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La periferia periferica

News | 11 Giugno 2016

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Esistono periferie e periferie, periferie nelle periferie, e tutto ciò con almeno un paio di comuni denominatori. Vi sono le periferie tali solo per la distanza geografica dal centro città, e poi vi sono le periferie periferiche, quelle distanti soprattutto per il degrado – a tutti i livelli –, che aleggia. Immense praterie di cemento disforme ad uso di dormitorio abbandonate a sé stesse, brulli contenitori di substrato sociale e culturale in cui il malaffare regna sovrano, e rappresenta, molte volte, una delle poche alternative per quei tantissimi giovani rei solamente di esser nati lì. Ci si può chiedere se le periferie siano tutto ciò. Anche, ma non solo.

È di pochissimi giorni fa la notizia della morte di due giovanissimi a Ponticelli: un 25 enne, Cepparuolo, leader di un gruppo di fuoco del centro, una paranza – come la stampa definisce – che era in un circolo ricreativo tra i tanti palazzoni del quartiere – pare fosse lì proprio per nascondersi; un 19enne, Ciro Colonna. Quest’ultimo ennesima vittima innocente di una guerra di camorra. Ciro era nel circolo insieme a tanti suoi coetanei, come tutti i giorni. Si giocava a carte, a biliardo. Ma ogni tanto è possibile che dei giovanissimi armati, sotto effetto di stupefacenti, vi entrino e ammazzino il destinatario dell’agguato, su ordine di un altrettanto giovane mandante. Poi, se nel mezzo, scappa un altro morto, un innocente, poco importa. La missione l’hanno comunque portata a termine. Ecco, a loro poco importa. Ai cittadini del quartiere, della città intera dovrebbe importare eccome. Ma soprattutto dovrebbe importare a chi rappresenta i territori, a chi solo pochi giorni fa ha raccolto centinaia, migliaia di preferenze. A chi si erge paladino e difensore del quartiere. Alle istituzioni tutte.

Forse è poco chiaro, ma qui puoi morire perché sei amico di; puoi morire perché ti confondono per; puoi morire perché esci; puoi morire perché vivi a Ponticelli. Sento e leggo, sconfortato, sconcertanti riflessione lanciate nella mischia dei “tanto non cambierà niente”, “Ci hanno abbandonati”. Forse è vero, siamo rinchiusi in un perimetro di degrado tale che funga da vulnus per il malaffare dilagante. Ma il territorio è nostro, è la camorra a trovarsi nel posto sbagliato.

Lo sconcerto è normale che sia tanto, ma serve a poco. Anzi a nulla. La nuova amministrazione comunale, con solleciti e sinergia dei territori, con il sostegno dello Stato, dovrà occuparsi della prevenzione: investimenti continui e concreti nel sociale, sostegno alle realtà associative e culturali. Unica vera alternativa per chi trova nel malaffare rifugio ed occupazione.

Ma la catena istituzionale per funzionare dovrà partire dal basso, dalla base: bene la prima fiaccolata promossa per martedì 14 nel “Lotto 0”, dove è morto Ciro Colonna. Ma non basta. Bisogna unirsi, compattarsi intorno ad una idea – che sembrerà ai più onirica, ne sono consapevole -, quella che il quartiere dovrà essere libero da ogni forma di degrado, di malaffare. Libero così come vorrà sentirsi qualsiasi cittadino di uscire senza il rischio di poter esser colpito da una pallottola vagante, di morire; liberi di vivere il quartiere e non di rintanarsi in casa come se ci fosse il coprifuoco, per tutta la giornata.

Si inizi a dar voce, per davvero, ad una necessità forte e concreta. Si inizi a chiedere ai rappresentanti delle istituzioni locali un impegno serio per i territori grazie ai quali occupano poltrone. Poltroncine. Qualora avessero dubbi sul da farsi, un paio di ricette – da strutturare, senza dubbio – già ci sono. Realtà associative e comitati civici, insieme all’ausilio del Consiglio Municipale, potrebbero impostare progetti di recupero sociale che poi saranno presentanti alla nuova Giunta comunale e, quindi, all’Assessorato di riferimento. Progetti tali da far sì che diventino, questi, rifugio per i tantissimi giovani del territorio. Pensare che sia complicato è naturale e logico, ma che sia impossibile è una sconfitta. Ed il nostro quartiere non può arrendersi, non possiamo arrenderci. Non possiamo permetterci di aspettare altre vittime innocenti per indignarci. L’indignazione è tendenza, facciamo sì che sia ordinaria.

Un territorio come il nostro, un tempo a fortissima vocazione operaia, fiore all’occhiello dell’industria del paese intero, con eccellenze immense, non può ridursi ai “Ci hanno lasciati soli”. Ovunque ci si volta è possibile rinvenire pezzi di storia, quella industriale, per più di un secolo il porto sicuro per moltissimi cittadini. Montagne di mattoni in tufo, torri ciminiere, cancelli arrugginiti contornano le speranze dei figli di quegli operai, a cui il territorio fornisce sempre meno la possibilità di riscatto, rendendo le opportunità occupazionali una vera e propria chimera.

Ecco, in un mondo non troppo lontano, sogno una periferia meno periferica. 

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 11 Giugno 2016 e modificato l'ultima volta il 11 Giugno 2016

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