domenica 26 maggio 2019
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LA MOSTRA

Si aprono i depositi di Capodimonte. 1200 meraviglie da scoprire. Gallery Mario Laporta

Beni Culturali | 22 Dicembre 2018

Ha inaugurato ieri “Depositi di Capodimonte, storie ancora da scrivere”, la meravigliosa mostra che anima buona parte del secondo piano del museo, dove resterà fino a maggio 2019.  La gallery è di Mario Laporta/Kontrolab (all rights reserved)

Il mito del deposito

Universi chiusi, sotterranei polverosi, custodi impenetrabili pieni di tesori nascosti e ignorati,i depositi dei musei sono un mito associato, nell’immaginario collettivo, al sepolto e al mistero come se fossero la caverna di Alì Babà o la tomba di Tutankhamon. I depositi sarebbero, quindi, pieni di capolavori sconosciuti, di opere dimenticate, di capolavori ai quali è stata sottratta la consacrazione della presenza nelle sale? In parte questo è vero ma, essenzialmente, il deposito di un museo moderno è il risultato di una selezione fatta dai direttori e dai curatori, che riflette lo stato della storia dell’arte in un dato periodo. Questa mostra, organizzata dal Museo insieme alla casa editrice Electa, ha fatto uscire dai 5 depositi di Capodimonte, identificati come Palazzotto, Deposito 131, Deposito 85, Farnesiano e GDS (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, 1220 opere (tra dipinti,
sculture e oggetti), circa il 20% per cento del totale delle opere in essi contenute.

I depositi si originano dalle scelte fatte dagli uomini e identificano un’epoca Nella stessa selezione delle opere da esporre o da non esporre si riflette un gusto, una ragione storico artistica, per la quale si decide di non fare vedere, di individuare una nuova corrente che merita essere valorizzata. Ovviamente anche questo percorso espositivo è il risultato della selezione effettuata dai curatori, dettata, per lo più, a ragioni legate ai limiti degli spazi espositivi (10 sale), allo stato conservativo delle opere e alla loro qualità, ma il numero elevatissimo di dipinti, sculture e oggetti presentati evidenzia l’intento principale: mostrare al pubblico quante più opere è possibile e, soprattutto, quelle poco o per nulla conosciute che, forse, sorprenderanno visitatori, connaisseurs, studiosi stimolando dibattiti, riflessioni, nuove proposte attributive. Questa mostra non è la presentazione di un percorso di studi e, per questo, il catalogo non viene presentato in occasione dell’inaugurazione, ma sarà edito, dopo un convegno tra museologi sul ruolo dei depositi per accogliere suggerimenti, notizie, in attesa di nuove storie ancora non scritte.

La gallery di Mario Laporta/Kontrolab

La seconda mostra in una trilogia di mostre

Con la mostra Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire (12 dicembre 2017 – 11 novembre 2018) il Museo di Capodimonte ha inaugurato un ciclo di esposizioni che sfida il principio costitutivo del museo, proponendolo non più come entità statica e immobile, presunta lezione magistrale, ferma nel tempo, ma come luogo di libertà, di creatività, di potenziale espressivo, di vivace diversità della conoscenza e del gusto: dieci personalità diverse, provenienti, per formazione e professionalità, da ambiti eterogenei dello scibile umano, hanno reinterpretato le collezioni del Museo attraverso la propria visione. Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere (21 dicembre 2018 – 15 maggio
2019) è il secondo capitolo della trilogia. Sono esposte 1220 opere provenienti unicamente dai cinque depositi di Capodimonte. La mostra racconta il ruolo e la storia dei depositi tra scelte imposte dai dettami del gusto, dalla natura della collezione del museo o dallo stato conservativo delle opere. Infine la terza mostra. C’era una volta Napoli. Storia di una grande bellezza (14 giugno
2019 – 15 Aprile 2020) dimostrerà, con 1000 oggetti, che oltre ad essere ricerca storica, una mostra è anche uno spettacolo e la storia sempre una fiction. Con C’era una volta Napoli, 150 personaggi delle grandi opere musicali del secolo d’oro napoletano incontrano, nelle 19 sale dell’Appartamento reale di Capodimonte, la storia visuale, la collezione di arti decorative del Museo, con particolare accento sulle porcellane, e l’alto artigianato sartoriale delle grandi produzioni del Teatro di San Carlo, reinterpretando in modo interdisciplinare il temperamento, le eccellenze, la creatività, la curiosità e il bonheur del secolo dei lumi.

Depositi: prassi a confronto

Il museo si confronta con i suoi depositi: frutto della sedimentazione collezionistica e contraltare delle scelte espositive, i depositi sono testimonianze indirette del grande lavoro fatto nel XX secolo di organizzazione e di creazione dei musei. Sono necessari per custodire ciò che non viene selezionato per le sale e ne rappresentano il cono d’ombra. Nei paesi in cui vige una logica collezionistica e non patrimoniale, come negli Stati Uniti, le opere musealizzate possono essere vendute o sostituite, ad esempio, per alzare il livello della collezione. Questa operazione viene chiamata “deaccession”. I Musei europei, invece, sono responsabili di un patrimonio inalienabile, eredità storica ed identitaria: le collezioni devono essere preservate nella loro unitarietà, ogni singola opera è considerata non solo come esito di un gusto artistico ma anche come testimonianza storica, a prescindere dal valore estrinseco. È stata proprio questa logica di integrità patrimoniale a
permettere, negli anni Ottanta del secolo scorso, la creazione del Museo d’Orsay di Parigi, e più recentemente La Piscine de Roubaix a seguito di una rivalutazione della produzione artistica ottocentesca e novecentesca, e del riallestimento di opere fino ad allora conservate nei musei del territorio nazionale ma non esposte. Alla metà degli anni Novanta del Novecento, sono stati identificati ed esposti a Capodimonte una parte degli oggetti d’arte rari e preziosi di collezione farnese provenienti dalla “Galleria delle cose rare”, una sorta di camera delle meraviglie attigua alla Galleria Ducale di Parma. Le preziose suppellettili, giunte a Napoli con Elisabetta Farnese formarono la Wunderkammer (oggi in parte ricomposta) del “Real Museo Farnesiano di Capodimonte”, meta obbligata degli illustri viaggiatori del Grand Tour, tra cui Winckelmann (1758), Fragonard (1761), il Marchese de Sade (1776), Canova (1780) e Goethe (1787) che lasciarono testimonianze scritte della loro visita.

 

Il ruolo dei depositi. Il caso del Museo di Capodimonte

Nonostante la vastità dello spazio espositivo, 15.000 mq organizzati in 126 sale, anche il Museo di Capodimonte conserva parte della sua collezione in 5 grandi e medi depositi. Nel secondo dopoguerra, con un decreto del maggio del 1949, venne sancita la definitiva destinazione della Reggia di Capodimonte a Museo e tre anni dopo si diede avvio al progetto di risistemazione ad opera del Soprintendente Bruno Molajoli (1949-1959), coadiuvato dall’architetto Ezio De Felice: in questo periodo si progettò l’assetto organico delle sale e si crearono i depostiti per custodire le opere non selezionate per l’esposizione, perché non coerenti con i criteri di scelta delle collezioni di
Capodimonte, perché non ritenute interessanti secondo il gusto del momento, perché ancora da restaurare. Il deposito è il respiro e spesso il futuro del museo quando non è il suo inconscio. Negli anni a seguire e con la guida dei soprintendenti Raffaello Causa (1959-1984), poi di Nicola Spinosa (1984–2009), con la responsabile del sito Mariella Utili, opere provenienti dai depositi del Museo sono state riproposte al pubblico con allestimenti diversi che hanno successivamente riscritto la storia della collezione. Un lavoro a cui hanno dato seguito i soprintendenti Lorenza Mochi Onori (2009-2011) e Fabrizio Vona (2011-2015), quest’ultimo con la responsabile del sito Linda Martino, attuale chief-curator del Museo e Real Bosco di Capodimonte. Il direttore Sylvain Bellenger (dal 2015 ad oggi), responsabile anche del Real Bosco, ha voluto questa ricognizione, una vera antropologia della storia del Museo, dalla quale ha avuto origine la mostra Depositi di Capodimonte. Storie ancora dascrivere.

La testimonianza della vita di corte

Ancora oggi, nei depositi di Capodimonte, si trovano, per ragioni di allestimento, alcune opere di Sebastiano del Piombo (1485–1547), di Battistello Caracciolo (1578-1635), di Giovanni Lanfranco (1582-1647), di Francesco Solimena (1657–1747), di Domenico Morelli (1826–1901), opere la cui attribuzione è incerta o copie, quest’ultime bandite dalle esposizioni museali, o opere in condizioni conservative precarie che ne compromettono la leggibilità. Ne sono un esempio quelle selezionate da Giuliana Bruno per la sua sala nella mostra Carta Bianca. Memoria dell’originaria destinazione di reggia, è anche il ricchissimo servizio di corte Savoia, giunto a noi quasi integro e conservato nei depositi: impossibile da esporre per il numero elevato di pezzi, solo la sua dimensione è una preziosa testimonianza della vita di corte ai tempi dei duchi d’Aosta.

La collezione del Capitano James Cook

Nei depositi è conservata, anche, la collezione di oggetti esotici provenienti dalle spedizioni del Capitano James Cook in Oceania, donati a Ferdinando IV di Borbone dall’ambasciatore lord Hamilton, Ministro plenipotenziario della Gran Bretagna. Un patrimonio ancora poco studiato e che sarebbe da rapportare alle opere di uguale provenienza del British Museum di Londra. Le notizie sulla collezione di manufatti provenienti dalle spedizioni del Capitano James Cook, risalgono al 1784, data in cui viene registrata nel volume Storia de’ Viaggi intrapresi per ordine di S.M. Brittannica dal Capitano Cook […] in cui relativamente alle acconciature delle donne di Thaiti si parla di una piccola mostra “di tali lavori nel Museo di Capodimonte insieme con altre cose appartenenti per la maggior parte all’isola di Othaiti”. Gli oggetti vengono poi descritti nel Diario del viaggiatore inglese Capitano Robert Scott of Rosebank, durante la sua visita a Napoli del 5 giugno 1787, riferendo che il re Ferdinando aveva intenzione di spostare nel museo del Palazzo di Capodimonte, la sua collezione di dipinti e di altre curiosità tra cui una collezione di oggetti del Capitano Cook provenienti dai Mari del Sud e donati da Hamilton al Re. Ulteriore testimonianza, si ritrova nel catalogo de Le Musée Royal-Bourbon, del 1843, di Giovanni Finati, in cui si parla di un Armoire de figure Pyramidale, contenente “43 oggetti tra armi, utensili, strumenti musicali, tele ed ornamenti degli abitanti dell’isola di Othaiti, della Nuova Zelanda, e della Celdonia che furono portati da Cook in Europa”.

Le scoperte e l’avvio di nuovi studi

Scrivere la storia dell’arte, dunque, crea di fatto una storia ufficiale e una secondaria, ufficiosa e celata. La più grande vittima è sempre la scultura, sacrificata rispetto al prioritario interesse nei confronti della pittura: non è un caso che gli storici dell’arte siano soliti attribuire, nella gerarchia accademica dei generi, alle arti decorative, l’appellativo di arti minori. La selezione è la storia dei depositi, luoghi delle opere non selezionate per l’allestimento ufficiale ma anche di conservazione e di studio, talvolta di scoperta come nel caso degli oggetti rari di provenienza Farnese individuati da Linda Martino negli anni ‘90 e attualmente esposti nella Wunderkammer del Museo dal 1995. Successivamente nel 1996, dopo lunghissimi lavori di ricognizione sull’antico inventario è stata esposta in tre sezioni – il Museo Sacro, l’Arabo Cufico e l’Indico – la collezione del cardinale Stefano Borgia. Ai depositi si è attinto, inoltre, per la sezione dell’Ottocento privato, a cura di Serena Mormone e Linda Martino, di oltre duecento opere d’arte tra dipinti, sculture, oggetti d’arredo, tessuti e tendaggi in grado di ricreare la dimensione intima di un appartamento privato di corte. Un contributo fondamentale per la progressiva, e relativamente recente, rivalutazione della produzione artistica del XIX secolo, che andrebbe approfondita anche nell’aspetto della produzione artistica pubblica e istituzionale, sottolineando come l’Ottocento napoletano abbia occupato la scena internazionale a Parigi o in America.

La fruizione contemporanea del patrimonio, tra valorizzazione tutela e diffusione

Esitazioni di attribuzione o datazione, dimensioni, fragilità e stato conservativo delle opere, ragioni di gusto e altro sono tutti fattori che incidono sulla scelta di ciò che è esposto e ciò che non lo è.
Eppure il deposito è il luogo in cui l’attività di un museo è più intensa: qui nascono gli allestimenti, le mostre, gli approfondimenti scientifici degli studiosi ed è grazie ai depositi che si consolida, con i prestiti internazionali, l’autorevolezza di un museo. Non è un caso che sempre più spesso si cerchi di renderli fruibili, seppure con le dovute  precauzioni e con pubblici contingentati. Conservare, studiare, diffondere sono le missioni primarie di un museo, come sottolineato sia da una sempre più cospicua legislazione nazionale e internazionale inerente ai beni culturali, sia dagli strumenti di soft law concordati nelle diverse sessione dell’ICOM. Per l’inaugurazione della mostra MusiCapodimonte presenta Io m’arricordo e Napule Un’ambientazione coreografica e musicale nel cortile e nelle sale del Museo avente come tema la tradizione musicale in Campania: ‘paranze’ (gruppi musicali popolari con chitarre, fisarmonica, clarinetto, tammorre) accompagneranno numerosissimi ‘ballatori’ nelle danze popolari (tammurriate e tarantelle), ‘e Maestr’e cuncertino’ , musicisti e cantanti che si esibiranno nel repertorio della canzone storica napoletana nella sua forma più autentica, la ‘Posteggia’, coppie di ballerini classici in costume di pulcinella che eseguiranno passi a due al semplice suono del mandolino (dal vivo), zampognari che eseguiranno le classiche novene natalizie, il teatrino delle guarattelle.

Al via il progetto digitalizzazione con l’Università Federico II

In un’epoca in cui la circolazione delle informazioni è sempre più immediata e segue laglobalizzazione, le nuove tecnologie permettono una comunicazione immediata e una catalogazione e una digitalizzazione esaustiva. La storia dell’arte è sempre stata legata alla fotografia e le immagini ad alta definizione rappresentano una rivoluzione nella disciplina. Comodamente collegati al proprio computer si possono osservare dettagli iconografici, segni e pennellate, consistenze materiche, estendendo le possibilità visive dell’occhio umano. Per questi motivi il Museo di Capodimonte ha avviato, con la mostra Depositi, un progetto scientifico in collaborazione con la Regione Campania e il Mibac, finalizzato alla digitalizzazione progressiva dell’intero patrimonio storico artistico, con bibliografie articolate per facilitare le ricerche degli studiosi di tutto il mondo. Con l’Università Federico II di Napoli, nell’edificio settecentesco detto Colletta e inglobato nel Bosco di Capodimonte, il museo ha avviato la creazione della prima Scuola di digitalizzazione dei beni culturali e paesaggistici d’Italia. Per diffondere l’accesso all’arte a un pubblico più vasto è stata attivata, dall’estate del 2018, la campagna Google, con l’immissione di oltre 500 capolavori del Museo di Capodimonte (di cui 200 sono stati fotografati con la tecnica di ultima generazione “Art camera”) sulla piattaforma dedicata Google Arts & Culture, offrendo la possibilità di visite virtuali a 360° delle sale del Museo e dei viali del parco. Qui il virtuale anticipa il reale, rende visibile ciò che è nascosto e quanto è esposto e cambia chi decide cosa evidenziare della Storia, che non è un fatto dato, ma deve essere rielaborata, scritta e riscritta.

Viaggio nei depositi di Capodimonte

L’allestimento al secondo piano del Museo di Capodimonte presenta un viaggio nel mondo dei cinque depositi del Museo (85, 131, Palazzotto Borbonico, ex GDS, Deposito Farnesiano) alla scoperta di quello che normalmente conservano. Percorso di mostra:

SCHEDA TECNICA

DEPOSITI DI CAPODIMONTE
Storie ancora da scrivere

Museo e Real Bosco di Capodimonte
via Miano 2, Napoli
date di apertura al pubblico
21 dicembre 2017 – 15 maggio 2019
a cura di:
Maria Tamajo Contarini, Carmine Romano
con
Linda Martino, Patrizia Piscitello, Alessandra Rullo, Maria Rosaria Sansone,
Alessandra Zaccagnini
promossa da
Museo e Real Bosco di Capodimonte
organizzazione e comunicazione
Electa
orari
aperta tutti i giorni, dalle 9.30 alle 17
tranne il mercoledì
chiuso il 25 dicembre e l’1 gennaio
24 dicembre e 31 dicembre, dalle ore 9.30 alle 14
mercoledì 26 dicembre, aperto dalle ore 14 alle ore 19.30
biglietti
intero mostra e museo 12 euro
ridotto mostra e museo 8 euro

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 22 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 22 Dicembre 2018

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