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LA RIFLESSIONE

Covid e lavoro: vicini a quel mondo che cerca di non cadere nel baratro

Attualità | 18 Ottobre 2020

È capitato spesso che i miei genitori mi raccontassero delle difficoltà economiche dei loro tempi. Erano importanti ma anche semplici: c’era il fitto di casa, le bollette e le spese del mangiare. Pertanto, se c’era crisi, si poteva effettivamente dire che “mancava il piatto a tavola”.
Era forse la spesa principale, considerando anche che il fitto di casa incideva su uno stipendio medio in maniera minore di come succede adesso.

Quante cose sono cambiate.
Ci hanno insegnato a correre, veloci.
A correre senza sapere dove arrivare.
Il superfluo è diventato indispensabile.
Ci hanno abituato al debito, al pagamento a rate. Paghiamo ogni mese una rata del mutuo o un fitto. Paghiamo l’assicurazione dell’auto e/o dello scooter.
Paghiamo tasse che non esistevano prima. Paghiamo ogni mese l’abbonamento per uno o più telefonini, per il tablet, per il wi fi.
Paghiamo un canone per la TV e un altro per Sky, o per Netflix, o per Dazn.
Paghiamo l’abbonamento alla PlayStation per i nostri figli, per farli stare connessi.
Paghiamo l’abbonamento ad Amazon Prime, che tanto ti dà pure la TV.
Paghiamo interessi sui conti in banca, paghiamo per avere un bancomat e/o una carta di credito, paghiamo per vedere una partita o un film fuori abbonamento.
Paghiamo le rette per far fare sport ai nostri figli. Paghiamo per restare al passo, senza sentirci privilegiati.
E per pagare corriamo; sempre più forte.

Fermarsi è impossibile.

Si sovrapporrebbero rate, scadenze, impegni.
Corriamo così veloce che ci scordiamo pure di mangiare; e mangiare non è più, da tempo, la spesa principale.

Quando si chiede alla gente di fermarsi, lo si chiede a chi sta correndo veloce; a chi sta volando alto.
E se non gli dai un paracadute precipita a terra, violentemente.
Chi non ha un paracadute economico, chi vive di quello che guadagna ogni giorno, quando gli dici di fermarsi precipita inevitabilmente.
Chi invece per fortuna quel paracadute ce l’ha, vive ovviamente le restrizioni in maniera diversa e riesce a cogliere in pieno il principio ovvio dietro le limitazioni che ci chiedono, cioè la tutela della nostra salute.

Accettiamolo; le restrizioni non sono uguali per tutti. C’è chi non si riprenderà più e chi ci guadagna addirittura (nel breve termine, è chiaro).
Ma chi non è violentemente coinvolto dalle limitazioni finisce (a volte) per giudicare chi si oppone, chi cerca di non “cadere” nel baratro, derubricandolo spesso come irresponsabile, se non addirittura bollandolo come “negazionista”.

Gli irresponsabili e i negazionisti ci sono di certo, e da loro prendo le distanze. In maniera netta.

Ma c’è anche un mondo che cerca di non cadere nel vuoto, di salvarsi.
Non fatela troppo semplice, distinguendo il serio dal superfluo in maniera approssimativa.
Che poi siete gli stessi che se vi chiedessero domani di rinunciare al PANE o alla connessione internet, rinuncereste senza indugio al pane.
A quel mondo “superfluo” o non “indispensabile” è legato il lavoro; e al lavoro è legata la dignità stessa dell’essere umano, oltre che la sua possibilità di vivere, e, in taluni casi, di sopravvivere.
Viviamo una pandemia mondiale, lo sappiamo tutti. Possiamo morire di Covid e possiamo morire anche di povertà.
Dobbiamo cercare un giusto equilibrio tra le due cose.
È impresa ardua e difficile, considerando anche le notizie frammentate e contradditorie, la disinformazione e l’impossibilità a stabilire con esattezza portata e pericolosità del nemico. Che è grande, senza dubbio.

Ma se esiste un punto di connessione, d’incontro, tra la lotta a questo nemico e una parvenza di continuità alla nostra vita, va trovato con tutte le nostre forze.

Perché entrambe, in fondo, sono lotte per la sopravvivenza.

Maurizio Zaccone

Un articolo di Maurizio Zaccone pubblicato il 18 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 18 Ottobre 2020

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