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LA RIFLESSIONE

Io dico basta: ieri ho visto e raccontato la mia ultima partita di calcio

Sport | 31 Ottobre 2019

Un noto aforisma sulla psicologia suggerisce di non prendere mai decisioni quando si è tristi. Al termine di Napoli-Atalanta, come la totalità degli appassionati azzurri, ero profondamente e vistosamente arrabbiato. Rispetto al passato, però, ho subito realizzato che non si trattava di mero rammarico o di profonda tristezza.

Ho iniziato a chiedermi se ne valesse ancora la pena, se fosse umanamente accettabile pensare di convivere una, due volte a settimana, col cuore pronto a scoppiare nel petto e con puntuali emicranie a far capolino dopo ogni partita. Mi sono chiesto se fosse ancora il caso credere che quei sogni, cullati sin da bambino, potessero un giorno davvero realizzarsi. E se dovessi ancora dare ascolto a quell’adulto che, in quei novanta minuti, rivive e ritrova il suo angolo di spensierata fanciullezza.

La risposta che mi son dato mi ha sorpreso, turbato e, al tempo stesso, sollevato.

Perché venticinque anni fa, quando mi innamorai perdutamente del Napoli e del calcio, mai avrei pensato un giorno di ritrovarmi a ricercare e desiderare con tutte le mie forze una via d’uscita da una dipendenza, emozionale e finanche sentimentale, che oramai ritengo tossica.

Rivedrò le mie priorità

Mi son guardato dentro e ho capito che la misura, stavolta, era davvero colma. Ho resistito per anni a prepotenze, arroganze, saccenterie e incompetenze di ogni tipo. Oggi sento di non poter più andare oltre, di non volermi ulteriormente prestare a questo gioco al massacro sempre più sporco e inquinato, nonché esclusivamente piegato affinché si realizzino gli interessi di pochi.

Dei soliti pochi.

Mi fermo, dico basta. E lo faccio con la consapevolezza che non si tratta di uno sfogo estemporaneo, ma di una decisione matura che giunge al termine di un lento e graduale processo interiore che mi porta a scegliere di ridimensionare nettamente, nella mia vita, lo spazio da destinare alle mie due più grandi passioni: il Napoli e il calcio.

Avrei dovuto farlo verosimilmente già due anni fa, quando ci scipparono uno Scudetto praticamente già vinto senza che nessuno, a parte noi, battesse davvero ciglio o alzasse la voce. Lo faccio oggi, all’indomani del giorno di Diego e del ritorno al San Paolo di Marek. Lo faccio oggi, chiudendo simbolicamente e iconicamente un cerchio che, al suo interno, racchiude il Genio che mi fece innamorare dei nostro colori e il fuoriclasse che ha popolato e racchiuso più della metà della mia vita da tifoso.

Da ieri sera le mie priorità saranno altre, perché quella di ieri sera è stata l’ultima partita del Napoli (e di calcio) che ho visto e che ho raccontato.

Non giudico, né biasimo chi continuerà a crederci. Ma prendo atto della mia ferrea volontà di voler voltare pagina, di non voler più finanziare con i miei soldi questo ridicolo carrozzone che, il più delle volte, finisce addirittura col metterci gli uni contro gli altri.

Mi riprendo il mio tempo, le mie energie.

La passione e la fede resteranno immutati. Il Napoli mi mancherà, ne sono certo.

Fosse anche la più grande presa in giro che ho deciso di attuare nei miei stessi confronti, mi sento comunque in dovere di tirare dritto e di alienarmi da tutto ciò. Non morirò di questo amore, ma farò in modo di preservarlo e di custodirlo dentro di me. Bello, puro e incondizionato com’è sempre stato e come l’ho sempre vissuto.

Ciao, mio Napoli.

Non prendertela. E, se puoi, perdonami.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 31 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 31 Ottobre 2019

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