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LA RIFLESSIONE

La digitalizzazione della scuola era già avvenuta da tempo (e non ce n’eravamo accorti)

Istruzione, scuola, università | 21 Maggio 2020

In questi giorni chi lavora o studia a scuola o all’università ha dovuto fare l’abitudine a una modalità didattica diversa dal solito. Chi non aveva mai sentito nominare piattaforme tipo Zoom, ha dovuto imparare a conoscerle bene, magari farsi un account ex novo, o accedendo tramite facebook o google. ­

All’inizio si è esorcizzato l’imbarazzo e il disorientamento ridendo come gli scemi attraverso gli schermetti, ma poi è successa una cosa sorprendente: ci si è abituati.

Dai Ministeri dell’Istruzione e di Università e Ricerca sono arrivate dichiarazioni che escludono per il post covid un passaggio totale alla didattica telematica, ma prefigurano per il futuro il ricorso a una didattica ibrida.

È nato così un dibattito, animato anche da esponenti di spicco, tra sostenitori di questa nuova modalità e irriducibili detrattori.

La preoccupazione dei contrari è di veder naufragare nei piccoli schermetti neri, negli spezzoni di stanzette, nei microfoni spenti-riaccesi-spenti-riaccesi e nei volti in scarsa definizione l’insostituibile “componente umana” dell’insegnamento: la condivisione, la scoperta del sé e degli altri che solo può avvenire quando si è vicini, attraverso tutte quelle forme di contatto e comunicazione che non sono classificabili e numerabili, e perciò non sono trasmissibili digitalmente.

Per di più, se il rapporto verticale docente-allievo è in qualche sua pur minima parte salvaguardato dalla didattica a distanza, a soffrirne di più sembrerebbe essere proprio lo scambio tra studenti, l’amicizia, il conflitto, e, perché no, il primo amore.

Queste, più o meno, le ragioni, e se vi sembrano un po’ delle sviolinate, beh sì, lo sono. È proprio questo il punto.

Perché l’assimilazione a macchina del rapporto tra docenti e studenti, dei contenuti delle diverse discipline era già avvenuta da tempo. E nessuno se n’era accorto, fatta eccezione per qualche triste Cassandra, la quale, però, non appena provava a obiettare, si trovava subissata di discorsi su motivazioni pratiche e sulla necessità e l’inevitabilità del Progresso.

Ma i fatti parlano, e se è stato in fin dei conti semplice e tutto sommato indolore trasporre le varie forme di lezione in una modalità telematica, è perché la didattica era in sostanza digitale già prima, con la differenza che per raggiungerla si faceva una camminata a piedi o si passavano manciate di minuti in autobus affollati.

L’assimilazione a macchina era avvenuta da tempo.

Era avvenuta con le prove Invalsi, che misurano la crescita dei giovani in “competenze” e moli di nozioni.

Era avvenuta coi Crediti Formativi Universitari, che equiparano una laurea in giurisprudenza, a una in lettere, a una in fisica e così via, pesando gli insegnamenti e le ore di studio come sacchi di patate.

Era avvenuta con le classi di laurea e di concorso dai nomi di cyborg, per smistare come greggi le troppe migliaia di anonimi aventi diritto.

La ragione è sempre quella: omogeneizzare, classificare, rendere equipollente, in modo che i dati divengano potabili per un burocrate, una macchina, un elaboratore di dati, tutti esseri calcolanti non pensanti.

Era avvenuta da un pezzo con una concezione della formazione insegnanti che pone del tutto in secondo piano l’attitudine all’insegnamento, per non parlare dei requisiti minimi di stabilità psicologica. E la mette da parte appunto per i suddetti motivi, perché qualità “sfuggente”, sfumata, difficilmente classificabile nelle scelte binarie del linguaggio macchina che abbiamo imparato a parlare.

Era avvenuto con la burocratizzazione, classificazione, segmentazione di ogni azione e rapporto, che si risolve praticamente sempre ai danni dell’ultima ruota del carro, in nome del bene più alto che è la tenuta del “sistema”.

Era avvenuto con le “prestazioni” degli esseri umani spezzettate al millimetro per essere valutate secondo una griglia fissa di voti.

Meno temi ed espressione scritta, perché ci vuole tempo, quando si hanno classi o aule affollate, a correggere pile di elaborati e, in fin dei conti, la valutazione è “opinabile”: per cui, giù con le caselline e le risposte multiple. Ancora meglio se è un vero o falso.

Una lunga serie di tasselli che compongono un puzzle, di cui la didattica digitale costituisce solo l’ultima tessera, che è sempre la meno difficile da aggiungere.

Come quando un fiume straripa oltre una diga, non è al giorno dell’inondazione che bisogna guardare, ma ai lunghi giorni di piena che sono stati ignorati.

Perciò, la proposta è di accogliere questo ennesimo cambiamento di dubbio valore con la stessa freddezza con cui sono stati accolti tutti quelli precedenti.

O, in alternativa, fermarsi, fare un lungo, lunghissimo respiro, e ricominciare tutto da capo.

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 21 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Maggio 2020

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