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LA RIFLESSIONE

Artemisia in quarantena in Texas e Caravaggio al buio a Capodimonte

Arte | 26 Aprile 2020

Avete mai provato a immaginare come sono i musei, silenziosi nei giorni di chiusura? Ho sempre pensato che in quella pace le opere d’arte si riposassero. Ma in questi giorni è diverso, ci ho pensato spesso, la bellezza senza spettatori è perduta. Il suo grande privilegio è incantare gli occhi, educare le emozioni, accompagnare il desiderio di narrazione che si nasconde in ognuno di noi.

In questi giorni di quarantena siamo tutti in casa, ho pensato alle imposte chiuse del museo di Capodimonte. Caravaggio al buio, quel buio profondo al quale con fatica aveva strappato il corpo perlaceo del cristo flagellato. Ho immaginato chi per difficoltà di spostamenti, non è potuto rientrare, nei prestiti interminabili del museo Artemisia Gentileschi è rimasta ad affrontare la quarantena in Texas, da sola: la meravigliosa fantesca che trattiene la testa di Oloferne tanto convintamente da permettere a Giuditta di tagliargli la gola.

Una donna è stata capace di fare questo? Scrisse Longhi evocando l’orrida meraviglia di questa tela. Di meraviglia e sgomento di cui oggi nessuno può godere.

Torneremo davanti al volto austero di Agrippina, al Museo Archeologico, giovane donna in marmo che segnerà la storia di Roma, gireremo intorno al corpo perfetto di Ercole Farnese e i suoi pomi misteriosamente trattenuti nel palmo di una mano, nascosti dietro la schiena.

Ma per il momento sono soli, al buio, e non possono dirci molto, nelle stanze enormi che non fanno eco, perché il silenzio e il vuoto, da soli, fanno poca cosa.

Abbiamo nostalgia degli occhi bassi di Maddalena mentre bacia i piedi del Cristo deposto nella sala del tesoro del Museo di San Martino.

I lunghi capelli che la contraddistinguono, le labbra che leggerissime sfiorano i piedi senza vita del suo amato. Maddalena, la prostituta redenta, non ditelo a nessuno, non era una prostituta, ma una donna di grande cultura, di potente fascino, tanto libera da poter interrogare il Maestro finanche ad irritare Pietro: silenzio, lascia che lei parli, i suoi dubbi ci istruiscono.

Una donna di carne la raffigura De Ribera, una donna che ama di passione terrena, riversa sui piedi, la parte meno nobile di quel dio morente.

Vorrei attraversare il lungo corridoio della chiesa di San Martino, illuminato solo dalla luce naturale delle finestre colorate, entrare nella sala, e dirle di aspettarci ancora un po’, con la pazienza e la cura che solo una donna innamorata può avere.

Ah certo, poi ci sono le chiese, quelle ubriache di spettatori che nemmeno più alzano la testa, distratti dalla fretta e dalla foga di cose da vedere, senza fermarsi a guardare.

Perdendosi senza motivo il dettaglio, il segreto, lo scorcio, come Geremia, il profeta contorto su se stesso che domina la cappella di Sant’Ignazio di Loyola nella Chiesa del Gesù Nuovo; la statua che ruota nello spazio, il barocco trionfante che domina e occupa ogni cosa con la sua straordinaria teatralità. Il mento poggiato sulla mano ci interroga su cosa siamo.

Chi siamo oggi? Fanzago, il bergamasco che immaginò le due cappelle gemelle, lui che diventa napoletano più di uno nato nei quartieri, e mette mano alle grandi opere d’architettura e domina con le sue fughe prospettiche il Seicento. Vorrei poter passare per queste opere e dire loro che torneremo, e avremo meno fretta, e avremo meno urgenza.

Ci prenderemo il tempo silenzioso di fare un altro giro intorno al Cristo Velato, non solo per dire ci sono stato, ma per comprendere, almeno in parte la potente geometria della Cappella, che da solo, Sammartino, avrebbe avuto ben poco senso. Ci prenderemo il tempo di comprendere il libro di pietra che Sansevero con tanta cura aveva architettato.

Saremo viaggiatori, malgrado noi, perché potremo mordere e fuggire molto poco. Saremo lenti e torneremo a godere il tempo della bellezza. Respireremo i riflessi lignei dell’oro nella chiesa di San Gregorio Armeno ma ci prenderemo l’istante in cui alzando la testa scopriremo il trionfo dei fiamminghi, tanto da farci sussultare per l’emozione.

Agnese Palumbo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 26 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Aprile 2020

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