domenica 17 novembre 2019
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LA RIFLESSIONE

La denuncia di Baffi sul museo dell’attore “parcheggiato” al San Ferdinando

Storia, Teatro | 22 Ottobre 2019

Ci sta molto a cuore parlare di questo tema: un teatro dell’attore a Napoli. Anzitutto perché ci sembra di riprendere le fila di un antico discorso, portato avanti con forza da chi ci ha generato: Antonio Parlato. Con Antonio Bassolino di cui era oppositore e con Riccardo Marone, sono stati gli unici tre politici – secondo Giulio Baffi, storico del teatro e custode delle sue più preziose e recondite memorie – che per decenni si sono battuti affinché Napoli avesse un museo dell’attore.

Giulio per anni ha chiesto alle grandi famiglie teatrali di “offrire” a questo fondo dedicato all’attore, attualmente parcheggiato nel Foyer del teatro Mercadante e aperto in questi giorni per Open House, manifestazione che ha aperto al pubblico anche luoghi poco battuti, è tornato in questi giorni su Repubblica, il giornale dove scrive, su questo tema scottante e proprio mentre a Napoli si svolgono questi discutibili “Stati generali della cultura” con un parterre di soliti noti – alcuni egregi, sia chiaro, altri molto meno – che ha toccato diversi temi riguardanti la città. Eludendo però temi forti come questo, che invece sarebbe centrale per dare giustizia alla nostra storia e quella dei nostri grandi, sempre più dimenticati dalle giovani generazioni. La posizione di Baffi è comparsa su Repubblica di ieri in forma di risposta a qualcuno che si lamentava per la vendita a un asta, in questi giorni, di alcuni oggetti appartenuti a Eduardo. Oggetti – a parte un ritratto di Eduardo non bello ma firmato Carlo Siviero – di non fondamentale importanza. Ma l’occasione per rispondere al lettore Gioacchino Casamassima è buona per ribadire alcuni concetti.

“Leggo la risposta di Giulio Baffi autorevole uomo di cultura, critico teatrale, alla lettera di Elvira Pierri; mentre concordo con lui nel ritenere importanti per la memoria della città, gli oggetti d’arte da Eduardo collezionati, discordo invece decisamente per le modalità di “vendita” suggerite. Privatizzare con vendita all’asta un’eredità così peculiare per la città di Napoli, che ebbe in Eduardo De Filippo uno degli uomini migliori del secolo scorso, significherebbe privare tutti coloro che non possono adire all’acquisto di un concreto patrimonio, che deve rimanere consultabile e godibile per le generazioni future. È questo il principio del bene comune, che proprio per la sua unicità non può essere di uno solo, ma deve essere considerato democraticamente, di tutti.
Detto ciò, mi sovviene l’esperienza fatta da me con la conoscenza recente di Gaetano Bonelli, napoletano appassionato e disinteressato che, nella Casa dello scugnizzo in Piazzetta San Gennaro a Materdei ha realizzato un museo ricco di memorie storiche della città. Con competenza ed umiltà, lavora per trasmettere alle generazioni future testimonianze che – in altro modo- sarebbero andate perdute. Gli oggetti della collezione De Filippo sarebbero ben accolti e conservati in questa sede, eternati umanamente…….” finché il sole risplenderà su le sciagure umane.” (Foscolo) scrive il lettore.

“Caro Casamassima, le sue riflessioni – replica Baffi nella missiva – mi portano ad altre considerazioni forse importanti per la memoria e la storia dello spettacolo di questa nostra città. È necessario però chiarirci su qualche punto e chiarire i termini della “vendita” di quella parte di arredo delle dimore appartenute ad Eduardo De Filippo da parte dei suoi nipoti, figli di Luca che, è sempre bene ricordarlo, donò alla città di Napoli il Teatro San Ferdinando, senza chiedere in cambio null’altro che uno spazio dove fare alloggiare la Fondazione Eduardo De Filippo destinata a portare avanti le istanze civili e sociali del grande artista. Non quelle legate all’uso e alla valorizzazione del patrimonio teatrale e letterario, commedie, scritti, documenti, stampe e tanto altro, che rimane giustamente tutelato, custodito dalla famiglia stessa, e che, catalogato e sistemato è messo a disposizione di studiosi e ricercatori. Quindi quelli che vanno in vendita sono oggetti che vissero nelle case di Eduardo, acquistati per il suo piacere e secondo i suoi umori. Certamente anche questi sono oggetti che testimoniano la storia di quel grande personaggio, ma non ne costituiscono, io credo, che un marginale aspetto, dal valore venale che non conosco, e francamente non mi interessa conoscere, perché testimoni assolutamente marginali di quella vita e di quell’arte a cui ogni giorno tanti artisti si ispirano. Eduardo insomma ebbe case differenti nella loro architettura e nei loro umori, quella di Posillipo come un buen retiro luminoso custodiva ricordi passati ed oggetti amati di vario valore venale, quella di Roma domestiche quotidianità, quella di Velletri oggetti che ne conciliavano il riposo. Vendute le case, una parte dell’arredo fu conservata, ed ora credo che sia legittimo svuotare quel “ripostiglio” della vita tenuto buio e distante per tanti anni, riconoscendo la legittimità di tale decisione a chi ne detiene la proprietà”.

Chiarito questo concetto, che condividiamo – perché l’asta invece ce la siamo andata a vedere pezzo per pezzo e davvero parliamo di oggetti di valore veniale ma non culturale nè storico – Baffi torna sul museo dell’attore.

“Le sue riflessioni – aggiunge infatti –  però mi aprono immediatamente altre porte, mi indicano altre strade andate semideserte in questa nostra distratta città che chiede ad altri coerenza e rigore e non si rende conto dell’assenza di coerenza e di rigore di chi la governa. Mi chiedo dunque, e le chiedo, se non sarebbe il caso di parlare ancora una volta di un progetto di cui mi feci carico più di venti anni or sono, pensando alla realizzazione di uno spazio in cui ritrovare e valorizzare la grande memoria del mondo dello spettacolo napoletano e dei suoi protagonisti. Partivo in quegli anni dalla convinzione che tanti oggetti, tenuti in solitari armadi, costituissero la grande dispersione della memoria collettiva della storia dello spettacolo napoletano. In cinque anni raccolsi, casa per casa, da figli, nipoti, parenti ed amici di attori notissimi e meno popolari, quanto ne costituiva il ricordo. Messi insieme quei ricordi privati sono diventati un pezzo importante della storia dello spettacolo napoletano del novecento che ha trovato spazio, fortunatamente, nel Teatro San Ferdinando, il teatro di Eduardo, a cui sono particolarmente legato. Ne sono soddisfatto? Niente affatto. Perché quel primo “grumo emotivo” che tutti possono vedere e valutare, doveva essere soltanto il punto di partenza del più ampio progetto dedicato ai protagonisti dello spettacolo di questa città. Progetto auspicato da Antonio Bassolino, Antonio Parlato e Riccardo Marone, unici politici che mi si mostrarono attenti, ma di cui nessuno ha voluto, o saputo, cogliere il valore storico, il peso della memoria collettiva che se ne esalta, il richiamo culturale ed anche quello turistico visto il grande interesse che l’immagine dello spettacolo napoletano ha in tutto il mondo.
Mi chiedo, e chiedo senza avere alcuna risposta, che fine ha fatto o farà il patrimonio della Collezione Ettore De Mura, che, acquistato dal Comune di Napoli, esposi per breve tempo nei sottopassi di Piazza Trieste e Trento. Mi chiedo dove e come la straordinaria Collezione Tolino che testimonia la passione di Salvatore Tolino per la canzone napoletana sarà valorizzato, e così il patrimonio della Fondazione Roberto Murolo, e quello del grande Totò di cui ogni tanto si auspica la sistemazione solitaria, o quello, davvero straordinario, che fu di Nino Taranto. E Viviani? E gli Scarpetta Eduardo e Vincenzo? E Roberto Bracco? Quando si potranno mettere insieme le memorie di tanti protagonisti e le testimonianze della loro vita ed arte? Oggi vivono o sopravvivono, divise in tanti luoghi di conservazione, degnissimi certo ma che non ci danno minimamente il senso della complessità e ricchezza di un tessuto che seppe, ed ancora sa tenere insieme in unico articolato linguaggio, prosa, musica cinema, televisione, corpo d’attore, invenzione registica, lavoro di drammaturgia, fantasia di scenografi e costumisti, arte sublime di attori che, mai da soli, hanno costruito con il loro lavoro la “leggenda” dello spettacolo napoletano.
Ecco, gentile amico che si interroga sulla destinazione degli oggetti appartenuti al grande Eduardo, quando avremo un luogo capace di contenere gli oggetti e mostrare la storia degli artisti che li hanno adoperati per la loro arte (di quelli più privati possiamo forse disinteressarci) questa città avrà compiuto un passo avanti nella propria identificazione positiva e colta”.

E anche qui non si può che concordare. E chiedere alle istituzioni di occuparsi di questo tema così importante è un dovere. Baffi in passato aveva avuto assegnato tra il 2000 e il 2001, lo spazio del sottopassaggio di Piazza Municipio, comprendente circa 400 cimeli appartenuti a vari attori napoletani, curato dal critico teatrale Giulio Baffi.
Il museo, che poteva considerarsi in realtà una vera e propria mostra permanente, raccoglieva svariati oggetti come manoscritti, abiti di scena, parrucche, copioni e tutto quanto è stato ritrovato in vecchi bauli personali di palcoscenico di attori che hanno fatto la storia della recitazione napoletana: Totò, Eduardo, Troisi, Peppino, Viviani… ma anche Luisa Conte, Tina Pica, Concetta Barra, Peppe Barra, Regina Bianchi, Antonio Casagrande, Bruno Cirino, Carlo Croccolo, Isa Danieli, Titina De Filippo, Pietro De Vico, Angela Luce, Rino Marcelli, Leopoldo Mastelloni, Mario Merola, Silvio Orlando, Dolores Palumbo, Mariano Rigillo, Tato Russo, Vincenzo Salemme, Mario Santella, Lina Sastri, Tecla Scarano e tanti, tanti altri…


Tra i cimeli conservati vi erano manoscritti di Eduardo Scarpetta, i copioni di Antonio Petito, la mantellina di Pupella Maggio o la forcina per capelli di Concetta Barra, rimandando all’epoca d’oro dei grandi palcoscenici storici di Napoli, come il Sancarlino, il San Ferdinando, il Salone Margherita, il Sannazzaro e il Mercadante.


La bombetta e il celebre vestito da Pinocchio di Totò sono qui, a fare compagnia ai cimeli dei grandi di Napoli. Erano custoditi prima dei danni delle piogge nel 2001 e sono custoditi ora nel foyer del Mercadante, dal 2008. Una situazione che doveva essere provvisoria. Ma come spesso accade a Napoli, il provvisorio prende forma definitiva. Ed è inaccettabile.

Lucilla Parlato

 

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 22 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Ottobre 2019

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