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LA GUERRA DEI POMODORI

Nuovo scontro dopo quello sulla mozzarella tra Puglia e Campania. Ma perché non si prova a fare rete?

Agroalimentare, Ambiente, Attualità, Identità, Imprese, Made in Sud | 18 Gennaio 2018

In principio è stato un bello scazzo in punta di forchetta sulla mozzarella di bufala.

Qualche settimana fa il Consorzio della mozzarella di bufala campana, infatti, si è opposta al riconoscimento ministeriale DOP  per la mozzarella di Gioia del Colle, prodotta in Puglia con latte vaccino. Con il ministero Martina che aveva anche ignorato lo spot del compagno di partito, il governatore campano De Luca, che aveva dichiarato, a proposito dei prodotti caseari pugliesi: «Per me esiste al massimo la burrata». Sic transit gloria formaggio.

Non è una questione di lana caprina, il giro d’affari della mozzarella campana dop è di circa 450 milioni all’anno. Un brand che tiene e che i campani non vogliono condividere coi cugini pugliesi.

Il nuovo casus belli, a parti invertite, riguardastavolta  la pummarola,  con la Puglia che si è opposta, rivolgendosi al Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, al riconoscimento IGP “Pomodoro Lungo di Napoli”, proposto dalla Campania.

Secondo le associazioni di categoria pugliesi, infatti, il 95% per cento dei pomodori cosiddetti “pelati” sarebbe coltivato nell’area pugliese identificata con la Capitanata e solo il 5% in Campania. Un giro d’affari che secondo la Coldiretti Foggia che vale un miliardo di euro di produzione lorda vendibile.

E’ pur vero che quei pomodori dalla Puglia si trasferiscono poi proprio in Campania per essere lavorati. Qui, infatti, e non in Puglia, si trova il grosso dell’industria della lavorazione. Senza dimenticare che si tratta degli stessi pomodori usati come ingrediente fondamentale, come prodotto imprescindibile,  proprio dall’arte dei pizzaioli napoletani (arte dichiarata patrimonio Unesco) che ne utilizzano la sostanza nella realizzazione di quella mirabile opera d’arte che è la Pizza.

In questa diatriba, la metafora di due regioni meridionali che si beccano come i capponi di Renzo, dove ognuno pensa a coltivare il proprio orticello (è proprio il caso di dirlo).

Così, mentre altrove le aziende fanno network e sistema per fronteggiare le sfide del mercato globale, i lillipuziani meridionali si scazzottano per le briciole, abdicando ad un ruolo da protagonista, delegando ad altri le scelte strategiche per il futuro della propria terra, andando a piangere da mamma Roma anziché creare un brand che valorizzi le produzioni agroalimentari meridionali distribuendo a ciascuno secondo la propria competenza e capacità e tenendo in mano le chiavi dell’intero processo, dalla produzione alla distribuzione, fino alla promozione.

Voi forse non lo sapete, ma l’agroalimentare meridionale è uno dei due driver (insieme al turismo) dell’economia del Sud.

Nel biennio 2015/2016 il Mezzogiorno, ha distanziato il Centro Nord proprio nel settore dell’agricoltura con un bel distacco (+7,3%) sul Centro-Nord (+1,6%), con Campania e Calabria regine del settore.

Nel corso degli anni, infatti, si sono accresciute le produzioni dop e doc, e, tanti giovani emigrati all’estero, forti di una esperienza formativa internazionale, hanno deciso di rientrare dando vita a nuove forme imprenditoriali, che mirano a prodotti di qualità, all’esportazione e ad attività affini, come agriturismo, energie rinnovabili, ponendo in essere attività di marketing che basano buona parte del proprio valore nell’identificazione identitaria e territoriale.

Ma i terroni si sa, pur di far dispetto alla moglie, si tagliano il… pomodoro.

Il Lazzaro

 

Un articolo di ILazzaro pubblicato il 18 Gennaio 2018 e modificato l'ultima volta il 18 Gennaio 2018

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