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LA PARANZA DEI BAMBINI

La licenza poetica di Saviano che distrugge la lingua napoletana

Criminalità, Cultura, Identità, Istruzione, scuola, università, Libri, Lingua Napoletana, NapoliCapitale | 13 Dicembre 2016

 

michele-serio

Nell’ultima pagina de “La paranza dei bambini”, il recente libro di Roberto Saviano dedicato a un gruppo di ragazzini che si fanno strada nel sistema della camorra, si legge la seguente nota dell’autore:

“Una delle sfide di questo romanzo è l’uso del dialetto. La scelta è venuta naturalmente, l’elaborazione ha chiesto lavoro, verifiche, ascolto.  Non volevo il dialetto “classico” che è tuttora quello che, anche in termini di trascrizione, vige nelle opere dei poeti e degli scrittori dialettali. Ma al contempo volevo che di quella classicità ci fosse piena consapevolezza. Perciò ho chiesto la collaborazione di Nicola De Blasi (professore di Storia della lingua italiana all’Università Federico II di Napoli) e di Giovanni Turchetta (professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano) che ringrazio entrambi.”

Dopo aver vantato un poderoso lavoro di ascolto e verifica, coronato da autorevoli consulenze,  sempre insistendo nel definire la lingua napoletana un dialetto, Saviano si cimenta in un periodo inutilmente contorto in cui risulta molto difficile capire cosa stia cercando di dirci.

“A partire da lì ho sentito la malleabilità di quella lingua, ho sentito che potevo, qui e là, forzare verso un’oralità viva ma ricostruita dentro l’esercizio della scrittura. Dove questa deliberata manipolazione si discosta dai codici, è perché sono intervenuto come autore a modellare, a filtrare la realtà sonora dell’ascolto dentro la resa del dettato, complice dei personaggi che si agitavano con il loro dialetto ‘imbastardito’ nella mia immaginazione.”

Leggendo il libro però ci si fa un’idea: forse che questo serva a buttare le mani avanti rispetto al napoletano assurdo in cui si è cimentato l’autore?

Incontriamo lo scrittore Michele Serio. Lui, che a Forcella è nato e ha vissuto, al suo quartiere ha dedicato anche un libro, “Napoli corpo a corpo” anche se, ci racconta, Forcella alla fine è presente  in tutti i suoi lavori.

“Qui c’è un errore in ogni frase”, sbotta, prendendo in mano il libro e sfogliandolo a casaccio.

Intraprendiamo poi uno spoglio sistematico delle frasi napoletane contenute nel libro e Serio conferma e amplifica la sensazione di perplessità e ridicolo che la lingua di Saviano ha suscitato in noi, aggiungendo qui e là ulteriori osservazioni linguistiche e aneddoti ironici.

“La mancanza di omogeneità linguistica riflette la mancanza di onestà intellettuale. È evidente che Saviano è completamente al di fuori della realtà di Forcella: non la conosce, e d’altronde come potrebbe, dal momento che vive da anni in America!” aggiunge lo scrittore, entrando poi anche nel merito di alcune dinamiche sociali descritte nel libro, come ad esempio il ruolo delle donne, nel libro figure marginali e succubi, nella realtà, che Serio ben conosce, invece attivissime ed essenziali. Nel libro, inoltre, vengono descritte forze dell’ordine pavide e imbelli, che ignorano i ragazzini per accidia o per timore nei loro confronti: “Questo non è assolutamente vero.” continua “La polizia agisce secondo mandato, quindi quando non agisce è perché non è consentito, non certo per paura. Questi ragazzini non sono degli eroi, sono anzi piuttosto codardi, temono moltissimo la polizia e fuggono alla sola vista di una volante.”

Tornando alla lingua, che è la ragione per cui abbiamo incontrato Serio, da Saviano apprendiamo che in napoletano si dice tu vò come seconda persona del verbo vulé, in contraddizione peraltro con Nicola De Blasi stesso, che nel libro scritto con Luigi Imperatore “Il napoletano parlato e scritto”, indica come seconda persona del verbo irregolare vulé, in italiano volere, naturalmente, la forma tu vuò.

Ecco alcuni assaggi di savianese, scelti tra i peggiori, (e dovete immaginarli pronunciati da ragazzini criminali di Forcella) che con Serio prendiamo in analisi, demolendoli uno per uno.

“Vulite dare ‘na letta?” un’espressione che suona più da gioventù dei Navigli che da ragazzini di Forcella e poco cambia quel “vulite” che appare del tutto posticcio.

Nella Forcella di Saviano si dice “cagare” con la sonorizzazione intervocalica, proprio come a Bergamo.

“I fuochi, ‘o scie’, i fuochi!” “Ma si’ sciem’?!” dicono i forcellesi di Saviano, eppure tutti noi abbiamo sempre sentito dire e detto “‘o sce'”, dato che sciemi è un plurale.

Con “Schierza, schierza!” apprendiamo addirittura che i ragazzini di Forcella hanno ascendenze moscovite.

Non solo, ma hanno anche fatto evidentemente uno stage all’Accademia della Crusca, perché dimostrano una notevole padronanza dell’italiano di registro alto, vista la disinvoltura con cui utilizzano a proposito tutti i tempi del congiuntivo:

“È la più grande piantagione che ci sia al mondo, guagliu’. Erba per tutte le parti.”

“Io so’ parte della paranza, aggio pigliato ‘na cosa mia che avrei restituito” condizionale passato con consecutio temporum dell’italiano di registro alto, completamente sconosciuta al napoletano e inusuale persino nell’italiano regionale campano.

Il padre di uno dei ragazzi minaccia filosofeggiando come un’isterica in attesa di divorzio: “Tu si’ n’omm”e mmerd’, e questo è tutto quello che si può dire su di te.”

Lo stage all’Accademia ha avuto davvero ottimi risultati:

“Però amm”a scegliere palazzi da cui se po’ fuì senza scendere per le scale.”

A proposito di questi cui, che si trovano spesso disseminati nelle frasi dei nostri guagliuncielli, Michele Serio racconta un simpatico aneddoto: “Ricordo che a San Giovanni a Teduccio mi soprannominarono Dicui perché in un bar una volta avevo ordinato ‘tre caffè di cui uno macchiato.’ “, questo per dare un’idea di quanto sia usuale sentire il pronome relativo complemento italiano cui in certi ambienti abituati a parlare quasi esclusivamente il napoletano!

Si trovano qui e là refusi e grafie oscillanti, come un “faccimmo” per facimmo.

Le domande, le perplessità che sorgono da questo che è solo un assaggio della lingua di Saviano sono molte.

Una su tutte: che ne ha fatto Saviano del napoletano, degradato al rango di dialetto, infarcito di incursioni di italiano aulico che non sono spiegabili come aiuto alla comprensione per i non napoletani? Il richiamo alla licenza poetica è fuori luogo e strumentale.

Ciò che ne emerge è che alla lingua napoletana e a chi la parla non è concessa dignità agli occhi del mondo, perché appare come un volgare basso di cui è permesso far scempio con continui refusi, forzature ed errori grammaticali.

Teresa Apicella

 

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 13 Dicembre 2016 e modificato l'ultima volta il 13 Dicembre 2016

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