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LA MOSTRA FOTOGRAFICA

Inaugura The Yellow Truck. La curatrice Chiara Reale: “Il precariato analizzato attraverso le foto di Robert Herman”

Eventi | 28 Febbraio 2018

Agli Archivi Mario Franco inaugura domani giovedì 1 marzo alle 18 30 presso Casa Morra la mostra fotografica di Robert Herman, a cura di Chiara Reale, ”The Yellow Truck”, a cura di Chiara Reale, a cui si lega la nuova rassegna cinematografica curata da Mario Franco dal titolo “Il Cinema allo Specchio” incentrata sul “cinema che parla di cinema”. La mostra raccoglie le foto inedite che raccontano le fasi produttive del b Movie “Vigilante” ambientato a New York negli anni 80. Accogliamo con gioia un intervento di Chiara Reale che ci spiega le ragioni del suo lavoro e il senso di questo evento, ricordando che gli scatti in mostra sono dedicati alle numerose figure professionali che lavorano duramente affichè la grande macchina cinematografica continui a muoversi, che non salgono mai alla ribalta ma che restano sempre e inevitabilmente un nome che scorre rapidamente nei titoli di coda.


Il termine “flessibilità” è considerato, almeno per quanto riguarda la sfera dell’economia e del mondo del lavoro, assolutamente attuale. A chiarire il suo significato fu il sociologo Richard Sennett, autore del libro intitolato non a caso L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale (pubblicato nel 1998, in Italia un anno dopo da Feltrinelli). L’analisi di Sennett svela l’inganno che la “flessibilità” sta perpetrando subdolamente ai danni dei lavoratori, spacciandosi come qualcosa che ha incrementato la libertà, ma che invece ha prodotto «nuove strutture di potere e di controllo». Il progetto di Robert Herman “The Yellow Truck” ci mostra che in realtà i meccanismi riassunti e analizzati da Sennet affondano le radici in tempi non così recenti. L’occasione viene data dal patinato universo dell’entertainment cinematografico americano, che lo street photographer newyorkese “frequenta” fin dalla tenera età (il padre possedeva un piccolo cinema d’essaie nel cuore di Brooklin) e che ha sempre influenzato la sua visione artistica del mondo e delle cose.

Siamo alla fine degli anni ’70: Herman viene chiamato in qualità di fotografo di scena di un B-movie d’azione (quello che noi definiremmo un poliziottesco) dal titolo delucidativo di “Vigilante”. Il suo lavoro consiste nell’immortalare  primi piani di attori in pose sexy e aggressive, sparatorie, spargimenti di sangue finto, scene in cui inseguimenti, scintille e stuntmen che si buttano giù dai tetti la fanno da padrona. Agli scatti ufficiali Robert affianca però una serie
di immagini ufficiose, di quelle che non è carino mostrare ai produttori. In questo secondo tipo di fotografie non c’è sangue finto, sorrisi ammiccanti o muscoli guizzanti. I protagonisti sono macchinisti, fonici, assistenti di produzione, costumisti ritratti a lavoro in una New York gelida, in attesa che finisca una scena ripetuta già decine di volte, in pausa pranzo intenti a consumare ciò che resta di un panino già in parte sbocconcellato un paio d’ore prima. In questa seconda serie di fotografie c’è il tempo, la dedizione, la pipì trattenuta, gli sbadigli, le mani gelate di decine di persone che in realtà per il pubblico delle sale non è mai esistita, se non in nomi non letti che scorrono rapidamente sullo schermo scuro alla fine della proiezione dinanzi a poltrone ancora calde spoche di coca-cola e pop corn. C’è però anche tanta speranza, voglia di fare arte, di lasciare un segno.

Le storie di queste persone saranno state molto diverse le une dalle altre, se non fosse che erano anche esattamente le stesse: nel bel mezzo del lavoro i soldi finirono, tutti vennero rimandati a casa. Poi i soldi arrivarono e tutti furono ricontrattualizzati a condizioni molto diverse da quelle originariamente pattuite. Meno soldi, più lavoro, meno garanzie. Prendere o lasciare. Molti hanno preso, qualcuno ha lasciato, qualcuno ha intentato una causa legale e ha perso due volte. Una storia non a lieto fine lontana dall’essere un caso raro, ma raramente raccontata in modo così chiaro da chi ci è stato dentro, come lo ha fatto Herman con le sue fotografie “ufficiose”.

Il valore di “The Yellow Truck” è non solo negli scatti di un artista che trova il bello nella quotidianità grigia di una tipica giornata lavorativa, ma anche in questa capacità di raccontare qualcosa che conosciamo fin troppo bene e che appartiene alle nuove generazioni. Flessibilità e precarietà sono concetti non così nuovi eppuresiamo presi sempre da uno stupore misto a inquetudine quando ci guardiamo dentro. Per oltre trent’anni questo progetto fotografico è restato chiuso in un cassetto e forse è stato un bene perchè è proprio oggi, vedendolo per la prima volta, che esprime tutto il suo significato premonitivo. Mai quanto oggi questi scatti degli anni ’80 sono attuali, offerti allo sguardo sospeso di occhi giovani di persone che indossano vestiti diversi ma che vivono le stesse identiche sensazioni di instabilità e di speranza.

Chiara Reale

Identità Insorgenti

Identità Insorgenti è un giornale on line che rappresenta un collettivo di scrittori, giornalisti, professionisti, artisti uniti dalla volontà di una contronarrazione del Mezzogiorno.

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