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La politica dell’apparire

Politica | 21 Agosto 2016

Uno scroll veloce al social di turno, una letturina al volo dell’articolo sui temi scottanti del momento ed ecco che è pronta la “social opinione”: una sorta di figura mitologica con la quale gli affetti dalla imbarazzante patologia del momento, la pubblichite, convivono. Ormai da un po’ di tempo. Il metodo, tout court, è davvero più semplice di quanto immaginiate. Non è conosciuto, affatto, l’oggetto di discussione, non se ne è mai sentito parlare, ma basta una googlata celere ed il risultato è ben che pronto: fiumi di parole vuote condite da brulle riflessioni ed il festival del decadimento ha inizio. Insomma, “…l’importante è che se ne parli”. Chissà se Wilde avrebbe apprezzato. Forse no. Se volessimo trovare dei colpevoli di tutto ciò, se volessimo vestire i panni dei vigilantes con i fucili delle responsabilità puntati, in modo più che semplicistico potremmo trovare alcune risposte. A primeggiare su tutte c’è il fatto che il mondo è cambiato, la comunicazione è sul podio, indossa la medaglia d’oro, e la narrazione dei fatti è obbligatoria, a mo’ di dazio.

Vi starete chiedendo cosa c’entra tutto ciò con la politica, domanda sensata. Il più delle volte i temi di cui sopra sono squisitamente politici, che hanno a che vedere con le storie, le vite e le sofferenze delle persone. Ergo, possiamo ogni giorno assistere alle opinioni di avventori, professionisti del commento a tutti i costi ed esperti del tweet disquisire ieri di cosce, oggi di burkini e domani, probabilmente, di Aleppo. Lungi da me il voler inibire la libertà di espressione, anzi. Il punto è che molte volte i soggetti interessati sono, per l’appunto, filosofi della politica, guru delle preferenze e similar millantatori. Coloro che dovrebbero, anche, trovare soluzioni. Ma si sa, meglio apparire che essere, meglio dire che fare. Che si apra il sipario della degenerazione.

A perderci in tutto ciò è la politica, che passa, quindi, in secondo piano. Per essere benevoli. O, forse, rimane sullo sfondo di un gran selfie. Pare che la si stia mettendo all’angolo per dar spazio ad altro: l’involuzione che prende forma nella politica dell’apparire. Oppure, con franchezza – aggiungerei – la politica per apparire. Giovani compresi. Alcuni guidano le masse dei giovanissimi profeti della rivoluzione. Quella dall’ombrellone; dei twittatori seriali; degli Aperol congressi. Vogliamo giustificare tutto ciò con la società che cambia? Va benissimo. Ma trovo esecrabile la tensione al parossismo, all’iperbole e, quindi, alla stortura di quei valori intorno ai quali nasce la nostra comunità democratica. Sfociando nell’ottundimento della sinistra. Questo non lo accetto, e mai lo accetterò. Ci sia la politica e la comunicazione politica, non solo la comunicazione fine a se stessa, quella inutile quanto dannosa.

Non a caso un po’ di tempo fa, un vecchio compagno, Engels, diceva: “Ogni giorno esistono centinaia di esseri umani che, abbindolati dai mezzi di comunicazione, darebbero persino la vita per gli stessi uomini che li sfruttano da generazioni. Io dico: è giusto così. Che questi cagnolini fedeli privi di alcun senso critico, braccio inconsapevole della classe dominante siano in prima fila nella crociata contro l’evoluzione dell’uomo!

Un articolo di Il Vaporetto pubblicato il 21 Agosto 2016 e modificato l'ultima volta il 21 Agosto 2016

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