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LA RIFLESSIONE

La Tabula Lusoria della Pietrasanta non è un gioco

Battaglie, Beni Culturali | 2 Giugno 2018

 

Il “ludus latrunculorum” era un passatempo molto in voga nei primi secoli dell’impero. Una sorta di scacchiera quadrata composta da sessantaquattro caselle, otto per lato. Per giocarci occorrevano sedici pedine per giocatore che venivano mosse dopo il lancio dei dadi dal “fritillus”, un piccolo bicchiere di legno. Lo scopo era imporre all’avversario l’impossibilità di muoversi, uno scacco matto ante litteram. Il gioco era disegnato di solito su una relativamente piccola tavoletta di legno pieghevole che era chiamata “tabula lusoria”, talvolta lo troviamo inciso su antichi pezzi di basolato o gradini come nel caso del claustro dell’abbazia del Goleto in Irpinia, nella cattedrale di Brescia, a Benevento nella Rocca dei Rettori (qui in realtà si tratta del “filetto”, altro gioco) e a Napoli, murato nel campanile ducale di S.Maria della Pietrasanta ai Tribunali.

Il reperto napoletano, un cordolo di marciapiede calcareo, è di straordinaria importanza. Anzitutto è un raro esempio del gioco stesso inserito come reperto in un contesto religioso di epoca più recente; quasi un monito, un invito ad abbandonare tali antichi giochi peccaminosi. Una “damnatio memoriae” di un “luxuria ludi”. Rappresenta poi una preziosa testimonianza delle attività di svago che si svolgevano nelle antiche città tra il I e il IV secolo d.C. , all’ombra dei porticati prospicienti il foro.

La vita della “scacchiera” napoletana è stata ed è fra le più tormentate: dopo essere stato un gioco è finita sepolta per centinaia d’anni, tirata fuori è salita nella parete di un campanile in posizione verticale. Divenuta quindi un monito religioso scivolò pian piano nell’oblio, rappresentando solo un pezzo di pietra bianca esposto alle intemperie e alle ingiurie del tempo.

Negli ultimi anni alle ingiurie del tempo si sono aggiunte le ingiurie degli uomini. Schiere di graffitari hanno fatto a gara nel vandalizzarla e deturparla, tanto da rendere illeggibile l’antico gioco inciso, coperto da più strati di scarabocchi multicolori. Si è tentato di tutto per poterla restaurare e ripulire, dalla raccolta fondi alle manifestazioni mondane, tanta solidarietà soldi nulla.
E il restauro professionale costa, come giusto che sia. Morale: l’antico gioco attende che i napoletani si ricordino della sua esistenza e della sua importanza.

Tutto ciò fino a qualche giorno fa, quando un gruppetto di ragazzi volenterosi e magari in buona fede, armati dell’esperienza di un corso di ripulitura durato qualche ora, di spugnette e bottigliette miracolose varie, si è recato al cospetto della sacra pietra e tra selfie e congratulazioni reciproche hanno cominciato a lavorare di gomito, così come stessero pulendo le scale di un condominio.

Tralasciando la mortificazione di chi ha dedicato anni della sua vita per diventare restauratore professionale vorrei ora fare qualche considerazione da semplice osservatore e pormi alcune domande: è lecito tutto ciò? E’ stato valutato il rischio che un uso maldestro di solventi possa fissare definitivamente il colorante alla pietra rovinandola definitivamente e pregiudicando un ulteriore restauro professionale? Sanno questi ragazzi che una volta iniziata la ripulitura bisogna portarla a termine e non lasciare il tutto incompiuto, così come accaduto? Il risultato è sotto gli occhi di tutti, una inquietante macchia grigia indistinta che non possiamo ancora sapere se sarà possibile rimuovere.

Dubbi e domande legittime che molti di noi dovrebbero porsi, magari anche chi ha la responsabilità di quel sito. La nostra “tabula lusoria” non è un gioco, ma un nostro momento storico importante, una di quelle pietre diventate radici della nostra antica identità e che dobbiamo amare e rispettare, magari lasciandola deturpata ancora per qualche tempo, per poi affidarla a mani esperte.

Enzo Di Paoli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 2 Giugno 2018 e modificato l'ultima volta il 2 Giugno 2018

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