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LA PIOVRA

Tutta la storia del processo “Alto Piemonte” che svela intrecci tra Juve e mafie

Criminalità, Sport | 22 ottobre 2018

Due sentenze (primo grado ed appello) del processo penale “Alto Piemonte”, la sentenza di un processo sportivo, 95 pagine di relazione su “mafia e calcio” stilate dalla Commissione antimafia (che si occupano anche di altre società e intrecci) e centinaia di pagine di verbali di audizioni.

Un viaggio nel malaffare che parte dalle cosche calabresi, arriva allo stadio e finisce per sedersi a tavola con la dirigenza juventina. Uno specchio su illeciti e vuoti normativi che rendono difficile l’opera degli investigatori e non forniscono neanche alle società gli strumenti giusti per tutelarsi.

Una storia che appare oltre che opaca anche fortemente incompleta.

COME TUTTO E’ COMINCIATO

Tutto nasce da un’indagine della DDA di Torino.

Si investigava su un’associazione mafiosa rumena che aveva come attività principale un’istituto di vigilanza e controllo che imponeva a degli esercizi pubblici.

Gli inquirenti avevano l’aiuto di un collaboratore di giustizia rumeno, Lesniuk, interno a questo sodalizio, che svela agli investigatori gli affari del suo gruppo.

Lesniuk rivela che tra i business del gruppo rumeno c’era quello della rivendita di biglietti della Juventus, affare autorizzato ai rumeni da criminali di origine calabrese, con i quali il sodalizio trattava stupefacenti.

Di preciso si scopre che questi rumeni, per avviarsi al business, decidono di costituire un gruppo (i Templari) ed essere presenti in curva allo Juventus Stadium, e per farlo si recano a chiedere l’autorizzazione in Calabria.

Da qui il primo indizio, vago, che per costituire un gruppo serva l’autorizzazione calabrese.

Parallelamente la DDA di Torino sta svolgendo un’altra indagine su traffico di stupefacenti tra la Sicilia e il Piemonte, e appura che il referente piemontese di questo traffico era un capo ultras (Andrea Puntorno), leader del gruppo “Bravi ragazzi” che aveva in curva, come “sottosezione”, il gruppo dei rumeni. C’è un primo collegamento.

Le indagini accertano che il leader de i “Bravi ragazzi”, attraverso emissari, tratta con la dirigenza della Juventus centinaia di biglietti e abbonamenti allo scopo di rivenderli a prezzo maggiorato e lo fa con l’appoggio di uomini vicino a una famiglia storica della ‘ndrangheta torinese, Ursini-Belfiore-Macrì di area gioiosana, che nel business del bagarinaggio ci investe perché redditizio.

Vengono arrestati sia i componenti del gruppo rumeno, sia Andrea Puntorno, il leader dei “Bravi ragazzi”.

E si appura che gli utili di questo bagarinaggio, solo per il gruppo “Bravi ragazzi” (che non è il maggiore dei gruppi) si aggira sui 30.000€ a partita.

Ma è ancora troppo poco per dimostrare che il capoultras, arrestato intanto per stupefacenti, avesse arricchito consapevolmente un “sodalizio mafioso” e non dei singoli componenti.
Ma si capisce che la criminalità organizzata calabrese è interessata al fenomeno del bagarinaggio.

Allora si indaga, incrociando indagini parallele e vecchie informative.

E in molte indagini sui clan in Piemonte spunta l’interesse per la spartizione dei biglietti e degli abbonamenti.
Su una di queste, ovvero “Comanda Rosarno”, condotta dalla squadra mobile, spunta la figura di Rocco Dominello, incensurato ma figlio di un pregiudicato per associazione mafiosa e con due fratelli che nel 2012 verranno arrestati dalla DDA nell’ambito di un’altra operazione contro la ‘ndrangheta.

Anche qui dalle intercettazioni emergono interessi di Rocco Dominiello per la dotazione dei biglietti (si rivelerà poi figura centrale di tutta l’indagine) ma ciò che rende più precisa l’attenzione è altro; il bagarinaggio in sé e per sé infatti non è considerato reato.

Si scopre che un certo Farina che vuole aprire un altro gruppo, i “Gobbi”, facendosi accompagnare dal capo storico dei “Drughi” (il pluridaspato Mocciola Gerardo che comanda fuori dal gruppo) e dallo ‘ndraghetista Sgrò Giuseppe, va a chiedere l’autorizzazione a casa del padre di Rocco Dominello (Saverio), che in teoria nulla dovrebbe entrarci nel business del figlio.

In sostanza”, riferisce il sostituto procuratore della DDA di Torino Paolo Toso, “quello che noi abbiamo creduto di intravedere quando ci siamo occupati di interessi della criminalità organizzata ‘ndraghetista, studiando il caso della mafia rumena e dei “bravi ragazzi”, trova una conferma dettagliata per quanto riguarda un gruppo specifico di tifosi e una famiglia ‘ndraghetista. Il gruppo dei tifosi è quello dei Drughi,  la famiglia ‘ndraghetista è quella dei Dominello. Dopo la famosa riunione a casa di Saverio, chi commenta gli esiti di queste riunioni a bordo di un’auto dice: “Adesso abbiamo l’autorizzazione e siamo coperti sia dentro lo stadio, sia fuori lo stadio, e posiamo fare i nostri affari”.

La stessa autorizzazione ottenuta dai rumeni, con la stessa matrice calabrese.

LA FIGURA DI ROCCO DOMINELLO

Ma veniamo alla figura di Rocco Dominello.

Rocco viene introdotto in Juventus da Fabio Germani, personaggio noto del tifo organizzato e legato al club, con intensi rapporti con i responsabili della biglietteria bianconera, Merulla e D’Angelo.

Una prima “fibrillazione” nasce quando un tifoso svizzero si lamenta via mail con la Juventus per aver pagato 600 euro un biglietto. Il responsabile della biglietteria Merulla se ne lamenta con Germani al telefono e poi con lo stesso  Dominello, garantendo però, e lo farà anche D’Angelo, che troveranno il modo per fargli mantenere le loro “dotazioni”.

Dominiello diventa il referente di tutti i gruppi per la spartizione dei biglietti e per un paio d’anni interlocutore e mediatore tra il club e i gruppi, e abitualmente ricevuto presso gli uffici della Juventus.

Garantiva pace tra i gruppi in curva, tranquillità.

Lo dice Calvo, allora dirigente del settore commerciale della Juve, lo dice D’Angelo, e lo dice Bucci, che si suiciderà a luglio.

Da una perquisizione in casa di Dominello (per altra indagine) si appura da file nel suo computer che dispone di una dotazione per le partite di cartello di circa 300 biglietti.

Ma Dominello non era un capo ultras, non andava neanche in curva, le partite le vedeva in tribuna.

E in curva c’erano, riporto le parole del sostituto procuratore Monica Abbatecola , “personaggi come un Grancini, un Mocciola, che governavano effettivamente la tifoseria, pluripregiudicati per omicidio, eccetera”.

Come poteva il Dominiello riuscire a mediare un settore così difficile?

E’ stato chiesto un po’ a tutti i dirigenti della Juve e la sensazione derivata, secondo il sostituto procuratore, “è di chi volesse dire, ci siamo un po’ tappati gli occhi, tappati il naso, ci garantiva comunque equilibrio e questo era il risultato che volevamo ottenere”.

D’Angelo è ancora più esplicito ed ammette di aver fatto delle ricerche su Google (?) e aver scoperto che la famiglia era coinvolta in casi di ‘ndrangheta, ma essendo lui incensurato sembrava meno pericoloso di altri capi ultras con pesanti curriculum criminali.

Quando si parla di “pace in curva” il sostituto procuratore Paolo Toso sottolinea che non si tratta di evitare liti per l’appoggio ad un’allenatore o a un presidente. Si parla solo di “interessi economici legati alla quantità di biglietti e abbonamenti che i gruppi riuscivano a ottenere. Comprandoli, non gratuitamente”. Comprandoli, non gratuitamente.

Questo è un punto importante sul quale torneremo che definisce il ruolo della Juventus in questo processo (penale) nel quale non risulta né indagata né parte lesa.

Ovviamente l’acquisto degli abbonamenti e dei biglietti viene fatto con intestazioni fittizie e in numero superiore al consentito con conseguente violazione delle normative sportive, e di questo la Juventus se ne è attribuito la responsabilità. Ma si tratta di illecito amministrativo sportivo per il quale ha il club ha risposto al tribunale sportivo e del quale parleremo in seguito.

Nel frattempo un altro collaboratore di giustizia rivela che un’altra  famiglia, i “Crea”, più potente di altre, ha interesse nel settore del bagarinaggio delle partite allo Juventus Stadium e aggredisce lo spazio lasciato libero dopo l’arresto di Puntorno, leader del gruppo “Bravi ragazzi”.

Ma in realtà questa famiglia aveva già cominciato a lavorare in partite di campionato e per la finale di Champions League a Berlino, e lo faceva con il tramite di un personaggio che, come Dominello, aveva rapporti diretti con la Juventus, persona che gli investigatori non sono riusciti ad identificare perché il pentito non lo conosceva per nome e cognome.

In una conversazione ambientale il capo del sodalizio “Crea” suggerisce ad alcune persone di di trovare un contatto per cominciare ad acquistare biglietti della Juventus suggerendo:
una volta entrati in curva tutti i tifosi fumano, fanno uso di stupefacenti, e quindi vi si apre un mercato di stupefacenti tra la tifoseria, poi vi si apre il mercato, perché che lo autorizzo, del merchandising contraffatto e, una volta che vi siete sistemati all’interno dello stadio, potete espansivi e i biglietti diventano sempre di più”.

Si poteva andare più a fondo ma la DDA dovette arrestare i Crea per reati di usura e estorsione e non ci fu il tempo di indagare ulteriormente

La procura quindi accerta che la criminalità organizzata controlla il mercato dei biglietti e che la società riconosce sostanzialmente che ciò le consentiva di avere uno stadio tranquillo.

LO SLO E IL SUICIDIO DI BUCCI

Nel frattempo emerge una normativa UEFA che prevede l’istituzionalizzazione di una figura deputata a tenere i rapporti tra la società e la tifoseria (quello che praticamente faceva Dominello), denominata SLO.

La Juve deve indicare un nome, e non indica, come è ragionevole pensare, Rocco Dominello, bensì Raffaello Bucci, che quando l’indagine sarà pubblica finirà per togliersi la vita.

La domanda che sorge spontanea è:
perché non viene ufficializzato Dominello come SLO?

Se non se ne conosceva lo “spessore” criminale, perché non rendere ufficiale il suo ruolo?Secondo il pm “le risposte sono sempre state vaghe”.

Del “danno al consumatore”, ovvero al tifoso, la DDA ne ha contezza quando Bucci si suicida e ne esaminano il cellulare.

Nelle chat c’è una conversazione dove un padre di famiglia toscano contatta la società per avere 8 biglietti e organizzare una gita a Torino. Al momento del ritiro gli viene comunicato che i biglietti non arrivano dalla Juventus ma da un gruppo i tifosi e che il prezzo è il doppio. Il cliente è sorpreso perché convinto di parlare con la società e decide di non acquistare i tagliandi.

In sostanza, per acquistare i biglietti, sembra esista solo il canale dei gruppi di tifosi, altro modo non ce n’è.

E la Juventus è consapevole del fenomeno del bagarinaggio, che alimenta non pretendendo nemmeno  il pagamento immediato dei biglietti (“ce l’ha dovuto ammettere la stessa società” riferisce Paolo Toso).

PERCHE’ LA JUVE NON E’ STATA INDAGATA?

Anche questa domanda sorge spontanea.
Alto Piemonte è un processo penale che è arrivato al secondo grado di giudizio, dove la Juve non viene indagata.
Viene invece deferita nel processo sportivo. Perché?
Accade non per una differenza di vedute o interpretazione dei fatti.
Ma solo perché la violazione delle norme di pubblica sicurezza sulla cessione dei tagliandi (cioè il fatto che debbano essere nominativi e venduti in quantità limitate a persona) non costituisce illecito penale ma illecito amministrativo sportivo.

Pur se favorisci “CONSAPEVOLMENTE, il fenomeno del bagarinaggio*», come si legge nel deferimento della procura sportiva, perché il bagarinaggio non è reato penale.

Pur se lo fai “per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata”* se non si riterrà sufficientemente provata la consapevolezza dei dirigenti juventini e di Agnelli riguardo lo spessore criminale degli interlocutori.

*FIGC-comunicato ufficiale n. 11/TFN– sezione disciplinare (2017/2018), pp. 1-4 (Doc. n. 1647.1).

E per il processo penale era solo questo il punto che avrebbe giustificato un’incriminazione.
La Juventus era consapevole di aver a che fare con rappresentanti di un sodalizio mafioso?Sapeva chi era Dominello? E’ questa la domanda centrale.

I magistrati hanno ormai ben chiara l’introduzione di Dominello nella Juventus.
Hanno conversazioni telefoniche (2010) nelle quali prova a cavalcare la protesta contro Blanc per proporre Lapo Elkann come presidente proponendosi di incontrarlo.

Hanno documenti filmati che attestano gli incontri tra Dominello e Marotta, che si disturbò personalmente per assistere al provino di un altro appartenente a una famiglia ritenuta ‘ndraghetista, “dovendo lo stesso Marotta ammettere a noi (magistrati) che di regola lui non si occupa direttamente dei provini”.

Il punto, dichiarano i magistrati, non è se Dominello abbia incontrato o meno gli Agnelli (lo stesso Agnelli non lo escluderà).

Il punto era dimostrare (e non ci si è riusciti) se ci fosse consapevolezza di cosa ci fosse dietro Dominello che avrebbe dimostrato la sussistenza di un possibile concorso esterno per il quale infatti Germani (che presentò Dominello alla Juve) è stato condannato in appello.

Che avrebbe configurato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (416bis).

E poi, è bene ricordarlo e il Pm Toso lo fa,
Alto Piemonte non nasce come infiltrazione della ‘ndrangheta nella Juve ma come tutt’altra cosa. Poi, lavori facendo, succede dopo mesi questa cosa qui, che non determina reato specifico e non consente attivazione di ulteriori termini, e succede proprio quando sta scadendo il termine delle indagini preliminari…”

Aggiunge la Abbatecola:
Noi abbiamo dei termini d’indagine. Per il reato del 416bis abbiamo un termine massimo di due anni entro il quale devo provare tutto il provabile…e questi sono reati a prova lunghissima, perché si devono monitorare tantissime persone nel lungo periodo

Altrimenti si sarebbe addirittura potuto pensare al club come “parte lesa”, come soggetto estorto, posizione però subito esclusa dai pm perché:
“Rispetto all’estorsione…c’è una differenza sostanzialmente tecnica: la società Juventus non ha subìto alcun pregiudizio economico, l’estorsione è un reato contro il patrimonio e l’estorto subisce un pregiudizio,… La società Juventus non ha subìto alcun pregiudizio, ha venduto tutti i suoi biglietti a pieno prezzo con piena soddisfazione e non è mai stata intimidita per farlo, è stato un incontro di volontà, mentre l’estorsione non è un incontro di volontà… perché abbiamo un pacifico, dichiarato – in particolare da dirigenti della Juventus – incontro di volontà: l’intesa con Dominello funzionava, non determinava alcun esborso e anzi garantiva la vendita dei tagliandi d’ingresso, che è l’affare di chi gestisce lo stadio, senza costrizione alcuna… »

Perché la Juventus”- aggiunge il pm Abbatecola – “sceglie di affidarsi a questa persona (Dominello) consapevolmente, come disse il dirigente dell’epoca dottor Calvo”:
“Non ci siamo chiesti più di tanto il perché di questa influenza, di questo essere figura di equilibrio, ma Dominello Rocco ci era utile”

Il funzionario D’Angelo, pur ammettendo di aver fatto ricerche e aver appreso di precedenti in famiglia si fece bastare (?) lo status di incensurato.

Dominello diceva di “essere di casa” negli uffici di Agnelli, il Presidente invece smentisce in una memoria pur non escludendo di averlo incontrato.

Un quadro, a sentire i pm, opaco, che non forniva gli elementi sufficienti ad approfondire, tant’è che Agnelli non fu nemmeno chiamato a testimoniare.

La linea del “non poteva non sapere” non fu ritenuta valida e Agnelli si difese, appunto, dichiarando che non sapeva.

Ma sono ancora una volta le parole del sostituto procuratore Paolo Toso a sintetizzare chiaramente la vicenda:

«Nel processo noi possiamo sostenere che Dominello aveva rapporti con Calvo (responsabile commerciale), con Merulla (responsabile della biglietteria), con D’Angelo (responsabile della sicurezza), con Marotta (responsabile tecnico) ma sempre solo questo Dominello Rocco.

Sul “come potevano non rendersi conto che?” – non si possono fare i processi. Pertanto, quando si chiede ripetutamente della consapevolezza o meno della Juventus, noi possiamo affermare che c’è consapevolezza del rapporto con Dominello Rocco, ma non che c’è consapevolezza di rapporti con la ‘ndrangheta. Possiamo affermare questo da magistrati in un processo. Poi ognuno si formerà le sue idee da cittadino”.

Quindi, che ognuno si faccia la sua idea.

La ricostruzione è tratta dal resoconto stenografico dell’audizione presso la Commissione Antimafia del dott. Paolo Toso e della dott.ssa Monica Abbatecola, sostituti procuratore della Repubblica presso la Direzione distrettuale Antimafia di Torino, dall’audizione presso la Commissione Antimafia del Presidente della FIGC Giuseppe Pecoraro e dalla relazione completa su Mafia e Calcio della Commissione Antimafia.

 

Maurizio Zaccone

Lucilla Parlato

Giornalista da sempre, ho iniziato a Napoli per poi emigrare a Roma, dove ho lavorato nella carta stampata, in tv a Mediaset e sul web a Sherpa-Tv (web tv di area Pd) oltre ad aver svolto negli ultimi anni capitolini ruoli di capo ufficio stampa in diverse istituzioni. Poi sono tornata a casa, a Napoli, cinque anni fa per fondare Identità Insorgenti, con un gruppo di amici, uniti dalla volontà di offrire un’altra narrazione del Sud.

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