venerdì 19 luglio 2019
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LA REPLICA

Caro Durante, ritira le tue offese: fischiare l’inno non è né atto fascista né monarchico

Attualità | 6 Luglio 2019

Gentilissimo Francesco Durante,

ho letto il suo editoriale sul Mattino di un paio di giorni fa dove si permette di definire il giornale che dirigo, Identità Insorgenti, testata giornalistica regolarmente registrata al tribunale di Napoli e alla quale collaborano numerosi colleghi iscritti all’Ordine, “un gruppo fascio-monarchico”.

Ora chi conosce il lavoro che portiamo avanti da 5 anni sa bene quanto questa definizione possa risultare per noi tutti offensiva e diffamante. Perché questo giornale ha fatto dell’antiborbonismo e dell’antifascismo la sua misura da quando è nato (ovvero 5 anni fa, il 1 agosto del 2014).

Fischiare l’inno, infatti, per tutti noi – siamo cinquanta e lei ha offeso 50 persone oltretutto – non vuol dire assolutamente essere nè fascisti nè monarchici. Qua purtroppo l’unico fascista pare essere  lei, che scrive libri sullo scuorno ma non ne ha poi di suo, visto che  si permette non solo di ascriverci a categorie che ripudiamo – il fascismo e la monarchia – ma addirittura manco approfondisce quando va a citare fonti (un giornale – registrato – e una collega che ha conosciuto bene in passato visto che sposata con un suo collega quando eravate al Corriere entrambi). E che non è in grado di concepire il libero pensiero per cui se si fischia l’inno – cosa che sempre faremo e sempre rivendicheremo – o si è fascisti o si è monarchici. Non se ne scampa. Secondo il suo limitato pensiero, evidentemente.

Nel pezzo di cinque anni fa Floriana Tortora scriveva infatti che l’inno di Mameli per noi è l’inno massonico di una nazione inventata, che noi napoletani in quell’occasione ci apprestavamo a fischiare con tutta l’aria che avevamo nei polmoni. “Fu infatti – scriveva la Tortora – l’inno che la massoneria impose alle nascente Repubblica italiana nel 1946 in sostituzione della “marcia reale” del precedente periodo monarco-fascista, e non a caso fu scritto dal massone Goffredo Mameli, cui poi verrà intitolata anche una loggia, né tanto meno può dirsi “coincidenza” il fatto che il testo inizi con la parola “fratelli”. Un motivetto che, a dirla proprio tutta, manca dell’ufficialità cui un inno dovrebbe caratterizzarsi, in quanto non fu mai istituzionalizzato da alcun decreto e né mai contemplato dalla Carta Costituzionale: praticamente il suo valore, in termini istituzionali, è più o meno pari a zero. Se l’inno è ufficioso, quasi precario, esattamente come le fondamenta della repubblica che vorrebbe rappresentare, ci chiediamo perché mai NOI non dovremmo  fischiarlo… anzi, il fatto che abbia così scarso valore in termini istituzionali, quasi quasi ci toglie anche un po’ di gusto nel farlo” scriveva cinque anni fa. E’ storia. Nulla di inventato. Intanto poi l’inno è stato anche riconosciuto ufficiale… ma immagino lei manco sappia tutto ciò.

A lei sfugge proprio il senso del fischio… Fischiare l’inno, da napoletani (ma ci rendiamo contro che lei, nato ad Anacapri, evidentemente si sente un eletto o un escluso, scelga lei) ci è sempre sembrata una cosa normalissima e scontata. Noi non ci sentiamo italiani. E questo lo abbiamo sempre ribadito, da quando abbiamo fondato questo giornale. Ripudiando sia fascismo che monarchia, come da nostro statuto associativo: non ci sentiamo italiani.

Inoltre forse le sfugge, caro Durante che quella protesta avveniva nei giorni di Ciro Esposito: lei ha decontestualizzato scorrettamente anche la vicenda e ha citato uno stralcio di un articolo ad capocchiam.  Offendendoci. Insultandoci.

Le ricordiamo, caro Durante, che nel 2009 a Valencia era stato fischiato l’inno spagnolo durante la finale di Copa del Rey tra Barcellona e Athletic Bilbao: fischi provenienti da baschi e catalani per ostentare la loro identità alla presenza di re Juan Carlos.

E che i giornalisti italiani che tanto si sono scandalizzati per i fischi all’inno di Mameli da parte dei napoletani in questi giorni, hanno registrato, invece, senza particolari emozioni – allora – i fischi all’inno spagnolo, poiché “catalani e baschi hanno un’identità da ostentare anche al cospetto del sovrano”. Lei, con il suo pippotto autoreferenziale, non è da meno nel non voler comprendere un pensiero altro. Peccato per lei. Chi non conosce l’afflato del proprio popolo difficilmente potrà raccontarlo correttamente.

«Chiedono ai Napoletani di essere Italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni» rispose  un napoletano non nato a Napoli, Maradona, agli inviti della federcalcio italiana a tifare Italia in occasione di una partita tra la squadra del pibe (che ironia della sorte aveva proprio gli stessi colori del Napoli) e la nazionale italiana, proprio al San Paolo.

E quel sentimento di estraneità a una nazione, qui a Napoli, è diffuso caro Durante… ne prenda atto. Non è una nostra invenzione. E’ un modo di vivere. Noi siamo napoletani. Noi…

Caro Durante, la nostra storia parla chiaro e cinque anni di lavoro collettivo non possono essere trattati in maniera così superficiale e offensiva per chi scrive e porta avanti questo lavoro narrativo quotidiano, con sacrifici, passione e abnegazione.

Per tanto la invitiamo a rettificare quanto prima la sua scorretta definizione o saremo costretti ad agire per vie legali.

Lucilla Parlato

Direttore di Identità Insorgenti

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 6 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Luglio 2019

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