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LA MOSTRA

Virginem=Partena: da Nabi a via Chiatamone una collettiva di artisti identitari dalle visioni cosmopolite

Arte | 22 Novembre 2019

Salvatore Scuotto alias MoraleS si è affidato a due grandi “firme” della nostra identità, Sergio Siano (autore gallery che vi proponiamo e storico fotografo partenopeo) e Amalia De Simone, collega capace come poche di raccontare la realtà in cui ci muoviamo, per presentare le opere che da domani saranno protagoniste della temporary art exhibition che alle 19,30 inaugura nello spazio Nabi di via Chiatamone. Sono opere che segnano un passaggio politico più evidente di cui MoraleS ha sentito altrettanto evidentemente la necessità. Su tutte spicca la SiNera, un’opera straordinaria come straordinariamente simboliche sono le opere degli altri artisti che partecipano a questa singolare e preziosa collettiva voluta da Biancamaria Santangelo – interior designer e art director di Nabi Interior Design – titolata “Virginem = Partena”: l’architettura incontra l’arte nel segno di una napoletanità internazionale. Una mostra dedicata alla napoletanità cosmopolita  e contemporanea di quattro artisti nati in terra campana, fortemente identitari, quali MoraleS, Pasquale Manzo, Emanuele Scuotto e Marcello Silvestre, che vuole offrire – attraverso la nostra identità – visioni universali dell’era che attraversiamo.

L’intento dichiarato è riuscire a collocare l’espressione artistica partenopea nella fusione tra architettura e interior design, cogliendo l’occasione per presentarla al mondo come paradigma universale. Un tributo, quello della Santangelo, esperta arredatrice d’interni, nei confronti di una Napoli dal carattere cosmopolita: una realtà forte di miti, costumi e pratiche ancestrali, ma capace al contempo di vivere e farsi vivere attraverso molteplici identità.

La “città porosa”, capace di farsi penetrare nel suo tessuto culturale e sociale, del resto, non potrebbe essere meglio rappresentata, in questo senso e in questa precisa direzione, da questi quattro artisti che ben conosciamo e apprezziamo anche per questa capacità di uscire dagli schemi classici dell’identità per reinterpretarla.

Artigiani abituati a esporre anche all’estero, con cui intrattengono rapporti multiformi, i fratelli scuotto, de “La Scarabattola”, storica e singolarissima bottega presepiale di via dei Tribunali, del resto, hanno da tempo intrapreso un percorso altro rispetto all’artigianato iconografico della zona. Qui di Scuotto la Santangelo ne ha voluti due: Emanuele, che attraverso la terracotta è capace di raccontare sì la tradizione, ma anche l’incertezza nei confronti del futuro che pervade il presente. La sua arte, che si caratterizza principalmente per la ricerca di Cristo e il tentativo di cristallizzarlo nella materia argillosa, è infatti costellata di quegli archetipi della Napoli religiosa e superstiziosa che vengono venerati dal popolo per amore, ma anche e soprattutto per paura. Il San Gennaro o La Bella Mbriana, figure dalla forte carica identitaria, si distaccano tuttavia dal canone popolare al fine di assumere fisionomie apolidi, senza tempo, quasi universali. Salvatore, alias MoraleS, che nonostante il background da artigiano presepista non si fa intrappolare nella convenzione, servendosi di un peculiare tocco fumettistico per infondere vita alle sue sculture. Questo tratto stilistico, coniugato ad una forte esigenza di politicizzazione dell’arte, contraddistingue le sue opere rendendole estremamente aderenti alle tematiche dei nostri giorni, nonché di immediato impatto visivo.

Poi c’è Pasquale Manzo, che trasforma l’identità in poesia e prospettiva altra: le sue opere in cartapesta, che spesso vi abbiamo raccontato, trascendono i confini locali per proiettarsi verso l’infinito, con lo slancio che potrebbe avere una cattedrale gotica. Figure come la Sirena Partenope, il Pulcinella o il San Gennaro, pur rimanendo imbrigliate nella loro Napoli vesuviana, sotterranea, magmatica, appaiono sospese in un dialogo imperituro tra tradizione e modernità, vita e morte, passato e futuro.

Infine Marcello Silvestre che utilizza il software 3D come parte integrante del processo creativo: il suo appare come un linguaggio idoneo a conferire la meritata profondità alla narrazione di Napoli, spesso mediaticamente appiattita su rappresentazioni incomplete e stereotipate. Nello scolpire virtualmente il rapporto complesso e indissolubile che l’uomo ha con la città – quasi come fosse un corpo unico, difficile da scindere – Silvestre offre una visione estremamente all’avanguardia del modo simbiotico in cui solo un napoletano può vivere la sua Napoli.

Insomma l’idea è bella e vale la pena esserci: attraverso quattro visioni diverse avremo modo di scoprire nuovi modi di pensare ai luoghi del quotidiano, affinché l’ospitalità – uno di quei valori che a Napoli fatica a scomparire – possa divenire opportunità di valorizzare le molteplici espressioni artistiche della contemporaneità.

Lucilla Parlato

La gallery è di Sergio Siano

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 22 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Novembre 2019

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