu e sostenitore degli insediamenti israeliani  che ha definito l’attacco “un colpo mortale per il parlamento e per l’immunità parlamentare”.

 

A ottobre, la magistratura israeliana di Gerusalemme ha stabilito di sfrattare 12 delle 24 famiglie palestinesi (58 persone di cui 17 bambini) a Sheikh Jarrah e di dare le loro case ai coloni ebrei israeliani e pagare 70.000 shekel (circa 20.000 dollari) per coprire le spese legali dei coloni (fonte. Al Jazeera).

Qualche giorno fa il tribunale distrettuale israeliano ha ordinato ad altre quattro famiglie di lasciare le loro case o di affrontare lo sfratto entro il 2 maggio, spingendo la comunità di Sheikh Jarrah a organizzare una campagna per resistere alla pulizia etnica con un hashtag #SaveSheikhJarrahrisorse e con documenti inediti che spiegano i retroscena della dolorosa storia e le richieste delle famiglie.
Le richieste sono essenzialmente che i diritti alla proprietà delle loro case siano riconosciuti dalle forze di occupazione di Israele e che le famiglie che sono già state sfrattate possano tornare alle loro case.

La storia degli abitanti di Sheikh è ancora più drammatica se si pensa che per loro si tratterebbe della seconda confisca.

Il quartiere infatti nasce come “concessione” del governo Giordano e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati alle famiglie di profughi palestinesi già cacciati dalle loro case nel 1956.

L’accordo prevedeva che le famiglie avrebbero dovuto ricevere le case e i titoli di proprietà in cambio della rinuncia allo status di rifugiato. Tuttavia, gli accordi vennero rispettati solo dai palestinesi e nel 1967 Israele occupò Gerusalemme est dopo la guerra dei sei giorni annullando qualsiasi accordo.

 

La parte di Sheikh dove vivono i profughi e i loro discendenti è segnata da strade sterrate e case in rovina perché il comune israeliano di Gerusalemme impedisce ogni tipo di lavoro di ristrutturazione.
Tutto intorno ci sono hotel israeliani di lusso, residence di coloni e molte aree ad accesso esclusivo di Israele.

La vita per queste persone era già difficile prima con manutenzione assente, aree interdette e check point ad ogni angolo ma quella era la loro casa, la loro speranza. E la casa è un diritto per ogni essere umano, andrebbe preservata e garantita, non occupata.

 

#SaveSheikhJarrah

 

Antonino Del Giudice

 

 

 

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 19 Aprile 2021 e modificato l'ultima volta il 27 Maggio 2021
#sulsud  

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