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La grotta vuota e l’orribile presepe all’italiana

News | 4 Gennaio 2019

Nella tradizione napoletana il presepe non è opera d’arte statica; può essere paragonabile, tutt’al più, ad una installazione museale, una performance domestica, continuamente mutevole.

I re magi, per esempio, attraversano tutto il presepe: arrivano da lontano e, lentamente, raggiungono la grotta sui loro cammelli. Quelli che vivono l’arte del presepe come una  cosa serissima, addirittura cambiano le statuine giocando sulla grandezza, piccoli o grandi se si trovano rispettivamente più lontano o più vicino alla scena centrale e più importante.

Quest’anno ho fatto spese a San Gregorio Armeno. Ho speso tantissimo, devo essere sincero, ma volevo che sul mio presepe vi fossero i più importanti personaggi della storia contemporanea e li ho sistemati uno ad uno su un presepe che, volendo essere ancora più sincero, quest’anno proprio non mi piace come è venuto.

In alto, rigorosamente a destra, ho realizzato col sughero una piccola altura. La neve la fa apparire come una montagna del Trentino con le sue bellissime piste da sci, le seggiovie e i rifugi di montagna. Ho posizionato al freddo e al gelo (caratteristiche legate notoriamente alla grotta che ha accolto il Messia) le statuette di Di Maio e Di Battista.
Un angolo rappresentativo del concetto di essenzialità e povertà targato cinque stelle. Sorridono e si divertono i due amici e guardano al resto del presepe con assoluto distacco: il largo consenso accumulato a marzo e le migliaia di reazioni ai loro post sui social gli consegnano un’aria tronfia di chi sa il fatto suo e conosce bene il modo per attirare a sé la rabbiosa massa.

Ai piedi del monte, coperti da una neve un po’ più scadente, ho messo qualche pastorello che guarda in alto e ammira le gesta dei due poveri figli di Casaleggio.

A sinistra, invece, ho sistemato un ruscello che sfocia in un laghetto con poca acqua (stantia, per giunta) e, quest’anno, pure senza papere. Sulla riva ho sistemato il senatore Renzi che insegna e offre indicazioni a Minniti. Minniti che le ripete a Martina e quest’ultimo che le sussurra a Zingaretti che poi le dice a Giachetti e così via. A ciclo continuo.

Nella prima grotta in basso ho sistemato un piccolo ovile. Al posto di Benino ho adagiato l’avvocato del popolo. Accanto, nell’impegnativo compito della tosatura delle pecore, il fidato Casalino che – mosso da un opinabile spirito creativo – si è messo a dipingere la lana. Non ha molto interesse per il gregge, in realtà, ma mentre il padrone dorme è suo dovere far apparire la scena che gli compete più bella ed accattivante. Fuori da quella grotta ci sono le pecorelle un po’ più sfortunate, zoppe e vecchie, perché il pastore Rocco proprio non le sopporta.

Dall’altro lato una piccola locanda. Accanto a mangioni ed ubriaconi ho sistemato il leghista Salvini. Una mano impegnata con un boccale di birra (la stessa birra che sorseggiava quando cantava contro i napoletani in un video divenuto virale), mentre con l’altra indica continuamente all’oste di chiudere la porta della locanda e di lasciare aperta quella sul retro: non è importante per lui, infatti, quanta gente entri, è necessario però che nessuno se ne accorga perché lui ha sempre affermato che nessuno straniero avrebbe più avuto accesso nella locanda fino a quando ci sarebbe stato lui.
Tre pastori, dunque, sono bloccati all’ingresso perché tutti sappiano che è uomo duro e di parola. Trenta entrano dal retro.

La scena centrale è vuota. C’è solo lo spin-doctor di Salvini con una zampogna amplificata ad arte.
Fuori al presepe ho messo due imbarcazioni. Maria e Giuseppe vi sono saliti il ventidue dicembre. Il bambinello è nato sul ferro di quelle imbarcazioni che girano intorno al presepe cercando in ogni modo di attraccare.

Intanto, i Re Magi hanno abbandonato i cammelli e si son dovuti adattare: sono saliti su tre zattere di salvataggio e provano ad affiancare le navi nel mare in tempesta. Ho spento pure la stella cometa, tanto sanno già tutti dove si trova la grotta, servirebbe solo che qualcuno dicesse, come in uno dei testi più belli della tradizione napoletana – scritto da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – “Io pure songo niro peccatore, ma non voglio esse cuoccio e ostinato. Io non voglio chiù peccare. Voglio amare, voglio sta’ co Ninno bello, comme nce sta lo voje e l’aseniello”.

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 4 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 4 Gennaio 2019

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