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LA RARITA’

L’intervista del 1983 di Troisi a Playboy

Cinema | 30 Settembre 2020

Candida conversazione con il napoletano più amato d’Italia: la sua faccia, il suo fascino, la sua nuova comicità, i suoi film e i segreti di una simpatica rivoluzione nata povera e diventata miliardaria.

Chi è Massimo Troisi? Cosa è? Gli operatori del settore-cinema lo considerano un fenomeno. Il suo film Ricomincio da tre (marzo ’81) ha incassato quattordici miliardi, il secondo, Scusate il ritardo (febbraio ’83), è già a quota sette miliardi. Il primo ha retto seicento giorni in una popolare sala romana, il secondo promette altrettanto. Massimo Troisi è indubbiamente l’uomo d’oro del cinema italiano. La Rai, impegnata in un video-a-video senza tregua con le private, si è assicurata l’indice di ascolto più alto la sera di mercoledì 27 aprile, mandando in onda Ricomincio da tre. Così anche i telespettatori meno tentati dal giovane napoletano malincomico (così lo hanno definito i critici amanti delle formu-lette) lo hanno visto e apprezzato. Hanno riso. Si sono liberati del peso di malizia e cattivo gusto che sembrava l’unica chiave della commedia nostrana. Parolacce: zero. Situazioni scabrose: nessuna. Sottintesifurbetti: neanche parlarne.

La comicità di Troisi non sfrutta i brutti temi facili e anche quando punta su personaggi da macchietta (il pazzo, il timido in amore, la dorma d’età che ha un amante segreto) lo fa con uno spirito nuovo. Riscatta l’umile, il poveraccio facendogli dire cose giuste o comunque non retoriche, perché il coraggio della disperazione è soprattutto intelligenza. Troisi: un ribelle morbido. Si dichiara di sinistra, dalla parte delle donne, delle minoranze, “ma questo nun vuo’ dicere ca sono tutti stinchi ’e santo!”. Ama e vuole provocare alla ribellione quelli che si lasciano sopraffare da orgoglio, senso del dovere, luoghi comuni e fanno il gioco di chi ha il potere. Massimo Troisi, capocomico della compagnia La Smorfia, comincia a esibirsi a San Giorgio a Cremano nel ’76. L’anno dopo viene ospitato in tv nel programma Non-Stop insieme con altri giovani cabarettisti, come Carlo Verdone, Jerry Calà, I Gatti di Vicolo Miracoli. Massimo ha subito successo.

Fa colpo perché è bello, ha un umorismo delicato, è napoletano, sì, ma in un modo così diverso: non da sceneggiata.

Parla giovane. Non va mai sopra le righe. È una immagine di innocenza. Lo si potrebbe anche definire il primo esponente dell’illuminismo napoletano: il ragazzo che ha proposto Napoli come metafora. Massimo Troisi sta volentieri nella sua casa romana luminosa a due piani (il primo lusso che si è concesso!) dove incontra la nostra Isabella De Pai. Fa strada su per le scale. Si siede su una poltrona semplice, al centro della sala-mansarda. Papà e mamma Troisi, dal ritratto piccolo, e i fratelli (formato manifesto) stanno a guardare.

PLAYBOY: Massimo Troisi: atto secondo. Il nuovo film è uscito, hai chiesto scusa del ritardo e i tuoi “rivali” assistono a un nuovo record di incassi. Che ne pensi?

TROISI: Ca’ sto bene. La comprensione del pubblico mi conforta, come posso dicere? me fa piacere. Non credo di avere rivali. Diciamo che non mi piace pensarlo. Questi fatti e malanimo nun fanno pe’ me. 

PLAYBOY: Lo sai come ti chiamano nel mondo dello spettacolo?

TROISI: No. Toglimi sta’ curiosità.

PLAYBOY: Ricomincio da me.

TROISI: E pecché?

PLAYBOY: Perché fai tutto da solo. Ti dai un soggetto, ti dirigi, ti interpreti…

TROISI: Ma poi non sono quello ca se va a vede’ da solo il suo film…

PLAYBOY: Infatti. Pare che la formula sia buona, ma tu non potevi prevederlo. Cosa ti ha spinto a lavorare così?

TROISI: Nun ci sta nu motivo sulamente, Uno: può essere il fatto di volerci provare, O almeno è stato così la prima volta che mi hanno proposto di fare un film. Due: può essere la presunzione o almeno la voglia di concentrare tutto sulla tua responsabilità. Un po’ può essere la pigrizia. Perché magari se ti affidi a un altro ti dice: si gira adesso, alle sette e un quarto, e allora è capace che alle sette e un quarto io non tengo la voglia di fare certe cose. In più, sinceramente, sarei ipocrita a non dire che, con tutto il fatto di conoscere le mie possibilità di regista (so sicuramente che ci stanno mani più esperte, più ferme: come hanno scritto alcuni), però, se in quelle mani io nun ce vego un contenuto, preferisco girare nu poco traballante, piuttosto che fare una cosa ca nun me piace.

PLAYBOY: Non è che sotto sotto hai un pizzico di sfiducia negli autori italiani?

TROISI: Probabilmente. Non ci credo tantissimo in una ondata di film italiani medi. Dall’autore che può essere Fellini si passa a un cinema più scadente che medio. Dovendomi mettere ipoteticamente fra un cinema medio, perché nun tengo a megalomania e me mette vicino a Fellini, dico: “Va bene se pure cado nello scadente, sto comunque nella media”. Perché se in uno ca dirige mediamente, pulito, non vedo dei contenuti (ca nun li vedo io, nun dico ca nun ci sono) preferisco dire quel ca voglio io. 

PLAYBOY: Hai regalato al pubblico italiano la gioia di ridere pulito. La comicità secondo gli autori che si sono occupati dei problema (come Bergson, Baudelaire, Freud) nascerebbe da una irrisione del debole, che si confronta con le qualità considerate buone, belle, eroiche dalla morale e dall’estetica dominanti. Tu non hai accettato nemmeno questa regola. Il gioco al massacro non fa parte del tuo mondo. Sbaglio?

TROISI: No, No. Mi piace sentirlo da te o da altri. Quando mi son messo a scrivere ci stavano queste intenzioni. E poiché tu me dici ’sti cose me fa piacere. Come altrettanto mi dispiace quando uno non le legge ‘sti cose, sarà un fatto affettivo: io so come ho lavorato. Quando uno non afferra o addirittura vede in modo negativo, ci resto male. 

PLAYBOY: Le critiche ti fanno restar male. I complimenti ti piacciono. C’è stato un commento al tuo secondo film che ti ha infastidito?

TROISI: Tre parole di Tullio Kezich, ca suonano accussì: non c’è Napoli. Che messe fra due punti (Punto. Non c’è Napoli. Punto), non so cosa vogliano dire. Pecche Troisi deve dare Napoli? Io ce l’ho messa Napoli, non certo quella oleografica dei vicoli, degli scugnizzi. Ma pecche uno ha da trovare per forza Napoli nelle cose mie? I problemi che nascono là sono validi anche per il resto del mondo, o, almeno, per quei posti nei quali l’umile si lascia sopraffare per orgoglio, mentre la realtà diventa sempre più difficile da sopportare e da vivere, per la corruzione e la prepotenza di quelli che tengono il potere. 

PLAYBOY: Che dici? Ce ne sono molti posti di questo tipo al mondo?

TROISI: Ti vuoi far rispondere sì, vero? E io dico: sì. Del resto, che parlavo di queste cose alcuni l’hanno capito bene. Me lo ha dimostrato il pubblico straniero. In Spagna, a Londra, in Germania i film sono stati commentati in questo senso. Naturalmente me lo ha detto l’interprete. Se poi ho capito male, si m’ha voluto dare nu contentino…

PLAYBOY: Ti sei dichiarato poco esperto come regista. Hai seguito i consigli dei tuoi operatori?

TROISI: Uno può dicere: sì; uno può dicere: no. Ma è una cosa più complessa. Loro mi avvisavano che certi ritmi non erano proprio cinematografici. Io spiegavo che affrettando o spezzando scene e battute, non sentivo a orecchio la reazione del pubblico. Loro un po’ si innamoravano di certi dialoghi, di certe espressioni, io provavo piacere di seguirli nelle cose più tecniche. C’è stata una collaborazione completa, come quando si fanno le cose con passione. Alla fine s’è detto: non esiste solo un modo di fare i film. Che poi il mio cinema abbia una cadenza teatrale non è un mistero.

PLAYBOY: Ti sei inventato, diretto, interpretato, sceneggiato da solo. Scommetto che vorresti anche intervistarti con lo stesso sistema. Da Massimo a Massimo: botta e risposta!

TROISI: No, o meglio, sì. Parentesi: le sceneggiature dei film le ho fatte insieme ad Anna Pavignano: la presenza femminile. Importantissima. 

PLAYBOY: Chiusa parentesi. Con l’intervista. come la mettiamo?

TROISI: Più che rispondere, secco, così, come ci fossero verità da rivelare, mi piacerebbe discutere su uno spunto. Qualcosa che mi interessa. Quando c’è un appiglio (per esempio uno ha fatto un film) se ne discute. Mi va poco e meno quando si intervista il personaggio. Sono passati magari due anni dal film e uno ti interroga su cosa pensi della Roma come campione d’Italia, oppure dell’amore e su ogni argomento pare che tu debba essere chillo là preparato. In realtà, sono quelle domande e quelle risposte da cioccolatini Perugina. Uno deve trova’ na formuletta tutta precisa. Questo mi mette un poco in imbarazzo, perché nun saccio cosa dicere su qualche cosa che non mi va di semplificare… né mi va di fare un trattato. E così, più di una volta, da una intervista uno esce come un imbecille, più che altro. Poi magari capita un argomento che ti piace e ti andrebbe di fare una conferenza stampa, perché ti interessa la storia. E allora…

PLAYBOY: E allora fai un film, magari. 

TROISI: Perché no? Fare un film è un modo per dire cose che senti, ca vuoi comunicare. Non si ha sempre chiaro in mente cosa si vuol dire e come lo si vuole dire, però. Il tutto si compone strada facendo, riflettendo,

PLAYBOY: E questo il motivo del ritardo?

TROISI: Sì. In due anni avrei potuto fare sette film, no? Invece me ne sono stato fermo e buono ad aspettare che arrivasse la storia giusta… per me. 

PLAYBOY: Cosa provi quando ti senti finalmente di poter fare un film?

TROISI: Piacere.

PLAYBOY: E quando criticano il tuo film?

TROISI: Una voglia smisurata di rispondere. Non dico ai critici, così in generale, che se no cadiamo di nuovo nella generalizzazione. A uno, due, tre critici: argomento contro argomento. 

PLAYBOY: Ti piacerebbe strapazzare qualche giornalista?

TROISI: Non si tratta di strapazzare. Non è una questione di malanimo. Mi piacerebbe chiedere  pe’ sentì, rispondere in modo convincente.

PLAYBOY: Domanda. A te la parola.

TROISI: Tuilio Kezich ha scritto che nel mio secondo film imito Eduardo. Non so. Siccome parlando di me due anni fa non gli era venuta in mente questa idea, io penso: “Questo nun conosceva a Eduardo, Poi l’ha visto a teatro e si è detto: e chìsto imita a Troisi. Non so…”. Lasciate il nome, mi raccomando: Tullio Kezich. Può essere che mi risponda!

PLAYBOY: Non preoccuparti. Nessuna censura. Piuttosto, cosa pensi di quelli che ti chiamano “malincomico”? 

TROISI: Buoni quelli! Per esempio un certo Lorenzoni, che scrive su un giornale di Firenze, dice: “Che ci viene a proporre questo Troisi? Affronta problemi seri. Ma si accontenti di farci rìdere! Cosa ce ne importa delle donne emancipate? Degli uomini impacciati? Delle difficoltà di vita e di rapporto? Ci facciano divertire e basta questi ‘malincomici’!”, A parte il fatto che si può pure ridere in mezzo ai guai, in Italia non ci stanno altro che film come quelli che vuole ‘sto giornalista. Pare che la presenza di uno come me gli dia il tormento. Ci sarà pure qualcuno che preferisce un protagonista inibito piuttosto che il solito tipo che non prova imbarazzo a fare l’amore e che trova donne sempre disposte a cedere: il furbetto capace di conquistare, di imporsi!

PLAYBOY: Qualcuno? Mi pare che i tuoi film abbiano avuto un grosso successo. Quaggiù più di uno ti ama, e molto anche. L’affezione è quotabile: 14 miliardi di incasso per Ricomincio da tre: sette miliardi, per ora, ha totalizzato Scusate il ritardo. Come consideri questo aspetto della faccenda?

TROISI: In un certo senso è la mia sfortuna. Il primo film è stato subito un successo. ‘Sto fatto mi ha impedito di maturare, dal punto di vista tecnico, come avrei potuto e voluto.

PLAYBOY: Tutto qui?

TROISI: Eh no! Ho anche sentito che molti capivano quello che volevo dire e che ci mettevo tanto amore, tanta convinzione, tanto impegno nel dirlo. La risposta del pubblico è una consolazione per tutte le volte ca sono stato frainteso. Per esempio: la scena del pazzo in Ricomincio da tre. Su Panorama Tatti Sanguineti ha scritto che era una barzelletta. Sai quel pazzo che dice: “Se mi domandi: vorresti essere Agnelli, Paul Newman o Alain Delon, io ti rispondo: sì! Gli altri non ce l’hanno il coraggio di ammetterlo!”. Insomma, magari le parole non sono proprio queste, ma il concetto resta. Io lo penso davvero che è l’ora di finirla con la monca ca i ricchi sono mascalzoni, che bisogna essere brutti e poveri dignitosamente. L’orgoglio sarà anche una cosa sacrosanta, ma siccome lo usano per farci restare al nostro posto, a testa bassa, eternamente vinti, non ci sto. Il pazzo ha ragione. D’accordo, sembra esaltato, è esaltato. Perfetto. Lo stato di agitazione maniacale gli consente de dicere cose sagge. Se fa anche ridere tanto meglio…

PLAYBOY: Un elogio della pazzia? 

TROISI: Della libertà piuttosto.

PLAYBOY: Cos’è la libertà per te?

TROISI: Mmmm. In generale non è nulla di definibile. Cambia aspetto ogni volta. Può essere ’na risata ‘na conversazione, nu momento di rilassamento. Per me è la chiave di una vita felice. Il piacere: liberazione da tutte quelle belle cose che mi hanno insegnato c imposto: opportunismo, rispetto degli orari, desiderio di compiacere gli altri, scelte logiche e tattiche piuttosto che passionali. E soprattutto amare le cose senza sentirti impegnato dalle cose. L’amore è libertà quando si rinnova di giorno in giorno. Il lavoro è libertà se non ti affezioni troppo a quel lavoro. A volte penso: cosa altro potrei fare? Non voglio sentirmi limitato dai ruolo di attore. Giuro. Se diventa una condizione di vita, io cambio strada. 

PLAYBOY: Vorresti un figlio?

TROISI: No. Sinceramente no. E’ un impegno. So che me ne assumerei tutta la responsabilità. Non faccio figli, perciò. Faccio film, per ora… Intendiamoci, se ritorni fra tre o quattro giorni, può pure essere ca tutto è cambiato! 

PLAYBOY: Pensi di sposarti?

TROISI: No. Sinceramente no.

PLAYBOY: Ma se ti rifaccio la stessa domanda fra qualche giorno…

TROISI: Può essere ca tutto è cambiato! 

PLAYBOY: Sai di piacere alle donne? 

TROISI: Beh, sì! Certo non sono nu mito e bellezza come James Dean o Paul Newman, però ho letto che si dice ca sono bello.

PLAYBOY: Cosa ti piace di più in una donna?

TROISI: In una donna che incontro, così, a prima vista, mi colpisce il viso, l’espressione. Poi mi piace che sappia ridere, divertirsi, che non mi metta imbarazzo. Sono le stesse qualità che apprezzo in un uomo.

PLAYBOY: Hai molti amici?

TROISI: Sì. E il numero cresce di giorno in giorno. Gli amici sono ’na cosa davvero importante pe’ me.

PLAYBOY: Il successo ha cambiato il tuo rapporto con loro?

TROISI: Credo di no. Chiedilo a loro per conferma.

PLAYBOY: Hai guadagnato molto, vero? 

TROISI: Sì.

PLAYBOY: Che impressione ti ha fatto? 

TROISI: Piacevole. Uno quando diventa ricco nun ha da esse dannato, no? 

PLAYBOY: Come utilizzi il denaro?

TROISI: Non so come usarlo. Con questo non è che se uno viene qui e mi dice: facimmo questo o quello con i soldi tuoi io ci sto! Per ora mi limito agli acquisti che mi danno piacere. Volevo una casa. Vedi: ce l’ho. Sto molto a casa. L’ho sempre desiderata: una tutta mia. Mi dà allegria non dover riflettere mille volte prima di fare una spesa inutile. Sarà perché ho conosciuto… dicimmo: la povertà. 

PLAYBOY: E più importante saper ridere o saper far ridere?

TROISI: Credevo fosse la stessa cosa. Non è così?

PLAYBOY: Probabilmente. Diamo uno sguardo al tuo passato. Sei nato in Islanda, vero?

TROISI: Magari. Così non continuerebbero a dire di me: il giovane napoletano. Cà le cose cambieranno soltanto fra qualche anno. Diranno: Troisi, il vecchio napoletano. Sono nato a San Giorgio a Cremano.

PLAYBOY: Quando? Mese, giorno, anno. 

TROISI: Il diciannove febbraio millenovecentocinquantatré.

PLAYBOY: Un pesci-acquario, acquario-pesci, Credi all’astrologia?

TROISI: No. Insomma, posso anche parlare così, pe’ curiosità, con una cartomante, una numerologa, un’astrologa. Ma nun è ca mi lascio coinvolgere. 

PLAYBOY: Sei superstizioso?

TROISI: Emmm. Sì. Posso pure dì ca so’ stupidaggini, però quando si tratta di passare sotto una scala, di farmi tagliare la strada da un gatto nero, quando mi arriva qualcuno vestito di viola a teatro, insomma, me sento muri’.

PLAYBOY: Torniamo alla tua storia. Non sei nato con la camicia.

TROISI: Se questo vuol dire che ho avuto un’infanzia povera è vero. Ma ho utilizzato anche le esperienze negative. E poi ho avuto fortuna, forse. Oppure devo tutto al mio atteggiamento di fronte agli ostacoli.

PLAYBOY: Spiegati per favore.

TROISI: Ho sempre fatto le cose che volevo anche quando sembravano controproducenti. Non mi piaceva andare a scuola: ci ho messo dieci anni, anziché, cinque, a diventare geometra. Uno dice: tempo perso. Invece no. L’esperienza è stata senz’altro negativa dal punto di vista, come posso dì?, istituitale. Mi sono scontrato con quella retorica lì che ti dice di studiare, di fare il tuo dovere, di sopportare le ingiustizie, dì tollerare. Stavo incazzato, sì, tua intanto mi divertivo e avevo tutte le esperienze possibili, da quella politica a quella sentimentale. Persino l’amore per lo spettacolo è nato in quel periodo. Ho formato con amici un gruppo teatrale. Ci esibivamo tutte le sere. Ho imparato a conoscere il ritmo della reazione del pubblico. Quel rapporto che ho cercato poi di riproporre con i miei film. Mi dicevo: stai bene a te stesso, resta te stesso. Giuro: se uno mantiene i suoi principi non è vero che deve pe’ forza fallì. Il mio principio è quello dì vivere intensamente e completamente ogni esperienza. Sono rimasto a scuola in parcheggio. Se fossi andato a lavorare probabilmente non avrei fatto gli incontri che hanno cambiato la mia vita. Fortuna? E’ possibile, io però non accetto una combinazione sommata se va contro i miei princìpi. 

PLAYBOY: Sei un vincitore nato? 

TROISI: Mo’ esageriamo. Non ho perso perché non avevo nulla da perdere, perché non ho mai avuto paura di perdere diciamo così.

PLAYBOY: Una sconfitta, per favore. Raccontaci una sconfitta!

TROISI: I referendum mi sono andati male. Ero contro la caccia, per la liberalizzazione delle droghe leggere. Stavo in minoranza.

PLAYBOY: Scivoliamo in politica. Se pensi agli scandali, che non sono certo fiancati negli ultimi tempi, cosa ti viene in mente?

TROISI: Dire che provo indignazione accussi’ sembra poco, Sono stupito, stupefatto, perplesso. Si parla di tutto e poi, ’sta mancanza di pudore te la passano per democrazia. I colpevoli vanno alla Tv, fanno lo show. Dicono: ho rubato, tramato, ho fatto ’sti cazzate e gli altri; “Bravo! Che persona! Che simpatico!”. Un po’ di pudore! Ca qua succede come se uno corre dal giudice a dire: “Quel tizio? Sì. L’ho ucciso io!”. Il giudice: “Bravo, ti assolvo, perché sei stato sincero!”. Pare che se uno non delinque si trova fuori moda! 

PLAYBOY: Sei religioso? Nei tuoi film c’è sempre un’ombra di confessionalità.

TROISI: Scusa sai, ma questa è proprio una domanda da conferenza stampa. Nei film ricordo con commozione rattristata la religiosità di mia madre, delle mie sorelle che chiedevano miracoli. I padroni della fede si servono della suggestione per tenerci tutti buoni, miti, bimbi terrorizzati. Quanto al credere, ali’aver fede… ne riparliamo un’altra volta, Dico solo che Dio non è proprio possibile che stia lì, con l’indice puntato sui nostri piccoli peccati quotidiani. Mi pare che per lui sarebbe tempo perso, non so.

PLAYBOY: Ti piace come ha risolto il discorso Woody Allen, che dice: “Io credo in Dio. Peccato che lui non creda in me!”?

TROISI: Mmm. Buono… per Woody Allen.

PLAYBOY: Ti senti emigrante quando sei lontano da Napoli?

TROISI: No. Sono finiti i tempi del luntano ‘a Napule nun se po’ sta’. Non si vive più così l’allontanamento dalla città. Anche pecche Napule oggi è n’ata città. 

PLAYBOY: Faresti un film in italiano? 

TROISI: Dipende. Nelle canzoni amo le parole, nei film le storie. Se la storia mi piace sono disposto a cambiare lingua. In questo caso, però, vorrei affidarmi a un altro autore, a un altro regista. 

PLAYBOY: Quale per esempio?

TROISI: Ripeto: dipende dalla storia che mi propone.

PLAYBOY: Voltiamo la domanda: con chi non vorresti fare un film?

TROISI: Con Fellini, forse. Ha un mondo troppo suo, troppo elevato, rarefatto, per me. Non potrei servirgli. 

PLAYBOY: Credi che il pubblico straniero potrebbe apprezzarti?

TROISI: A Londra e in Spagna i miei film sono stati già commentati positivamente e accettati dal pubblico. Mi andrebbe certo piacere anche in America. Non però con un film costruito su misura per quel pubblico. Sempre per quella faccenda, che pare presunzione e forse lo è, che io ci tengo a rimanere me stesso.

PLAYBOY: Non pensi ad evolverti?

TROISI: Certo. Evolversi non vuol dire, però, accontentare i gusti di un pubblico immaginato da un produttore, da un distributore, da un critico, da un cervellone o da un cervellino.

PLAYBOY: Parlavamo prima degli scandali politici, del malcostume. Ti ho tolto la parola mentre dicevi che bisognerebbe fare qualcosa per cambiare la situazione. Cosa suggerisci?

TROISI: Per una volta ricomincio da zero. Perché non usiamo l’arma del voto, intanto? Da trentotto anni continuiamo a confermare la nostra fiducia a gente che l’ha tradita con la puntualità degli orologi svizzeri.

PLAYBOY: Dal pubblico al privato (visto che di queste parole non hai paura, né ribrezzo). Quali sono i difetti che ti rimproverano?

TROISI: Intanto la pigrizia, e su questo non sono d’accordo, perché secondo me la pigrizia non è un difetto. E’ una delicata utilizzazione del tempo. Poi mi dicono che penso solo a me stesso. Io voglio star bene. E’ vero.

PLAYBOY: Lo consideri un difetto?

TROISI: Non proprio. Certo, per gli altri è difficile accettare le tue assenze, la tua indipendenza totale. Ca poi, fra l’altro, pure io ci resto male quando mi trattano come io tratto loro. 

PLAYBOY: Loro: chi?

TROISI: Donne, parenti, amici, conoscenti. Gli altri.

PLAYBOY: C’è una qualità che pensi ti manchi? Una qualità che vorresti avere?

TROISI: Non ricordo.

PLAYBOY: Viviamo di crisi. Crisi economica, dei rapporti, dei valori, crisi di identità (almeno così si dice). Hai una ricetta anticrisi?

TROISI: Mmm.

PLAYBOY: La domanda era sciocca, ma la risposta è veramente troppo breve. Non volevi prendermi a male parole? 

TROISI: Mmm! Mmm!

PLAYBOY: D’accordo. Cambiamo discorso. Cosa giudichi osceno?

TROISI: Mi pare nulla. Conosco, invece, la spudoratezza.

PLAYBOY: Sarebbe?

TROISI: Sarebbe… quando si dicono delle cose, cercando di suggerire un significato diverso da quello che, secondo una interpretazione ingenua, le parole propongono.

PLAYBOY: Allora tu come mago Merlino ritieni che la qualità umana essenziale sia la “verità”.

TROISI: No! Per carità. Se mai è la “non bugia”. Sarebbe già molto…

Ringraziamo Vincenzo d’Amico, editore del nostro collettivo e collezionista di giornali antichi e preziosi.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 30 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 30 Settembre 2020

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