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LA MEMORIA

Pio Monte di Misericordia: non solo Caravaggio ma secoli di solidarietà nella sua storia

Cultura | 15 Ottobre 2020

A Napoli, quando si nomina il Pio Monte di Misericordia, immediatamente si pensa al Caravaggio e alle sue Sette opere di misericordia, capolavoro indiscusso di un genio ribelle che soggiornò per due volte nella nostra Città, la quale nel XVII secolo era viceregno spagnolo e nella sua millenaria storia è stata, tra l’altro fucina di immensi artisti e complesse insurrezioni. Ma ben pochi sanno che la storica istituzione che commissionò a colui che la storia ricorda come pittore maledetto questa tela, capace di trasmettere incredibili emozioni, è una realtà ancora viva ed attiva sul territorio partenopeo per le sue opere pie, oltre che struttura che ha ospitato ed ospita ancora una vasta collezione di opere d’arte e gioielli dell’artigianato locale e non solo.

La storia

Abbiamo deciso perciò di aiutare i nostri lettori a conoscere più da vicino questa realtà importantissima ed ancora attiva e di colmare eventuali lacune almeno per le sue linee fondamentali.

Per tale motivo abbiamo chiesto aiuto alla dottoressa Loredana Gazzara, curatrice della vasta collezione di opere d’arte presenti all’intero dell’antico edificio sito in Via Tribinali, proprio di fronte all’ingresso laterale del Duomo, la quale ci ha raccontato le vicende storiche che hanno portato all’impegno dell’istituzione e i capolavori in esso custoditi.

– Dottoressa Gazzara, cominciamo raccontando la storia del Pio Monte.

“Sì, e si tratta di un affascinante viaggio attraverso quattro  secoli di storia partenopea. Tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 sorgono a Napoli molte confraternite dedite ad opere di beneficenza: nel 1624 lo storico Cesare D’Engenio Caracciolo ne conta oltre 90 solo nel centro storico. Questo luogo, complesso museale attualmente visitabile, nasce come adunanza laica confraternale istituitasi nel 1602 con approvazione delle regole da parte del Papa Paolo V, e poi da parte del re Filippo IV di Spagna: un regolamento particolare perché già da questo primo statuto il Pio Monte fa capo direttamente alla Santa Sede. Si tratta di un’adunanza di laici aristocratici che, su ispirazione della religione cattolica, mettono in pratica le opere della misericordia corporale; la relazione diretta con la Santa Sede scavalca la necessità della visita periodica del vescovo diocesano a cui tutte la confraternite erano soggette: un privilegio che già la eleva ad un livello superiore. L’adunanza della confraternita si accresce in pochi decenni, passando da poche unità a una moltitudine di famiglie che non solo donano parte dei propri patrimoni, ma addirittura si autotassano, arrivando al termine della propria esistenza terrena per intestare i propri feudi e castelli con il relativo contenuto: arredi, suppellettili e dipinti che entrano a far parte del patrimonio dell’istituzione. Tale sistema di donazioni proseguirà per quattro secoli, realizzando la formazione di quella che poi verrà chiamata quadreria. Motivo per il quale, già a partire dal 1656 – anno peraltro della peste che flagellò la città – il Pio Monte si pone il problema di ampliare la propria sede, essendo aumentati sia gli associati che il numero che le attività: la chiesa, realizzata da Giovan Giacomo di Conforto pochi decenni prima e a pianta quadrata – che tra l’altro già ospitava il dipinto di Caravaggio – risulta ormai piccola, e la casa in cui si svolgeva la vita dell’arciconfraternita non è più sufficiente ad accogliere i confratelli; ottenuta dunque l’approvazione spirituale di tre teologi a cui fu chiesto il parere, nel 1658 cominciarono i lavori di ampliamento della sede, terminati tredici anni dopo: per la progettazione e la realizzazione la scelta cadde su Francesco Antonio Picchiatti, l’ingegnere regio dell’intero regno. la Chiesa venne demolita e riedificata insieme all’intera sede, con pianta circolare, e con l’apposizione delle tele dell’antica cappella in spazi più idonei e confortevoli; l’intera struttura architettonica ottenne così il decoro e la magnificenza che l’arciconfraternita aveva in breve tempo acquisito.

Col passare dei secoli, le attività cambiarono, adeguandosi alle esigenze sociali del momento: ad esempio, durante la metà del 1700 una delle opere è quella di fare visita ai carcerati, venne addirittura istituita, insieme al re Ferdinando IV di Borbone, la giunta delle carceri , un organismo costituito tra gli altri da alcuni governatori del Pio Monte, che si occupava delle condizioni di coloro che erano detenuti non per ragioni penali del vicino carcere della Vicaria: coloro, insomma, che essendo rinchiusi per povertà non potendo pagare tasse e gabelle, o con aiuti economici per riscattarli ove possibile, o soprattutto verificando che il regime di detenzione fosse decoroso e dignitoso, con un degno giaciglio (un tavolaccio anziché la nuda paglia) ed almeno un pasto al giorno.”

Lo Statuto e le sue trasformazioni nel tempo

“Alla metà del 1800 lo statuto viene rivisitato, in quanto, finito il pericolo ottomano e il riscatto dei captivi, ossia i prigionieri in mano turca, una delle sette opere di misericordia, ossia il riscatto degli schiavi viene sostituita con una realtà contingente, ossia il riscatto delle donne pericolate, ossia quelle a rischio prostituzione, fenomeno dilagante tra 1800 e 1900. Ovviamente, l’impegno dell’istituzione è quello di affidarsi a strutture che effettuano vivamente la misericordia, ossia la mettono realmente in pratica: il Monte è un monte economico, che sovvenziona gli istituti affinché realizzino la beneficenza; quindi le ragazze in ristrettezze economiche di cui si aveva notizia venivano aiutate per tempo, fornendo loro una dote che permettesse loro di poter trovare una sistemazione onesta e essere maritata. Nel vasto archivio storico con gli argomenti e le decisioni perse nell’arco di quattro secoli, mi sono imbattuta in documenti abbastanza recenti in cui si stabiliva che la moglie di uno dei governatori andasse a verificare lo stato di purezza di una giovane in difficoltà per dotarla e permetterle di andare in sposa a un uomo onesto. Questo del riscatto delle donne pericolate è un argomento che andrebbe approfondito con studi affrontati da storici con la cura e l’attenzione che meritano. Occorre dire che il Pio Monte della Misericordia contribuisce economicamente, da due anni a questa parte, alle borse di studio dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, vinto lo scorso anno da un giovane promettente di nome Marco Mercato che sta studiando le figure dei fondatori del Pio Monte; sarebbe interessante affrontare anche questo aspetto, insieme a tanti argomenti interessanti per avere un dettagliato quadro storico della realtà della nostra istituzione.

I cardini del Pio Monte restano dunque sempre sette, e ancora oggi possiamo fare un racconto delle singole opere di misericordia illustrate nelle tele dei singoli altari della chiesa, riscontrando una corrispondenza attuale: ad esempio, il dipinto di Giovan Vincenzo Forlì con l’allegoria del Buon Samaritano, quindi l’aiuto degli infermi, oggi viene messo in pratica nel sostegno di associazioni che si occupano di disabilità – come nel caso dell’associazione La Scintilla – o comunque di malattie tipo l’Alzheimer: in pratica, dal 1600 ad oggi la mission di questo luogo è immutata, ciò che cambia sono le modalità.

Il Pio Monte nasce dunque come adunanza laica, ma le sue trasformazioni durante i secoli sono dettate anche al mutare dei tempi e delle mutazioni politiche e sociali: nel 1890, con la legge Crispi, perde la sua autonomia e viene assorbito, insieme ad altre arciconfraternite religiose, nella struttura statale, trasformandosi in Ente di Assistenza e Beneficenza, e pur continuando nelle sue attività, diviene un ente parastatale con un commissario prefettizio che attraverso l’organismo del CORECO, ossia il Comitato Regionale di Controllo, controlla le sue decisioni. Dopo aver intrapreso un’azione legale che dura alcuni decenni, nel 1996 il Pio Monte riacquista la personalità giuridica privata, tornando ad essere associazione autonoma peraltro riconosciuta dalla Regione Campania. In questi stessi anni si effettua anche una riconversione del patrimonio, seguita ad un trentennio di difficoltà economiche, e questo permette all’Istituzione di riprendere a effettuare opere di beneficenza.”

 

– Quindi, il Pio Monte continua ancor oggi a svolgere il suo impegno attraverso opere di beneficenza: in che modo lo esercita?

“Sì, continua attivamente: l’anno scorso, ad esempio, è stato possibile devolvere oltre due milioni di euro di beneficenza, attraverso il sostegno ad associazioni private che svolgono attività benefiche, e dando in comodato gratuito ad alcune ONLUS che si occupano del terziario diversi spazi, non percependo canoni d’affitto, che pure viene considerata attività benefica in quanto si tratta di locali offerti in concessione gratuita, ma anche attraverso piccoli sostegni e sussidi economici ove si sia riscontrata la necessità. Però si predilige un beneficenza indiretta attraverso associazioni specifiche, generando poi produttività, come nel caso dell’assistenza economica a ragazzi appartenenti a famiglie meno abbienti e che vogliano affrontare un percorso di studio. E quest’anno, durane il periodo del lockdown causato dalla pandemia, attraverso una raccolta fondi e con la collaborazione di tutte le parrocchie di Santa Caterina a Formiello, di San Giovanni a Carbonara, dei SS Apostoli e di Santa Maria degli Angeli alle Croci, nonché della Comunità di Sant’Egidio, oltre che dell’Associazione Riario Sforza della Rete del Pio Monte della Misericordia, sono stati distribuiti a famiglie segnalate in serie difficoltà economiche circa ottantamila euro in buoni pasto, e questo nonostante la perdita di oltre novecentomila euro di biglietti d’ingresso al polo museale mancati. L’impegno del Pio Monte non cessa di essere attivo, e le opere di misericordia continuano a costituire il cuore pulsante della storica istituzione!”

– Ci può spiegare  dal punto di vista tecnico come si svolge la vita giuridica del Pio Monte?

“Allora, la struttura istituzionale è presieduta da sette governatori eletti dall’assemblea, che restano in carica sei anni, con potere collegiale sulle decisioni da prendere. Questa scelta permette che non vi sia mai un ristagno di idee e neppure la supremazia di uno di essi nel tempo, rendendo la vita dell’arciconfraternita più dinamica e diversificata.”

L’istituzione della collezione visitabile

– Dottoressa, a questo punto resta da affrontare il capitolo relativo al polo museale.

“Riprendiamo il discorso dell’acquisizione dei beni ceduti in donazioni e lasciti al Pio Monte nei secoli: tali beni, oltre a costituire un patrimonio, divenivano, nell’espressione dell’ideale benefico, opere la cui vendita procurava l’utile economico per poter sovvenzionare le opere pie, e permettere all’istituzione di svolgere il compito di assistenza attraverso le opere di misericordia definite nello Statuto: un esempio per tutti è il caso del pittore Francesco De Mura che nella seconda metà del ‘700 lascia tutta la sua casa studio al Pio Monte insieme al suo patrimonio con l’obbligo di vendere i suoi 192 quadri. Dal 1915 però, per un adeguamento alle leggi ministeriali sul divieto di alienazione del partimonio artistico nazionale, una delibera del Governo del Pio Monte di Misericordia interrompe la vendita dei beni dell’istituzione, infatti della collezione originaria di opere del De Mura ne rimangono attualmente solo quaranta. Intanto, in Italia, nascono le prime leggi dei Beni Culturali, a cui il Pio Monte guarda con particolare attenzione, per la consapevolezza del patrimonio artistico a disposizione degli amministratori della struttura, a cominciare dalla tela del Caravaggio. Durante il Secondo Conflitto mondiale parte del patrimonio artistico fu posto in salvo a spese del Pio Monte, e una settantina di tele furono ricoverate in luoghi sicuri nell’avellinese, nella zona di Belsito, e salvate così dalle incursioni aeree, visto che i bombardamenti danneggiarono in maniera abbastanza grave sia la struttura che alcune tele rimaste in loco. Ripristinati i luoghi, ogni tela tornò al suo posto, ma restava visibile ai soli iscritti al pio istituto.

Bisogna dire che tra il 1922 e la fina degli anni ’60, alcuni dipinti appartenenti al Pio Monte vengono spostati per essere esposti in altre mostre, da Capodimonte a Palazzo Reale solo per citare i principali luoghi di esposizione, e nel 1963 finanche la tela con le Sette Opere di Misericordia del Caravaggio viene prestata per una mostra a Palazzo Reale e assicurata con un premio di 15 milioni di lire, che per l’epoca era decisamente una cifra enorme.

Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 del XX Secolo l’allora Sovrintendente del Pio Monte, Tommaso Leonetti di Santoianni, amico intimo di Raffaello Causa, all’epoca Sovrintendente alle Belle Arti, decide con quest’ultimo di aprire al pubblico questi spazi, luoghi fino a quel momento solo dagli associati del Pio Monte i quali avevano a disposizione esclusiva gli ambienti del palazzo storico: fu così che nel dicembre del 1971 si apre per la prima volta al pubblico questa quadreria.

A seguito del terremoto del 1980 inizia un nuovo declino della frequentazione di questo luogo, e per motivi cautelativi il Caravaggio insieme ad altre quindici opere vengono trasferiti a Capodimonte fino al termine dei lavori di riconsolidamento della struttura. Nel 1991, dopo un adeguamento di impiantistica e dei sistemi di sicurezza,  il Pio Monte riesce a far tornare il Caravaggio nella chiesa e il luogo tutto viene riaperto con una certa regolarità. Ma la vera grande riapertura va considerata solamente nel 2003, dopo un periodo di chiusura dell’intero piano nobile per adeguamento complessivo degli impianti di sorveglianza indicato per un polo museale: la quadreria è stata riallestita sempre attenendosi alle definizioni volute all’origine da Leonetti di Santoianni e Causa, relative alla concezione di appartamento legato all’istituzione e non come mera struttura museale con distinzione per epoche, quadri o scuole pittoriche: la scelta di mettere i quadri anche in un secondo registro o come sovrapporta fa parte proprio di quella natura domestica propria del luogo e delle sue origini. Per questo preferiamo utilizzare il termine di collezione d’arte piuttosto che museo, perché in realtà museo come tale non lo è. Il termine quadreria, coniato nel 2003 e sostitutivo di quello di pinacoteca scelto all’origine in linea con la moda dell’epoca per certe definizioni che designano il fermento attivo attorno ai musei, è una mia idea, una proposta poi approvata in quanto questa collezione nasce nella sua sede e non si forma ex novo come avviene per le pinacoteche o i musei in genere: il Pio Monte di Misericordia, istituzione seicentesca, che ospita una collezione che si forma proprio qui. Attraverso vecchie fotografie degli anni ’70 è stato possibile restituire ai quadri la vecchia disposizione così come appariva già prima che la struttura fosse aperta al pubblico come polo museale, ma con opportuni aggiornamenti seguiti a studi relativi ai quadri e agli autori stessi, come nel caso di De Mura. Al di là di questo, i nomi delle sale rispecchiano ancora le funzioni di questo luogo, come nel caso dell’ingresso che è definito ancora salone delle assemblee in quanto è qui che si riunisce l’assemblea due volte l’anno, o nel caso del salone del vecchio governo detta poi dello stemma per la realizzazione dello stemma sul pavimento; ancora lo studio del sovrintendente e di fianco la sala del coretto perché ci si affaccia in chiesa, e infine, la sala di governo, dove ancora oggi si riuniscono i sette governatori, spesso impedendo ai visitatori la visita di quella sala, ma il cui impedimento non ha mai prodotto lamentele da parte del pubblico, ben conscio che dietro quella porta si stanno affrontando situazioni delicate e si sta provvedendo al sostegno di qualche realtà locale che si trovi in difficoltà economiche e necessiti dell’aiuto che il Pio Monte di Misericordia si appresta a realizzare.

Oggi, il catalogo della nostra istituzione conta 1007 pezzi in esposizione, dei quali 160 dipinti, 50 installazioni moderne più una cospicua biblioteca archivio che fa corpo a sé.

Nel tempo, il numero di visitatori del Pio Monte ha subìto una crescita esponenziale di visitatori, passati da cinquemila visitatori nel 2003 a ben centomila prima che il Covid appiattisse nuovamente il numero di biglietti di ingresso venduti.”

– Vorrei fermarmi un attimo sulla punta di diamante della vostra quadreria, ossia la tela del Caravaggio.

“Un capolavoro assoluto, che fruttò all’artista una retribuzione di quattrocento ducati! Stiamo parlando di un vero capitale, se si considera che un dirigente di alto rango percepiva all’epoca meno di quaranta ducati, ossia un decimo della cifra costata per la realizzazione del dipinto. Un’opera così speciale che i committenti posero il vincolo che non potesse essere mai venduta, ceduta o rimossa da questo luogo, salvo esigenze temporanee. La composizione di questa tela si inseriva alla perfezione all’interno della struttura della vecchia chiesa, che aveva tra l’altro un finestrone sul lato sinistro del quadro, e questo diede l’ispirazione all’artista di far entrare il raggio di luce proprio da quell’angolazione, e la fiaccola tenuta in mano da uno dei personaggi in fondo sembra essere mossa da una folata di vento proveniente proprio da quella apertura: la dimostrazione del genio. In quell’umanità caotica, appena evidenziata ma scenicamente perfetta anche nella penombra, in quel precipitare di angeli scomposti il cui gesto della mano sembra voler ammortizzare la caduta in una realtà paurosamente reale senza fronzoli e senza colori sgargianti, troppo umana per essere comparata alla ieraticità della pittura classica, sta tutta la genialità del Maestro. A differenza di quanto avvenuto altrove, come a Roma dove si gridò allo scandalo per una morte della Madonna che la faceva apparire come una popolana, qui si decise che questa tela era qualcosa di troppo speciale per consentirne altre collocazioni se non quella dell’altare maggiore della chiesa per la quale era stata realizzata, senza pregiudizi e senza scandali. Da solo, questo quadro dipinge alla perfezione l’impegno morale e materiale del Pio Monte, e i suoi sforzi di consolare un’umanità sofferente oggi come nel ‘600, in una città bella e dannata come chi eseguì questo capolavoro. Al di là delle emozioni che può suscitare il dipinto nell’osservatore, occorre dire che c’è un disegno più alto a cui fare riferimento: la struttura e la posizione della nuova chiesa risulta mettere in dialogo le tele presenti al suo interno, ma non solo: la prima struttura si trovava in una posizione diversa da quella attuale, e occorse il genio assoluto di un maestro dell’ingegneria dell’epoca quale Francesco Antonio Picchiatti per progettare in una singolare posizione non solo la cappella, ma la collocazione dello stesso quadro del Caravaggio, collocato perfettamente in asse con la guglia di San Gennaro, realizzata da Cosimo Fanzago nel 1660 e che insiste nella piazza antistante, così che la statua del Santo posta sulla sua sommità, attraverso un finestrone aperto esattamente in corrispondenza sulla facciata, risulti in dialogo costante con il dipinto attraverso l’apertura del coretto sistemata nell’omonima sala: un gioco di prospettive degno di rappresentare la cura nella realizzazione di uno scrigno traboccante di capolavori, che vale decisamente la pena di venire a visitare.”

Sergio Valentino

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 15 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Ottobre 2020

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