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La reliquia del “bastone di San Giuseppe” oggi esposta a Napoli, fra storia, fede e leggende

Rubriche | 19 Marzo 2019

Nel giorno in cui si celebra San Giuseppe, vi raccontiamo la storia dell’Arciconfraternita di San Giuseppe dell’Opera di vestire i Nudi che custodisce a Napoli dal 1795 quella che è considerata la reliquia del “bastone di San Giuseppe” e che oggi viene esposta al pubblico alle 11,30 in via Mancinelli 14. Si tratta di quella “mazzarella” che viene citata nel famoso detto napoletano, il cui arrivo a Napoli risale ad un episodio avvenuto nel ‘700.

Un misto di storia, fede, tradizioni, cultura popolare e leggende, racchiuso nella vicenda di questa reliquia conservata a Napoli da più di due secoli. Un’ulteriore dimostrazione che proverbi e modi di dire napoletani racchiudono tracce di storia e cultura partenopea e, pertanto, sono un patrimonio da tutelare e tramandare alle future generazioni.

L’arrivo a Napoli della reliquia del “bastone di San Giuseppe”

Fra le varie reliquie custodite dall’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi, quella che da sempre ha suscitato maggior interesse è “il bastone di San Giuseppe”, oggetto di assidua venerazione, che fino a pochi decenni fa veniva esposto durante le solennità religiose, richiamando grandi folle di fedeli.

Nell’ambito delle celebrazioni per la festa di San Giuseppe, la reliquia del bastone di San Giuseppe viene esposta oggi al pubblico alle ore 11, 30 nei locali di via Mancinelli 14.

La storia di questa reliquia è piuttosto singolare e ha diverse versioni, ma sicuramente è indissolubilmente legata alla figura del celebre cantante lirico napoletano, Nicola Grimaldi, detto Nicolini, una delle voci bianche più apprezzate della sua epoca, una vera e propria “star” del bel canto, divenuto famoso anche fuori dal Regno borbonico. In particolare, Grimaldi si esibiva spesso a Venezia e a Londra, perché aveva fra i suoi “fan” la regina Anna d’Inghilterra.

Come documentato dagli archivi della Fondazione, Grimaldi nel 1712, grazie ai favori di cui godeva presso la corte inglese, riuscì a salvare dalla condanna a morte un suo conoscente, Richard Hampden. La madre di quest’ultimo, per sdebitarsi con Grimaldi, gli donò la reliquia del “bastone di San Giuseppe”, che la sua famiglia custodiva da secoli dopo essere stata portata in Inghilterra dai primi crociati di ritorno dalla Terra Santa.

Secondo un’altra versione, invece, Grimaldi lo acquistò da alcuni truffatori che lo “spacciarono” per il bastone di legno appartenuto a San Giuseppe, utilizzato per accompagnare Maria alla Grotta di Betlemme, e che servisse anche a scacciare il maligno dal corpo dei posseduti, da altri racconti dell’epoca invece Grimaldi l’avrebbe acquistato a Londra ad un’asta.

Quello che è certo è che il “bastone di San Giuseppe” giunse a Napoli grazie al cantante napoletano e solo dopo molti anni, nel 1795 la reliquia fu poi trasferita al Real Monte e all’Arciconfraternita di San Giuseppe dell’Opera di vestire i Nudi.

Com’è nato il detto napoletano “Nun sfruculià ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe”

Nicola Grimaldi, una volta entrato in possesso della reliquia, la custodiva nella sua cappella privata situata all’interno di palazzo Como, nei pressi della chiesa di San Giuseppe a Chiaia.

Ogni anno, il 19 di marzo, giorno della festa di San Giuseppe, nella zona della Riviera di Chiaia – così come in via Medina dove c’è un’altra chiesa dedicata allo stesso santo – si organizzava una grande festa che durava ben 8 giorni, con bancarelle, cerimonie e riti religiosi che attiravano in massa la popolazione in strada.

In quella occasione, per far fronte alle pressanti richieste, Grimaldi per tutto l’ottavario esponeva alla venerazione dei fedeli il “bastone di San Giuseppe”. Nonostante avesse messo dei custodi a sorvegliare la preziosa reliquia, era difficile arginare il fanatismo dei fedeli che facevano il possibile per toccarla, riuscendo spesso a “conquistare” qualche piccola scheggia del legno.

Così quando qualcuno provava a toccare la reliquia veniva subito redarguito dai custodi e da qui nacque il famoso detto napoletano “Nun sfruculià ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe”, che poi in seguito per estensione diventò un ammonimento a non infastidire qualcuno che se ne sta per i fatti suoi.

Di anno in anno, il legno del bastone perdeva pezzi tanto da essersi molto ridotto e quindi fu deciso di darlo in custodia all’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi.

Alla morte del Grimaldi, però, la reliquia ritornò in possesso degli eredi di quest’ultimo, ma alla fine il Tribunale decise di affidarla definitivamente all’Arciconfraternita.

La nascita “fortuita” dell’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi

“Il Real Monte e Arciconfraternita di San Giuseppe dell’Opera di San Giuseppe dei Nudi” erano nati alcuni anni prima di ricevere la preziosa reliquia da parte del Grimaldi. Quella che era destinata a diventare una delle più importanti opere di carità napoletane fra il ‘700 e ‘800, nacque nel 1734 per una pura “fatalità”.

Don Francesco Cerio, Don Domenico Orsino e Don Nicola Antonio Pirro Carafa, tre nobiluomini napoletani, furono costretti a rinunciare ad una gita fuori porta a causa di un forte acquazzone e per ripararsi dalla pioggia si rifugiarono nel chiostro del Monastero dei Padri Carmelitani Scalzi che si trovava nella zona in cui oggi sorge il Museo Nazionale.

Quella visita imprevista gli suggerì l’idea di destinare la cifra che avrebbero speso per la gita, ormai andata a monte, tutta in beneficenza. Il caso volle che si imbattessero proprio in quel momento in un mendicante ridotto in pessime condizioni fisiche, malato e ricoperto di poveri stracci che lo lasciavano in parte scoperto, sotto la pioggia battente.

Impietositi dalle condizioni dell’uomo, i tre nobiluomini provvidero immediatamente a sfamarlo e a dargli dei vestiti. Fu proprio da quell’incontro casuale che scaturì l’idea di stringere un sodalizio ai fini di continuare in questa loro attività di sostegno ai poveri di Napoli, ispirandosi al passaggio biblico che recita “Ero nudo e mi avete vestito”, che divenne il motto ufficiale dell’associazione.

A questa aderirono subito alcuni parenti ed amici dei primi tre fondatori, cominciando a riunirsi proprio nel chiostro dei Carmelitani Scalzi, con l’aiuto del Priore, Giuseppe Maria di San Carlo che, essendosi unito con entusiasmo al progetto, chiese di intitolare questa iniziativa al santo di cui portava il nome, San  Giuseppe. E fu proprio a quest’ultimo che nel 1739 i primi associati fecero voto per riuscire nell’opera di vestire “i poveri nudi e vergognosi”.

In poco tempo il numero dei confratelli associati aumentò notevolmente, e con loro le donazioni che consentirono di creare nel Chiostro un Oratorio dove nel 1740 si tenne la prima riunione ufficiale. Il Sodalizio raccolse in breve tempo così tanto consenso in città al punto che il re Carlo III di Borbone decise in quello stesso anno di dargli l’assenso regio, decidendo inoltre di diventare lui stesso confratello e fondatore.

La  costruzione della Chiesa di San Giuseppe dei Nudi

La notevole crescita delle attività del “sodalizio” fino al 1750 consentì di acquistare un suolo dove poter edificare una chiesa dedicata al santo patrono, San Giuseppe, oltre a degli spazi per organizzare le attività benefiche.

Su progetto dell’architetto Del Gaizo, nello stesso anno iniziò la costruzione della chiesa sui resti della Cappella di Santa Maria degli Ulivi, annessa al Monastero dei Padri Agostiniani, collocata nella zona collinare chiamata a quel tempo “La castigliola” e che si trova sulle gradinate di San Potito, nei pressi dell’attuale via Salvator Rosa.

La Chiesa fu completata nel 1756  e l’anno seguente fu consacrata con il titolo di Chiesa di San Giuseppe dell’Opera di vestire i Nudi. L’attuale complesso fu ultimato annettendo il chiostro del monastero e altre strutture vicine, arrivando in questo modo ad estendersi da Largo San Giuseppe dei Nudi fino all’attuale via Mancinelli.

Sin dalla sua fondazione, l’istituzione, a cui il papa Benedetto XIV conferì il titolo di Arciconfraternita, nel corso del tempo potè contare sul favore di sovrani e pontefici, acquistando sempre più prestigio e sviluppando notevolmente le sue attività benefiche, fino ad estendersi anche fuori Napoli su tutto il territorio del Regno borbonico.

Attualmente la chiesa e le sedi amministrative dell’Arciconfraternita, oggi Fondazione e Monte, custodiscono molte testimonianze dell’arte e dell’artigianato artistico napoletani del ‘700 e dell’ ‘800, fra cui una pinacoteca, uno splendido organo settecentesco, una collezione di paramenti sacri, oggetti di culto, oltre ovviamente al famoso “bastone di San Giuseppe” che viene esposto solo in giornate di festa, come appunto accade oggi nel giorno della festa del suo santo Patrono.

Sabrina Cozzolino

 

 

 

 

 

 

 

Un articolo di Sabrina Cozzolino pubblicato il 19 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 19 Marzo 2019

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