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L’oro di Napoli – Il famelico coccodrillo nascosto nei cunicoli del Maschio Angioino

L'oro di Napoli | 21 Settembre 2018

La leggenda della fossa del coccodrillo celata nelle viscere del Maschio Angioino

A Napoli – spesso – storia e leggenda si confondono. La nostra città, come tutte le più antiche città d’Occidente, è ricca di racconti incredibili e misteriosi che inevitabilmente sfumano nel mito; la stessa fondazione della città, come tutti sanno, è il frutto della morte di Parthenope, una delle tre Sirene che oltre tremila anni fa affrontarono l’acheo Ulisse tra le spume salmastre del Golfo di Napoli. Tra le innumerevoli leggende che si sono susseguite tra i vicoli di questa immensa e imperscrutabile capitale antica, una delle meno conosciute è senza dubbio quella che racconta di un terribile coccodrillo che sarebbe vissuto nelle viscere umide e oscure del Castel Nuovo.

Suscitò non poco clamore il recente ritrovamento del cranio affilato e inquietante di un coccodrillo del Nilo durante gli scavi di routine che interessano la Galleria Borbonica. Una scoperta capace di rispolverare l’antica leggenda che narra del famelico rettile celato nelle segrete del Maschio Angioino, incubo inenarrabile di ogni prigioniero destinato agli angusti e spettrali sotterranei del Castel Nuovo. La storia del coccodrillo napoletano è stata narrata da numerosi autori del passato, da Benedetto Croce a Alexandre Dumas, il quale, nel suo libro “Storia dei Borbone di Napoli”, scrive: Da questa bocca dell’abisso, dice la lugubre leggenda, uscendo dal vasto mare, appariva un tempo, l’immondo rettile, che ha dato il suo nome a quella fossa.

Il coccodrillo del Maschio secondo Benedetto Croce

Secondo Benedetto Croce, la celebberrima regina Giovanna II, intorno al 1415, fece trasportare dall’Egitto a Napoli un terribile coccodrillo del Nilo. Da quel momento, nelle oscure segrete del Maschio Angioino, incastonate in una fossa sotto al livello del mare, si cominciò a notare con gran stupore che i prigionieri destinati a scontare la pena sparivano misteriosamente nel nulla. Fuggivano? Come mai? – si chiede lo scrittore nella sua opera Storie e leggende napoletane – Disposta una più stretta vigilanza allorché vi fu cacciato dentro un nuovo ospite, un giorno si vide, inatteso e terrifico spettacolo, da un buco celato della fossa introdursi un mostro, un coccodrillo, che con le fauci afferrava per le gambe il prigioniero, e se lo trascinava in mare per trangugiarlo”.

Ma i racconti passati, come accade quasi sempre, si intrecciano e si smentiscono più e più volte lungo il corso dei secoli. Secondo un’altra versione, raccontata dallo stesso Croce, il coccodrillo fu lo spietato strumento utiizzato da Ferrante d’Aragona per sbarazzarsi di un manipoli di baroni che osarono cospirare alle sue spalle. Dopo aver raggiunto il suo terrifiante scopo, il re di Napoli diede in pasto al coccodrillo una coscia di cavallo avvelenata, lo impagliò e lo issò dinanzi alla porta d’ingresso del Maschio Angioino.

Una storia da brividi e affascinante al tempo stesso, una delle tante che si possono trovare sulle bancarelle di Port’Alba con pochi spiccioli. E’ il fascino di Napoli, una città nazione che da quasi tremila anni ci avvolge e ci incatena indissolubilmente a questa antichissima terra.

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Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 21 Settembre 2018 e modificato l'ultima volta il 21 Settembre 2018

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