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LA RIFLESSIONE

De Rita, il Censis e il senso civico dei napoletani che annega nei luoghi comuni

Sputtanapoli | 13 Giugno 2017

Il grande mercato del falso vale ormai quasi 7 miliardi, il 4,4% in più rispetto a cinque anni fa:  Napoli secondo il Censis domani la classifica con oltre 6 milioni di articoli sequestrati nel 2016. realizzato per il ministero dello Sviluppo economico in occasione della seconda settimana nazionale anticontraffazione, che proporrà dal 12 al 17 giugno varie iniziative.

A nel 2016 Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane hanno sequestrato oltre 6 milioni di articoli contraffatti (sui 26 milioni totali), seguita da Roma (circa il 15 per cento delle contraffazioni) e Catania.

De Rita però si sofferma solo su Napoli e sul senso civico che mancherebbe ai partenopei. “è quel che è” ha detto. Parole alle quali ha risposto il sindaco Luigi de Magistris: «Questo fa parte della cultura, della storia napoletana, del modo di vivere napoletano in cui la contraffazione dimostra che l’intreccio esistente tra produzione, distribuzione e commercializzazione ha una dimensione economica importante nell’economia napoletana e ha rappresentato una possibile via d’uscita e resta una via d’uscita illegale. Nella città ci sono delle contraddizioni strutturali e storiche ma la consapevolezza c’è, il lavoro fatto dalle forze dell’ordine, dall’amministrazione comunale è un lavoro significativo che ha prodotto dei risultati significativi». Luigi De Magistris si è rivoltato contro le frasi di De Rita: «Non è affatto vero che a Napoli il senso civico sia inferiore rispetto ad altre città, non è solo l’opinione del sindaco, basta vedere che Napoli da quando la amministriamo ha il maggior numero di luoghi affidati esclusivamente per senso civico ai partenopei, oltre 400».

Il sindaco ha ricordato come a Napoli ci sia un forte «livello di partecipazione, di antimafia sociale dei fatti». «Detto questo – ha aggiunto il primo cittadino – a Napoli c’è contraffazione, e anche tanta, e c’è criminalità, e anche tanta. Quindi c’è un tema di repressione come in tutte le grandi città del mondo e c’è un tema di prevenzione. Noi come comune di Napoli, abbiamo fatto uscire migliaia di persone in questi anni da un circuito di illegittimità e abusività, perché facevano delle attività di artigianato partenopeo, anche di autoimprenditorialità, che noi abbiamo regolarizzato, chiedendo il rispetto del decoro e l’emersione dal nero.

Altre cose sono le attività illegali e criminali, che non possono essere tollerate e non bisogna mai sottovalutare che dietro le attività di contraffazione c’è la criminalità organizzata. Poi grazie alla polizia municipale diverse aree della città non sono invase di attività abusive, mentre ci vuole un impegno più forte sul traffico di rifiuti che viene fatto nella città. Il senso civico però è alto e l’amministrazione è schierata in maniera chiara non solo sulla repressione».

Facciamo nostre le osservazioni espresse dal collega Paolo Chiariello sulla sua pagina fb, che scrive tra l’altro: “Napoli non è la capitale del falso. Napoli è la città che è stata messa in ginocchio economicamente dalla industria della contraffazione che gli apparati dello Stato sono incapaci di fermare. I prodotti contraffatti in Cina, Turchia, Marocco e altri Paesi del sud est asiatico e dell’Est Europa vengono sbarcati nel porto di Napoli (stazione continentale di stoccaggio di merci che arrivano da ogni dove) e da qui finiscono sul territorio nazionale. Il reato di contraffazione si sostanzia a Napoli perché è qui che si appiccica la targhetta, il marchio falso. Si consuma a Napoli il reato di contraffazione, ma incassano gli utili altrove. Dunque Napoli è vittima due volte della contraffazione: la impoverisce e la sputtana. “Cornuti e mazziati” diciamo a Napoli. Andate nei comuni a Nord di Napoli. Andate nel vesuviano. Provate a capire che cosa è successo negli ultimi trenta anni. Parlate con gli imprenditori che un tempo erano la spina dorsale dell’industria manifatturiera italiana che produceva scarpe di qualità, abbigliamento di qualità, intimo di qualità, tessile. Oggi sono tutti falliti, i loro figli lavorano per i signori Ahmed, Alim, Chang e altri cognomi di imprenditori che oserei definire, usando un ossimoro, eccellenti mafiosi. Alimentano una economia mafiosa fatta di contraffazione, impiegando manodopera ridotta in condizioni di schiavitù. Che cosa fa l’Italia per eliminare questa economia criminale che ha distrutto comparti e filiere economiche a Napoli e ridotto in cenere decine di migliaia di posti di lavoro? Ve lo dico io con una parola sola: Nulla!
Sul senso civico dei Napoletani, credo il CENSIS (istituto italico con reggenza dinastica) che scrive questa idiozia dimostri di essere poca roba rispetto ad altri analoghi istituti di ricerca di altri Paesi”.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 13 Giugno 2017 e modificato l'ultima volta il 14 Giugno 2017

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