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LA MOSTRA

Thalassa: al MANN il mare nostrum tra Napoli e Sicilia

Beni Culturali | 13 Dicembre 2019

Sessanta milioni di anni fa nasceva il “Mare nostrum” e non si poteva non dedicargli una mostra.

Thalassa: un mare al femminile

Thalassa, con l’accento sulla prima a, è questo il nome che le è stato dato. Un nome al femminile per il nostro mare, così importante per i napoletani ma potremmo dire per il tutto il Regno delle due Sicilie.

In una mostra, se non in un regno che fu grande, Campania e Sicilia si sono riunite in un evento culturale oltre ogni confine per raccontare la storia del Mediterraneo o meglio le storie che da esso fuoriescono spesso per casi fortuiti di “pesche miracolose” da cui poter attingere a oggetti che risalgono anche a 20 secoli prima di Cristo.

Dalle virtuali colonne d’Ercole inizia la storia dell’archeologia subacquea

Un portale del tempo è l’ingresso all’immenso salone della Meridiana con quelle che nel concept dell’allestimento dovrebbero essere le colonne d’Ercole per affacciarsi sul mar Mediterraneo e salpare alla volta del tesoro che ci mostra. Varcato il portale una mappa in 3D ci mostra la storia del Mare nostrum dalla nascita fino a come potrebbe essere nel 2100 dandoci una proiezione di un futuro che ci sembra lontano ma che poi così lontano non è.

“In Thalassa il Mediterraneo è il tema unificante, raccontato dalla sua nascita datata a 60 milioni di anni fa. La prospettiva è nuova: il Mar Mediterraneo è studiato dal mare verso la costa e non dalla costa verso il mare. Il racconto parte dai primi straordinari reperti che il mare ha casualmente restituito alla comunità, innescando quel processo di sensibilizzazione che porterà alla costituzione della disciplina dell’archeologia subacquea, evolutasi fino alle più recenti conquiste tecnologiche della ricerca. Napoli e la Campania, l’intera isola della Sicilia e tutto il Meridione hanno svolto in epoca contemporanea un ruolo di primo piano nella fondazione dell’archeologia subacquea in Italia: la storia sommersa nelle acque del Mediterraneo ha prima restituito reperti meravigliosi, quindi ha posto agli archeologi i quesiti fondamentali della ricerca” – afferma Salvatore Agizza, curatore e vera anima di questa esposizione da lui fortemente voluta e sposata dal direttore del MANN Paolo Giulierini e dal compianto Sebastiano Tusa, scomparso nella tragedia aerea del marzo scorso. Thalassa è il frutto di una collaborazione tra il Museo archeologico nazionale di Napoli e l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana , un sogno di Agizza e di Tusa fra cielo e mare.

Un concept originale fra cielo e mare seguendo le costellazioni dell’Atlante farnese

Gli architetti che hanno realizzato l’allestimento sono Simona Ottieri e Cherubino Gambardella, il professore che ha ispirato Paolo Sorrentino per il personaggio di Jep Gambardella ne “La Grande Bellezza”.

Centro simbolo dell’esposizione è l’Atlante farnese. Un escamotage il paravento riflettente che mostra come in un caleidoscopio le costellazioni nella parte superiore della scultura, costellazioni che tracciavano le rotte degli antichi che spesso avevano come unico modo di orientarsi sul mare le stelle. Così le installazioni rappresentano nella parte superiore idealmente un cielo stellato mentre luci soffuse ci trascinano in ninfei come quelli della grotta azzurra di Capri o nel mare di Posillipo, o ancora, ci trasportano su navi affondate da dove fuoriescono oggetti di uso quotidiano, lucerne, cucine o contenitori per il trasporto di olio, vino e garum raccontandoci i commerci nel Mediterraneo così come i lingotti di piombo che dalla penisola iberica raggiungevano Roma o l’eccezionale esposizione di lingotti di oricalco, prezioso materiale citato da Platone nei racconti su Atlantide.

Il cratere con Naufragio da Ischia

Da segnalare che molti dei pezzi sono esposti al pubblico per la prima volta in assoluto. Sicuramente alcuni esemplari sono importanti e curiosi, come il famoso “cratere con Naufragio” del Museo di Villa Arbusto a Lacco Ameno.

E’ stato trovato in una tomba della necropoli di San Montano, sull’isola d’Ischia, e risale all’VIII secolo a.C. E’ famoso per due ragioni: perché è il più antico vaso, tra quelli trovati in Italia, dipinto con figure e non con soli motivi geometrici, e per la scena di naufragio che è tra le pochissime a noi giunte dal mondo greco. Una scena spettacolare: la nave capovolta, i marinai che cercano scampo nuotando tra i pesci, mentre uno di loro sta già per essere divorato da un pesce enorme.
Siamo a Ischia, l’antica Pithecusa, la prima colonia greca in Occidente.

Alcuni pezzi esposti

Dal Parco archeologico di Paestum arriva la testa bronzea di Foce Sele recuperata dal centro studi subacquei Napoli nel fiume Sele presso il Santuario di Hera.

Eccezionali i trenta reperti provenienti dal Museo Archeologico di Atene e in particolare dal relitto di Antikythera dove spiccano gioielli in oro, splendide coppe di vetro, parti di statue . Nella mostra anche una ricostruzione in 3D del calcolatore astronomico recuperato nella nave.

Una vera chicca, nella sezione “vita da bordo” , sono i flaconcini in legno di bosso per collirio databili al II secolo avanti Cristo ritrovati in Toscana nel relitto del Pozzino che hanno fatto pensare alla presenza di un medico a bordo. Straordinario, poi, un frammento di ingranaggio del I secolo avanti Cristo ritrovato a Olbia molto più antico del calcolatore di Antikythera denominato “frammento del planetario di Archimede ” cioè dell’originale a cui si è ispirato il meccanismo di Antikythera. Le sezioni della ruota dentata invece di essere triangolari come nel meccanismo di Antikythera sono sezioni sferiche che permettono una precisione eccezionale come le aveva progettate Archimede.

Singolare anche il ritrovamento di 10 mila lucerne in deposito al MANN, molte anche in stato di usura. Furono ritrovate a Baia in quello che fu una volta il portus Iulius. Prima porto militare, in seguito assunse un importante funzione commerciale. Ora il porto giace sommerso a bassa profondità e nelle sue strutture sono state fortuitamente ritrovate le 10 mila lucerne in mostra accatastate in uno dei magazzini, probabilmente usate per consentire anche il lavoro notturno.

I curatori

Il progetto scientifico è stato elaborato da “Teichos. Servizi e tecnologie per l’archeologia” mentre i curatori sono Paolo Giulierini, Sebastiano Tusa, Salvatore Agizza, Luigi Fozzati e Valeria Li Vigni, moglie di Tusa.

Nove sezioni e circa 400 pezzi provenienti dal Mediterraneo

Nove le sezioni in cui la mostra si articola superata la mappa in 3D. Completa la mostra di circa 400 pezzi il percorso nella stazione Neapolis del MANN dove sono esposti reperti che ricostruiscono la storia del porto di Napoli grazie agli scavi della metro di piazza Municipio iniziati nel Duemila con gli ultimi ritrovamenti del 2014/2015.

Nella stazione Neapolis esposti per la prima volta 3 reperti lignei trovati negli scavi a piazza Municipio

A corollario della mostra Thalassa vengono esposti per la prima volta tre importanti reperti lignei di cui il più entusiasmante è una enorme ancora di oltre due metri e mezzo della fine del II secolo a.C. e un remo ed un albero di età imperiale, probabilmente appartenuti ad imbarcazioni che attraccavano nel porto antico. Reperti concessi dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli dopo un intervento conservativo realizzato dall’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 9 marzo 2020.

Susy Martire

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 13 Dicembre 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Dicembre 2019

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