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LA RIFLESSIONE

La morte di Sarah Hegazi è una sconfitta per l’umanità

Altri Sud | 16 Giugno 2020

“Sono troppo debole per resistere”. Sarah Hegazi aveva ventisette anni quando, sulle spalle di un amico, scelse di sventolare la bandiera arcobaleno. Correva l’anno 2017.

Era al Cairo, al concerto dei “Mashrou’ Leila”, band libanese famosa in tutto il mondo, ma censurata in Medio Oriente perché accusata di difendere i diritti Lgbqti+.

Per quella bandiera, per quel concerto, per quei diritti che si ostinava a difendere era finita in manette con l’accusa di “promozione della devianza sessuale e dissolutezza”.

In carcere, le guardie la davano in pasto agli altri detenuti al suono di “questa qui vuole che uomini e donne siano gay”.

Tre mesi dopo è stata rilasciata su cauzione, ma i segni di quella detenzione gli sono rimasti avvinghiati sulla pelle e nell’anima. Graffianti.

Gli stupri, le torture, le umiliazioni non conoscono limiti temporali e non esiste compenso che possa liberare da questa condanna interiore.

Dietro le sbarre aveva già tentato il suicidio. Si è tolta la vita, ieri, in Canada, dove aveva trovato asilo.

Ha lasciato un biglietto:
“Ho cercato di trovare redenzione e ho fallito”.

È un triste giorno per l’umanità.
E purtroppo non sarà l’ultimo.
Ancora non ci basta.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 16 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 17 Giugno 2020

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