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LA RIFLESSIONE

Come il virus sta cambiando le nostre esistenze riportandoci ai valori più autentici

Attualità, Senza categoria | 23 Marzo 2020

Per una vita intera, pur vivendo tra la gente, spazi siderali ci hanno tenuto in solitaria incapacità di essere socialmente parte di una umanità nel senso più pieno del termine, qualcosa che fosse simile a una comunità unita a cui far riferimento per combattere assieme le battaglie e riuscire a superare i problemi comuni: asteroidi caduti su un pianeta di cui ci siamo sentiti sempre estranei, satelliti spesso in conflitto, quasi sempre in attrito, raramente in cooperativa solidarietà; ognuno col suo canto silenzioso, ognuno coi suoi pensieri distinti, ognuno coi suoi piccoli o grandi problemi. Ognuno da solo, trafitto, per citare Ungaretti, da un raggio di sole, nel suo ermetismo e nel suo egoismo.

Ognuno.

Ora che ogni insicurezza del singolo è divenuta incertezza, paura, terrore globale, ora che gli spazi siderali sono imposti per decreto, ora che, per la prima volta, siamo davvero naufraghi, isole, individui separati da muri invisibili fatti di paura e da terrori incontrollabili di un contagio da chiunque possa sfiorarti quando vai a fare la spesa, ora, solo ora capiamo quanto sia fondamentale essere comunità, squadra, e ci riscopriamo umani, anche se non manca chi stenta ad abbandonare l’egoismo e si riterrebbe più capace a gestire la situazione, ieri tutti allenatori e giudici, oggi tutti politici e dottori. Ma, protési dai balconi, abbiamo scoperto che esiste un “fuori di noi” e un vicinato che non è più vicinanza ma prossimità, perché il prossimo è diventato indispensabile a credere in un successo e in una seconda possibilità. E il canto diviene collettivo, anche per non impazzire nelle proprie case, rinchiuso agli arresti domiciliari con familiari che per la prima volta hanno giorni interi e settimane per guardarsi negli occhi, litigare e fare pace, e trovare il modo di impegnare un tempo troppo lungo perché privo di quelle abitudini che avevano perso la sacralità del rito ed erano diventati cliché, noie, obblighi e costrizioni. Finanche la scuola manca agli studenti, e meno male che, ad aiutare a combattere questa guerra in pantofole e pigiama esiste l’arma dei social, o i vuoti e le mancanze sarebbero diventate lame per tagliarsi le vene.

Stiamo scoprendo come bambini il valore dei rapporti umani e dei riti di un’esistenza divenuta a un certo punto noia. Ci stiamo “addomesticando” nuovamente alla vita.

Tutti.

E siamo uniti da un canto e una preghiera, noi che neppure conoscevamo il viso dei vicini, noi dalla Fede tiepida e approssimativa, noi che non eravamo comunità ma assieme egoisticamente disordinato e disomogeneo, occhi bassi e pensieri cupi, un peso sul cuore e una tristezza nello sguardo.

Ora che indossiamo guanti e mascherine, ora che dobbiamo giustificare la nostra uscita come scolaretti, ora che per andare da qualche parte abbiamo bisogno di una motivazione reale che mistifichi il nostro bisogno di libertà, solo ora stiamo riscoprendo il valore del contatto umano, anche quello meramente epidermico, e stiamo imparando quanto valga ciò che davamo per scontato, assaporando la vita senza bisogno di condirla con spezie che ne alterino il sapore, e sentiamo forse per la prima volta la mancanza dell’altro e il vuoto incommensurabile di un abbraccio e di un bacio, solo ora, forse, stiamo imparando ad apprendere che possiamo non essere solo asteroidi o pianeti alla deriva, ma insieme di un progetto comune, universo fatto di energia e speciale in ogni singola realtà distinta, per formare, come tanti punti su un foglio, un’immagine per la quale occorre ogni singolo segno di matita e ogni singola peculiarità; un disegno ben preciso come la testa di cavallo della nebulosa di Orione: il buio attorno e la luce dentro.

E mentre scopriamo che quello spazio siderale era solo dentro ciascuno di noi, e il tempo ci sta concedendo di riflettere su tutto ciò che ci siamo persi fino ad ora, solo allora, alla fine di questo lungo e tortuoso cammino fatto di attese e di speranze, di sogni e di progetti da sviluppare appena il carcere fisico sarà terminato, solo a questo punto saremo davvero pronti a ricominciare da capo, a togliere lo scafandro, liberarci degli orpelli di tutta una vita, e iniziare a sorriderci, ad abbracciarci e a costruire tutti insieme il nostro futuro.

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 23 Marzo 2020 e modificato l'ultima volta il 23 Marzo 2020

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