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LA PROPOSTA

La festa di Sant’Antuono di Macerata Campania tra i beni immateriali dell’Unesco

Identità | 17 Ottobre 2020

La festa in onore di Sant’Antuono (ovvero Sant’Antonio Abate) è la festività più importante e sicuramente più sentita dal popolo di Macerata Campania e dalle popolazioni dei paesi limitrofi. Essa rappresenta un momento storico, culturale, artistico–folcloristico dell’intera cittadinanza e viene celebrata il 17 di gennaio di ogni anno. Il periodo di festeggiamento è inoltre completato dal sabato e dalla domenica che lo precede.

Un mix di religiosità, folklore, tradizioni e partecipazione popolare, la festa di Sant’Antonio Abate è soprattutto questo.

L’evento nella sua interezza è caratterizzato sia da momenti dedicati al culto del Santo, che da momenti di puro e storico folklore popolare. II culto, inteso come devozione e venerazione, che i maceratesi tributano a Sant’Antonio Abate segue i normali canoni della liturgia ecclesiastica e, nei giorni di festività, questi si concretizzano in funzioni religiose come da liturgia. Per quanto riguarda il folklore abbiamo la tipica ed ineguagliabile sfilata delle “Battuglie di Pastellessa”, ovvero dei “Carri di Sant’Antuono” sui cui trovano alloggio i cosiddetti “Bottari di Macerata Campania”, che ripropongono l’antica sonorità maceratese dall’omonimo nome la “Pastellessa” (o “Pastellesse”).

La particolarità legata ai Bottari di Macerata Campania e alla Pastellessa è dovuta essenzialmente alla tipologia di strumenti musicali utilizzati: i classici e conosciuti strumenti musicali, sono sostituiti con botti, tini e falci, cioè con strumenti e arnesi di uso contadino che assumono una nuova veste di natura musicale. «Le percussioni ottenute dal battere continuo dei magli sulle botti, il rollio delle mazze sui tini e gli alti ottenuti battendo dei ferri sulle falci portano alla creazione di quel “magico” suono chiamato Pastellessa».

La proposta di inserire la festa di Sant’Antuono nei beni immateriali Unesco

Ora arriva la proposta di inserire Festa di Sant’Antuono a Macerata Campania nella lista dei beni immateriali dell’Unesco. A lanciarla è l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” che ha ultimato, con i fondi della Regione, il dossier per la candidatura a patrimonio dell’umanità dello storico evento maceratese, che potrebbe così finire accanto alla pizza napoletana, alla dieta mediterranea, o per restare in tema di eventi, alla Festa dei Gigli di Nola. Ora il dossier finirà all’ente di Palazzo Santa Lucia per una valutazione; se positiva, la documentazione verrà inviata al Mibact e al Comitato italiano Unesco per un ulteriore giudizio, e quindi a Parigi, per la valutazione conclusiva.

Intanto però, la Festa di Sant’Antuono è già accanto ad altri 58 beni immateriali della regione Campania, inseriti nell’Inventario del patrimonio culturale immateriale campano (l’Ipic). Qui compaiono la maschera di Pulcinella, il culto di San Gennaro; anche per quest’ultimo è stata avanzata candidatura all’Unesco. L’Inventario regionale è stato istituito nel 2017, è suddiviso in cinque sezioni (saperi, celebrazioni, espressioni, cultura agroalimentare e spazi culturali) e ha lo scopo di salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale immateriale che altrimenti rischia di andare dimenticato e disperso.

Origini storiche della festa nel XIII secolo a Macerata Campania: la vera origine della Pastellessa

Per capire come sono nati gli antichi riti tradizionali della Festa di Sant’Antuono a Macerata Campania bisogna fare un passo indietro nel tempo fino ad arrivare al XIII secolo, come ci spiega il sito ufficiale della festa, da cui abbiamo tratto tutte le notizie che vi riportiamo. Al tempo il paese di Macerata Campania si presentava come una comunità prevalentemente agricola ed artigianale, dove il lavoro dei campi richiedeva l’uso di una ricca gamma di attrezzi e strumenti che venivano fabbricati dagli artigiani locali. Costoro, durante le tradizionali fiere agricole, per evidenziare la solidità degli attrezzi da un lato e per attirare l’attenzione dei passanti dall’altro, percuotevano con magli le botti, con mazze i tini e con ferri le falci, creando una commistione di suoni che scoordinati ed asincroni apparivano persino assordanti, ma che con i voluti o forse fortuiti miglioramenti ritmici, portarono alla creazione di quelle peculiarità sonore che ancora oggi caratterizzano la musica a Pastellessa.
Un’antica legenda popolare vuole, inoltre, che la Pastellessa sia nata come rituale per “scacciare il male”: infatti si racconta di contadini che percuotevano freneticamente botti, tini e falci nel tentativo di scacciare gli spiriti maligni dagli angoli bui delle loro cantine. Questo rituale ripetuto poi all’aperto, secondo l’antica legenda, rappresentava un aiuto propiziatorio per il buon raccolto.
Nato come rituale pagano, questa tradizione è confluita nella festa religiosa in onore di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali e Santo protettore dalle avversità del fuoco.

Nelle polverose carte conservate presso gli archivi, ed in particolare nel catasto onciario di Macerata del 1754, nato per volere di Carlo III di Borbone il quale nel 1740 impose alle varie Università del Regno di Napoli la formazione dei relativi catasti per avere un controllo di tipo fiscale più accurato (dal medioevo e fino al XVIII secolo ogni nucleo demografico di una certa consistenza numerica del Regno di Napoli era qualificato come Università del Regno), si possono leggere i mestieri che si esercitavano in Macerata ai quali viene fatta risalire la manifestazione di Sant’Antuono. Accanto ai numerosi braccianti e «fatigatori della terra» vi era una larga schiera di galessieri, vaticali, ferrari, maniscalchi, bottai, manesi, tutti specializzati nella produzione di traini, botti, tini, falci e altri strumenti e arnesi che, combinati sui carri, segnano lo strumentario dei carri di pastellessa con le loro Battuglie. Ancora i documenti offrono delle testimonianze su questa festa. In un bilancio predisposto dall’Università di Macerata per l’anno contabile 1791-1792 vi è stanziata la somma di 20 ducati necessari per le feste del Santo Protettore S. Martino e per la festività di «S. Antuono Abbate» segno delle lontani origini della festa.

Sempre nel XVIII secolo, il 12 aprile 1766 il re del Regno di Napoli Ferdinando IV, figlio di Carlo di Borbone e nipote di Elisabetta Farnese, che succedette al padre nella guida del Regno, concesse al “…paroco de la tierra de Macerata del Casal de esa ciudad ed Real Permiso, para poder continuar la questua para la fiesta y capella de San Antonio…”.

Il parroco in questione era don Gonsalvo Peccerillo, che dalla sua Chiesa di Casalba (Santa Maria delle Grazie, nda) fu promosso titolare della Chiesa di San Martino Vescovo in Macerata (Campania, nda) nell’anno 1760. La nuova sede lo dotò della nomina di Abate, titolo di cui si fregiano i parroci di Macerata Campania da antichissima data.

Con tale carica, nel 1766, risolse una petizione alla Maestà del Re per essere autorizzato ad effettuare una questua nella nuova parrocchia al fine di celebrare la festa di Sant’Antonio Abate, <…solita a farsi ogni anno in onore del Santo, a cui i cittadini professano grandissima devozione…>, scriveva don Gonsalvo Peccerillo.

Un’altra importante traccia storica è data dal termine maceratese pastellessa, il quale viene utilizzato per indicare la musica percussiva prodotta dai Bottari di Macerata Campania. Questo termine, la cui terminologia deriva dalla past’e’llesse o past’e’llessa (pasta con le castagne secche) piatto tipico di Macerata Campania cucinato abitualmente nel giorno di Sant’Antuono, è legato ad Antonio Di Matteo, in arte Zì Antonio ‘e Pastellessa, un capobattuglia nato e vissuto a Macerata Campania fino alla prima metà del XX secolo (nato il 18/01/1872 e morto il 25/03/1951 a Macerata Campania). Zì Antonio ‘e Pastellessa, famoso per la sua cantina in via Santo Stefano a Macerata Campania dove era possibile degustare la pasta con le castagne lesse (fra Macerata e paesi limitrofi era l’unica cantina ad offrire questo piatto), come tanti altri capobattuglia era solito organizzare uno dei carri per la sfilata in onore di Sant’Antonio Abate, i quali ad inizio XX secolo venivano solitamente indicati come “Carri di Sant’Antuono”. A quel tempo, come accade oggi, ogni carro era contraddistinto da un nome in particolare ed il nome del carro di Zì Antonio ‘e Pastellessa era la “Battuglia di Pastellessa”, che era legato senza dubbio al soprannome del capobattuglia. La fama di questo carro e la bravura di Zì Antonio ‘e Pastellessa, anche fuori dalla mura cittadine, ha portato col tempo ad indicare tutti i Carri di Sant’Antuono col termine di Battuglie di Pastellessa e la musica eseguita dai Bottari di Macerata Campania col nome di pastellessa.

A confermare la fama di Zì Antonio ‘e Pastellessa è senza dubbio una delle canzoni più antiche, o che meglio ritorna alla mente, cantate sulle Battuglie di Pastellessa a Macerata Campania: “Per la Festa di Sant’Antuono”, la quale ci riporta ad inizio XX secolo. La canzone, infatti, risale ai tempi del famoso capobattuglia Zì Antonio ‘e Pastellessa e del bottaro Pasquale Ventriglia in arte Pascale ‘a Vorpe, il quale nacque a Macerata Campania il 5/10/1888. Presumibilmente il testo è stato composto fra il 1910 e il 1920, quando Pascale ‘a Vorpe aveva 20-30 anni, arrivando al giorno d’oggi come un’autentica testimonianza del passato.

Tratti caratteristici delle Battuglie di Pastellessa

Le Battuglie di Pastellessa, ovvero i Carri di Sant’Antuono, sono caratterizzate da alcuni tratti caratteristici, legati alla tradizione maceratese. Infatti ritroviamo:

Le palme: nell’allestimento del Carro di Sant’Antuono non dovrebbe mai mancare questo simbolo e segno caratteristico delle origini egiziane di Sant’Antonio Abate. Inoltre si dovrebbero evitare argomenti che si allontanano dalla tradizione della presente festività o che sono legati al Carnevale.

Le botti: è il simbolo più significativo della Battuglia di Pastellessa; essi vengono suonate percuotendo i cosiddetti “mazzafuni” sul fondo della botte. Si ricorda che probabilmente l’origine della Festa di Sant’Antuono, è dovuta in antichità alla presenza nel paese di Macerata Campania di mannesi e artigiani fabbricanti di strumenti agricoli come le botti.

I tini: le “tenelle” o “cupelle” sono anch’esse uno strumento del tutto originale della Battuglia di Pastellessa e rappresentano la parte ritmica che cadenza la base musicale fondamentale di tutto l’impianto armonico del suono; essa è prodotta percuotendo le cosiddette “mazzarelle” sul fondo del tino.

Le falci: esse, forse, rappresentano l’elemento della morte e della rinascita, il ciclo della vita e delle stagioni che si ripete, oltre ad essere anche uno strumento contadino molto usato e presente nella cultura rurale dei maceratesi. Questo strumento, pur se pericoloso da maneggiare, risulta essere fondamentale per la battuglia. Esse vengono suonate percuotendo una bacchetta di ferro di 20 cm circa sul bordo non tagliente della falce.

I mazzafuni: è il maglio con cui si percuote la botte; come ci ricorda l’etimologia della parola, dovrebbero essere composti da mazze di legno e canapa o fune fatta di canapa (vista la grande coltivazione e produzione di canapa che si aveva a Macerata Campania fino agli ’70 del XX secolo). Oggigiorno la gomma e tessuti come il cotone hanno preso il posto della canapa.

Le mazzarelle: dovrebbero essere per tutti dei piccoli bastoni di legno di 30 cm circa con la punta arrotondata, con le quali suonare i tini.
I bottari di Macerata Campania: sono i percussionisti, cioè i suonatori, che compongono la Battuglia di Pastellessa. A seconda del ruolo, percuotono botti, tini e falci sotto la direzione di un “capobattuglia”.

Il capobattuglia: è il maestro d’orchestra che dirige l’esecuzione musicale della Battuglia di Pastellessa, attraverso l’uso di gesti e colpi di fischietto.

Nella Battuglia di Pastellessa vengono eseguiti tre modelli ritmico-musicali, che vengono fusi fra loro secondo la creatività del capobattuglia. Generalmente si usa indicare la musica prodotta con botti, tini e falci con il termine generico di “Pastellessa”, anche se corrisponde a solo uno dei tre ritmi base eseguiti:
Il primo modello ritmico-musicale è detto “’a battuglia ‘e Sant’Antuono” o anche “a Sant’Antuono” e prevede l’utilizzo di botti, tini e falci. La musica a Sant’Antuono inizia e si conclude con una specie di cadenza sospesa detta “ruglio” o “strenta”. Qui infatti gli esecutori eseguono un rullato sui barili e sulle falci, mentre il capobattuglia concitatamente dà dei prolungati colpi di fischietto. Improvvisamente, poi, lo stesso capobattuglia emette un segnale fonico: Ohì! Questo grido ha lo scopo di far riprendere il ritmo dopo la sospensione della strenta e così continuare la musica a Sant’Antuono.
Il secondo modello è chiamato “a Pastellessa” e tale termine è legato al piatto tipico maceratese “past’ e ‘llesse” (pasta con le castagne lesse), cucinato come da tradizione il giorno di Sant’Antuono a Macerata Campania. Il ritmo qui si presenta molto più lento ed è eseguito sulle botti, sui tini senza falci e senza fischietto.
Il terzo ed ultimo modello ritmico è detto “a Tarantella”, che prevede l’utilizzo di tutti gli strumenti e serve normalmente per accompagnare i canti.

I canti prodotti dalle Battuglie di Pastellessa sono quelli dei contadini e degli operai che in genere usavano cantarli o recitarli durante il lavoro, così che si alleviasse la durezza della fatica. Oltre a questa motivazione, per così dire, liberatoria, essi possono essere presi come rivelatori di un gusto, della fantasia e della pensosità del popolo rurale di “Terra di Lavoro”. I canti erano scherzi, epigrammi, dispetti, motteggi, intessuti di frasi simboliche, equivoche, fantasiose, maliziosette, comunque sempre divertenti.

La past’e’llessa, la ricetta tipica di Macerata Campania

La Past’ e ‘llessa è la Pasta con le castagne lesse. Il termine Pastellessa, usato per indicare la musica prodotta dalla percussione di botti, tini e falci, deriva da una specialità tipica della cucina povera: la past’ e ‘llessa (o past’ e ‘llesse), ovvero la pasta con le castagne lesse. A Macerata Campania, in occasione della festa antoniana, la tradizione vuole che si prepari tale ricetta, in cui il dolce della castagna insieme al piccante del peperoncino crea un gusto abbastanza gradevole. Questo piatto si accompagna bene al vino di uva fragola prodotto con vitigni autoctoni, quasi ormai inesistenti in territorio maceratese.

La castagna è sempre stata un elemento essenziale della cucina povera. In antichità è stato quasi l’unico sostentamento, specie d’inverno, di molte comunità montanare, dove il grano non riusciva a crescere o si era troppo poveri per poterlo fare arrivare dalle pianure. Anche se Macerata Campania si trova in pianura a pochi metri sul livello del mare, in antichità ed ora del tutto sparita era presente la produzione di castagne nell’area oggi associata alla frazione Caturano nel comune di Macerata Campania; infatti nel 1823 Giuseppe Maria Alfano nel libro intitolato “Istorica Descrizione del Regno di Napoli” affermava che nel casale di Catorano (oggi Caturano) vi era la produzione di castagne, mentre nei casali di Macerata e Casalba, aree anch’esse oggi appartenenti al comune maceratese, era sostituita con quella di canapi. Inoltre c’è da considerare che Macerata Campania dista non molto dall’area collinare di Roccamonfina, dove da secoli è fiorente la produzione di castagne.

Le castagne, sbucciate e fatte essiccare, si conservano a lungo e possono essere fatte rinvenire lessandole, costituendo una riserva alimentare invernale per le famiglie più povere. Non deve quindi meravigliare la scelta della past’ e ‘llessa come piatto tipico della Festa di Sant’Antuono, che ricade appunto in un periodo dell’anno in cui l’inverno si fa più sentire.

Col passare del tempo il termine pastellessa è diventato un elemento esclusivo della cultura maceratese in Terra di Lavoro. La sua introduzione nella tradizione è legata ad Antonio Di Matteo, in arte Zì Antonio ‘e Pastellessa, un capobattuglia nato e vissuto a Macerata Campania fino alla prima metà del XX secolo (nato il 18/01/1872 e morto il 25/03/1951 a Macerata Campania). Zì Antonio ‘e Pastellessa, famoso per la sua cantina in via Santo Stefano a Macerata Campania dove era possibile degustare la pasta con le castagne lesse (nel Circondario di Marcianise quella di Macerata era l’unica cantina ad offrire questo piatto), come tanti altri capobattuglia era solito organizzare uno dei Carri di Sant’Antuono per la sfilata in occasione della festa. A quel tempo, come accade oggi, ogni carro era contraddistinto da un nome ed in particolare il nome del carro di Zì Antonio ‘e Pastellessa era la “Battuglia di Pastellessa”, che era legato senza dubbio al soprannome del capobattuglia. La fama di questo carro e la bravura di Zì Antonio ‘e Pastellessa, anche fuori dalla mura cittadine, ha portato col tempo ad indicare tutti i gruppi che si esibiscono sui Carri di Sant’Antuono con il termine di Battuglie di Pastellessa e la musica eseguita dai bottari di Macerata Campania col nome di pastellessa. Se Antonio Di Matteo non avesse avuto il soprannome di Pastellessa, oggi non si assocerebbe questo termine alla tradizione dei bottari. A confermare la fama di Zì Antonio ‘e Pastellessa è senza dubbio una delle canzoni più antiche, o che meglio ritorna alla mente, cantate sulle Battuglie di Pastellessa a Macerata Campania:“Per la Festa di Sant’Antuono”, la quale ci riporta ad inizio XX secolo. La canzone, infatti, risale ai tempi del famoso capobattuglia Zì Antonio ‘e Pastellessa e del bottaro Pasquale Ventriglia in arte Pascale ‘a Vorpe, il quale nacque a Macerata Campania il 5 ottobre 1888. Presumibilmente il testo è stato composto fra il 1910 e il 1920, quando Pascale ‘a Vorpe aveva 20-30 anni, arrivando al giorno d’oggi come un’autentica testimonianza del passato.

Peculiarità della Festa di Sant’Antuono

La festa in onore di Sant’Antuono è caratterizzata da quattro momenti legati alla devozione e alla tradizione folkloristica maceratese:il fuoco (Cippo di Sant’Antuono);la sfilata dei Carri di Sant’Antuono ovvero delle Battuglie di Pastellessa; i fuochi pirotecnici figurati; la riffa.

Il fuoco (Cippo di Sant’Antuono)

Una delle rappresentazioni iconografiche di Sant’Antonio Abate più ricorrente è con una fiamma che arde: il fuoco purificatore ricorda come questo Santo sia considerato anche il vincitore del male, colui che sconfisse il diavolo.
I paesi della Provincia di Caserta, e non solo, si sono tramandati di anno in anno la manifestazione di religiosità della “lampa”, che viene solennizzata col l’accensione del famoso “Cippo di Sant’Antuono”.

Il “Cippo” (o “Ceppo”), che usualmente si realizza con un bello fascio di legna, viene acceso dalla gente nelle strade e nelle piazze fin dalle prime ore della sera del 17 gennaio, per solennizzare il giorno dedicato a Sant’Antonio Abate.
A Macerata Campania è oramai tradizione accendere il Cippo nella serata che precede il 17 gennaio, in modo che possa ardere tutta la notte fino a consumarmi per quando è mattina. L’accensione del ceppo avviene a termine della sacra funzione del 16 gennaio dedicata al Santo, condotta dall’Abate curato di Macerata Campania, in cui avviene tra l’altro la benedizione degli animali. Nella stessa giornata vengono eseguiti i giochi tradizionali che richiamano gli usi e costumi di un tempo che fu, come il Tiro alla Fune e il Palo di Sapone, il tutto seguito da un buon piatto di past’ e ‘llessa (pasta con le castagne secche) accompagnato da un bicchiere di vino offerto dal Comitato festeggiamenti.

La sfilata dei Carri di Sant’Antuono ovvero delle Battuglie di Pastellessa

La sfilata dei Carri di Sant’Antuono, ovvero delle Battuglie di Pastellessa, è il momento più importante del folklore maceratese. Per questa occasione vengono allestiti dei carri allegorici di una lunghezza media di 16 metri e larghezza e altezza di 3.50 metri, su cui trovano alloggio dei particolari gruppi denominati appunto Battuglie di Pastellessa.
La Battuglia di Pastellessa, composta da oltre 50 percussionisti denominati Bottari di Macerata Campania e coordinata dalla figura più importante, il Capobattuglia, ripropone la tipica musica a Pastellessa accompagnata dai canti tipici di Terra di Lavoro, dove botti, tini e falci, usati come strumenti a percussione, scandiscono particolari poliritmie dai significati lontani e profondi, che trasmettono la forza della cultura contadina di Macerata Campania, unica nel suo genere.

Nella tarda mattinata del 17 gennaio, ultimo giorno della festività di Sant’Antonio Abate, tutti i carri si dispongono lungo il corso della via Garibaldi a Macerata Campania. Da qui poi partono, uno alla volta, per esibirsi davanti al Comitato dei festeggiamenti, alle varie associazioni ed autorità, nella piazza al centro del paese, dove il popolo si raccoglie per assistere all’esibizione e all’accensione dei fuochi pirotecnici “figurati”.
E’ questo il culmine della festa: le voci della piazza, la frenesia della folla, il suono assordante degli strumenti si fondono e rendono questa esperienza unica e coinvolgente.

Il suono, prodotto con strumenti di evidente cultura rurale ed artigianale (lavorazione del legno), scandisce arcaici ritmi processionali: il ritmo a “pastellessa” , il ritmo a “muorte” e il ritmo a “tarantella”. Le botti, le tinelle (i cupelle) e le falci (i faucioni), semplici attrezzi da contadino e prodotti da artigiani locali (i mannesi o maestri d’ascia), diventano, sapientemente percossi da un gruppo di persone, degli strumenti musicali che producono ritmi molto caratteristici.
L’esibizione dei carri, il 17 gennaio, è il momento finale di una serie di preliminari che sono i tasselli che formano l’intera immagine del Carro di Sant’Antuono.

Il primo tassello è quello dell’allestimento (preparazione) dei carri. La “battuglia” dell’anno precedente inizia ad individuare il percorso preparatorio e a distribuire incarichi e mansioni. Alcuni preparano il piano di interventi strutturali e di ampliamento della superficie di carico del carrello/rimorchio (che poi diverrà il Carro di Sant’Antuono). Altri iniziano a controllare la sonorità di botti, tini e falci e ad intervenire con il procedimento della battitura dei cerchi e delle doghe, nel caso che le botti o i tini risultassero desonorizzate. Altri pensano alla scenografia e studiano drappeggi, colori, slogan. Altri ancora si dedicano al problema musicale, riascoltando le registrazioni dell’anno precedente e decidendo quali filastrocche scegliere o se proporne di nuove.

Tutti questi interventi mirano a preparare il carro per il giorno della festa. Anche ora il “carro” è il centro di tutta la manifestazione di religiosità, oggetto e soggetto centrale di un folklore iniziato moltissimi secoli addietro!

Alla fine dei preparativi il Carro di Sant’Antuono si presenta, al di là di addobbi, festoni, catenelle di carta ed altri ornamenti colorati, sostanzialmente come un grosso carro con dei rami di palma disposti ad arco con l’effigie di Sant’Antuono appesa al primo arco di palme a significare che l’aspetto folcloristico è motivato dalla devozione al Santo.
Sul piano di carico, modificato a seconda delle esigenze di spazio necessario per la sistemazione di botti, tini e suonatori, viene posto un impianto di amplificazione.

La parte bassa (ruote, balestre, putrelle e travi) viene poi coperta con un telo, che, chiuso a punta davanti e dietro, dà al carro la parvenza “non intenzionale” di una nave, come a voler rievocare la fantomatica leggendaria credenza che il Santo si sia trasferito dall’Egitto in Italia a bordo di una nave. Ma ciò non risulta a verità perché in “BIBLIOTHECA SANCTORUM”, a pagina 113, è esplicitamente detto: “Le reliquie, trasportate ad Alessandria e deposte nella Chiesa di S. Giovanni Battista, verso il 635, in occasione dell’invasione araba dell’Egitto, furono rilevate e portate a Costantinopoli. Di qui, nel secolo XI, passarono alla Motte–Saint–Didier in Francia, recate da un crociato al suo ritorno dalla Terra Santa!”.

Anticamente i carri venivano allestiti su carrette e trainati da persone. Successivamente le carrette furono sostituite da carri trainati da buoi o da cavalli ed abbelliti con frasche di palme, sotto le quali trovavano alloggio i Bottari di Macerata Campania, con i rispettivi peculiari strumenti, e il Capobattuglia, il quale scandiva il tempo e la durata dell’esecuzione con particolari gesti e a colpi di fischietto.
Oggi tutti hanno sostituito col trattore il lavoro del bue e del cavallo, e i carri hanno acquisito dimensioni molto più imponenti di quelli originali, ma nonostante ciò, la manifestazione conserva ancora i contenuti tradizionali.
I carri, così preparati, sfilano per le vie del paese e dei paesi limitrofi, mentre gli occupanti cantano filastrocche, mottetti e cantilene e percuotono armonicamente botti, tini e falci.

La specifica presenza della botte, del tino e delle falce, e non d’altro, nell’iconografia folcloristica della tradizionale Battuglia di Pastellessa hanno un significato simbolico che riporta questa tradizione risalente a tempi antichissimi. Capua antica (attuale Santa Maria Capua Vetere) e i “pagus” (villaggi) con essa conurbati erano rinomati per l’ottima qualità di falci e funi da loro prodotte. Ciò è facile rilevare dalla lettura della “Storia Civile della fedelissima Città di Capua” di Francesco Granata. Dalla stessa lettura si può evidenziare che con l’incremento dei commerci il trasporto di vettovaglie, vino, oli, granaglie, fatto con recipienti in creta o con i “vasa picata” (cioè contenitori di sparto (ginestra) in tessuti ed impermeabilizzati con cera e pece; potevano contenere anche liquidi), si dimostrò improduttivo sulle lunghe distanze… e si fece ricorso a contenitori in legno! Si cominciarono a costruire botti, tini, sili e quant’altro fosse utile a conservare, stoccare e trasportare i prodotti dell’agricoltura. E’ questo retaggio culturale-agricolo-artigianale la giustificazione della presenza di tali oggetti sul maceratese “Carro di Sant’Antuono”.

I fuochi pirotecnici figurati

Il 17 gennaio, a mezzogiorno, nella piazza principale di Macerata Campania alla presenza di migliaia di visitatori vengono fatti esplodere i fuochi pirotecnici figurati. L’iconografia tradizionale dei fuochi pirotecnici “figurati”, che rappresentano un altro importante tassello del mosaico del folklore maceratese, comprendono la presenza di un’immagine femminile (‘a signora ‘e fuoco, cioè la signora), di un animale domestico (‘o puorco, cioè il maiale), di un animale da tiro (‘o ciuccio, cioè l’asino) e di un attrezzo da lavoro (‘a scala, cioè la scala).

I giochi tradizionali

Il complesso delle attività folcloristiche della Festa di Sant’Antuono a Macerata Campania è completato dai classici giochi tradizionali. Essi rappresentano momenti di vita di un tempo che fu, ancora attuale a Macerata Campania. In antichità, tali giochi venivano eseguiti soprattutto nei periodi di pausa dei lavori nei campi, i quali alimentavano l’economia del posto. Erano questi momenti di aggregazione e di svago in cui si dimenticavano le fatiche di tutti i giorni. Di solito venivano svolti durante l’anno nelle varie feste o sagre paesane.
Oggi essi rappresentano parte del Patrimonio culturale immateriale di Macerata Campania e trovano la giusta collocazione nella Festa di Sant’Antuono, dove vengono ricreati quei momenti tipici della comunità ludica.

Palo di sapone

Il palo di sapone, o chiamato anche albero della cuccagna, è un gioco popolare i cui partecipanti devono cercare di prendere dei premi posti in cima ad un palo; in genere i premi sono prosciutti o altri generi alimentari.
Per l’esecuzione del gioco viene utilizzato un palo di legno, del diametro di circa 250 mm e di lunghezza 10 m. Il palo deve essere posto saldamente nel terreno per una profondità di almeno 2 m. Il palo viene ricoperto di sapone o altra sostanza in modo da rendere difficile l’arrampicata da parte dei concorrenti.
Le squadre partecipanti devono essere composte da 4 persone, le quali devono raggiungere la sommità arrampicandosi gli uni sopra gli altri. Il gioco inizia con un primo giro in cui possono partecipare solo 3 persone delle 4 disponibili. Dal secondo giro in poi possono essere utilizzati tutte e 4 le persone. Il gioco termina quando tutti i premi in sommità al palo vengono staccati dalle squadre partecipanti.

Macerata Campania è stato per decenni un ottimo produttore di botti. E ciò è confermato dai dati presenti nel catasto onciario di Macerata del 1754, nel quale fra i vari mestieri troviamo quello del bottaro, specializzato nella produzione di botti e tini.
L’utilizzo della botte si prestava molto bene nella messa in opera di 2 giochi tradizionali: la corsa con le botti e il giro della botte.

Corsa con le botti

La corsa con le botti è un gioco che vede contrapposte un certo numero di squadre, che si sfidano in una gara di velocità. Per l’esecuzione del gioco vengono utilizzate delle botti in legno della capienza di circa 3 q, chiuse sui 2 lati.
Le squadre partecipanti devono essere composte da 1 o 2 persone, le quali con le mani devono far rotolare le pesanti botti lungo il percorso di gioco. Di solito il percorso di gioco è una strada diritta di circa 300 m, che viene percorsa nelle 2 direzioni avanti e indietro.
Il gioco inizia con una prima fase in cui ogni squadra deve impiegare il minor tempo possibile a percorrere il percorso di gioco. Le 2 squadre che hanno impiegato il minor tempo si sfideranno poi nella gara finale, in cui contemporaneamente percorreranno il percorso di gioco. Vince la squadra che arriva prima al traguardo.

Curiosità: Il gioco della “Corsa con le botti” è stato riproposto per la prima volta nell’edizione 2010 della Festa di Sant’Antuono a Macerata Campania. La comunità di Macerata Campania con l’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa ha partecipato con questo gioco alla nona edizione del Festival Internazionale dei Giochi in Strada “Tocatì”, che si è svolto a Verona dal 23 al 25 settembre 2011.

Giro della botte

Il giro della botte è un gioco che vede contrapposto un certo numero di partecipanti, che si sfidano in una gara di velocità. Per l’esecuzione del gioco viene utilizzata una botte in legno della capienza di circa 6 q, chiusa su di un solo lato.
Ogni giocatore con le mani deve far girare sul bordo la botte lungo il percorso di gioco, tenendo la parte chiusa a contatto col terreno. Di solito il percorso di gioco è di tipo circolare; ad esempio si esegue un cerchio intorno ad una balla di fieno o palo.
Vince il concorrente che impiega il minor tempo a percorre il tracciato stabilito.

Macerata Campania è stato per decenni un ottimo produttore di canapa sativa, la cui coltivazione ha avuto una brusca interruzione nel 1977 con l’applicazione della legge Cossiga, che ha accomunato nel divieto di coltivazione due piante cugine ma con caratteristiche molto diverse: la canapa indica (quella utilizzata per uso ricreativo dalla generazione del ’68) e la canapa sativa (usata per usi produttivi).
L’utilizzo di questa pianta da fibra ha consentito per decenni la realizzazione di stoffe, carta, funi, sacchi, che oltre al classico uso quotidiano si prestavano molto bene nella messa in opera di 2 giochi tradizionali: il tiro alla fune e la corsa nei sacchi.

Tiro alla fune

Il tiro alla fune è gioco che vede contrapposte due squadre, che si sfidano in una gara di forza.
Le due squadre devono essere composte da un minimo di 4 persone per un massimo di 8, le quali si allineano ai due capi di una fune di circa 10 centimetri di circonferenza. Sul campo da gioco e sulla fune è marcato il punto centrale.
La sfida inizia con il punto centrale sistemato in corrispondenza del centro del campo da gioco. Vince chi riesce a tirare l’altra squadra dalla propria parte, facendo superare almeno un avversario il centro del campo da gioco.

Corsa nei sacchi

La corsa nei sacchi è un gioco che vede contrapposto un certo numero di partecipanti, che si sfidano in una gara di velocità.
Ogni giocatore infila i piedi ed entrambe le gambe nei sacchi (possibilmente di iuta, ricuperabili presso i fruttivendoli che li usano come contenitori di patate); reggendo il sacco con le mani bisogna percorrere il tracciato stabilito saltellando.
Bisogna fare in modo che i sacchi siano della stessa misura e/o proporzionali all’altezza ed all’abilità dei concorrenti.
Vince il concorrente che impiega il minor tempo a percorre il tracciato stabilito.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 17 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Ottobre 2020

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