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LA RIFLESSIONE

Ho visto la mia gente piegare la testa con biblica pazienza di fronte al vostro “regalo”

Attualità | 19 Aprile 2020

Ho visto la mia gente piegare e portare a casa il regalo che ci avete recapitato grazie alla vostra tronfia incompetenza, con biblica pazienza, storicamente abituati a incassare traumi che avrebbero trasformato un popolo con meno stoicismo in un’orda di violenti sanguinari. Li ho visti adeguarsi alle avversità con la calma e la naturalezza del fiume che segue i bruschi dislivelli del proprio stesso letto. Li ho guardati con lo stesso languore della figlia che osserva nel genitore quel bel tratto che non ha ereditato. Trasformare le proprie vite, barcamenarsi per vivere comunque, scherzare e cantare con gioia mentre si teme per il proprio futuro e per i propri cari.

Gente che fino all’altro ieri viveva pienamente la leggerezza colpevole della società dei consumi e dell’individualismo competitivo, rinchiudersi con dignità e senza recriminare, con quella pazienza che sembra rendere attuale la saggia e malinconica rassegnazione di Quanno sona la campana. Ho scoperto insomma che una generazione e mezza di boom economico non ha per niente scalfito secoli a camminare sotto ’o muro. A crescere zitto zitto i figli e le figlie, sperando di passare inosservati, e, bene o male, campare.

Certo, qualche eccezione c’è, ma non di tale entità da invalidare ciò che dico.

Insomma, anche questa volta, nonostante le colpe fossero abnormi, le responsabilità evidenti, la cattiva intenzione tangibile, nessuno si è alzato a maledire voi e i vostri figli, ad augurarvi morte e disgrazia, a buttarvi addosso uno stigma che è peggio di una croce.

E se c’è una cosa che questa disgrazia ha evidenziato, è quanto siamo profondamente diversi da voi, da voi che friggete per ripartire, da voi che continuate a balbettare con aria sempre più allucinata il vostro delirio di superiorità, tanto più strillato quanto più la realtà platealmente vi contraddice.

E pure gli insulti gratuiti di questi giorni, bene o male, sono stati sopportati, con quel poco d’ira da parte di alcuni e da altri con quella amara constatazione a mezza bocca di chi cerca, in tempi difficili, di non avvelenarsi oltre.

Qualcuno dice “non usate per favore la metafora della guerra”, eppure per noi la campana è suonata ancora una volta, l’abbiamo sentita distintamente.

Voi non capite e vi prendete gioco del nostro riso sornione, ma noi abbiamo sempre protetto i nostri cari e li abbiamo consegnati al Futuro, mentre ci piovevano addosso le scorie della Storia. E siamo molto seri, quanno sona la campana.

Teresa Apicella

 

Ph Roberta Basile / Kontrolab – tutti i diritti riservati

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 19 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 19 Aprile 2020

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