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LA RIFLESSIONE

Le immagini del Cardarelli e le colpe dell’informazione. A cosa è servito quel video?

Attualità | 12 Novembre 2020

Non è sempre stato così. C’era un tempo in cui le immagini venivano passate al setaccio dalle redazioni dei giornali prima di essere pubblicate sui quotidiani. Penso, per esempio, alle fotografia realizzate dai reporter di guerra che inviavano ai giornali immagini crude e crudeli, chiara espressione dell’orrore che attraversa ogni conflitto.

E i quotidiani trascorrevano, in alcuni casi, larga parte del tempo nel discernere sull’opportunità di pubblicare certe fotografie. Talvolta sceglievano di non farlo, anche se consapevoli che quella foto avrebbe attirato una larga fetta di acquirenti. In gioco non c’era la necessità di condividere solo una notizia oppure la scelta di omettere certe informazioni, quanto piuttosto il rispetto per il lettore e per i soggetti immortalati dalle foto che non meritavano di subire, oltre ai graffi della guerra, anche il sopruso della pubblicazione della loro sofferenza.

Erano tempi in cui, forse con maggiore semplicità, appariva immediato il processo di riconoscimento dell’altro come persona, come essere umano depositario di diritti inalienabili, incluso quello di non vedersi esposto nella nudità delle proprie sofferenze.

Ci credo ancora nella necessità che, in particolare i giornalisti, debbano riflettere sull’opportunità di condividere e far girare determinate immagini. Sono figlio di un frammento di storia nel quale di immagini si fa largo abuso. Le piattaforme digitali hanno annientato lo spazio dedicato al discernimento circa le immagini che pubblichiamo e che, nostro malgrado, siamo costretti ad assumere.

Eppure, continuo a pensare che il dolore degli altri non sia uno spettacolo al quale assistere con gli occhi ipnotizzati dallo schermo di uno smartphone. Che la morte meriti sempre e in ogni caso uno spazio di silenzio e dignità da non insozzare con la propria sudicia curiosità.

Solo una domanda: a che cosa è servito?

Le immagini dell’uomo riverso nel bagno dell’ospedale Cardarelli di Napoli mi hanno turbato. Le ho portate con me stanotte, nel sonno, e continuano a riaffiorare nella mia memoria anche questa mattina.

Nell’immediato non ho compreso cosa, in realtà, mi avesse dato fastidio. Poi ho capito e il colpo allo stomaco è diventato, – se possibile – ancora più pesante.

In primo luogo, continuo ad odiare la superficiale narrazione di chi stava in quel momento riprendendo l’accaduto. Ho ancora le sue frasi che mi ronzano nella testa. Non so di chi si tratti e, in realtà, nemmeno mi interessa, ma quel modo di aggredire lo spazio sacro della morte e della sofferenza mi ha particolarmente colpito.

Lo stile dozzinale e distaccato con il quale presenta donne e uomini adagiati su letti, barelle e ricoveri di fortuna è l’espressione di una mancanza di rispetto radicata e profonda. Al posto suo, non sarei riuscito a puntare la videocamera in faccia a quelle persone e a condividere il filmato sui social senza sentirmi uno sciacallo, un uomo senza la minima percezione del rispetto che certe situazioni meriterebbero.

Inoltre, ed è proprio questo il nodo centrale, continuo a non comprendere l’utilità del gesto. A cosa è servito effettuare le riprese e pubblicare quelle immagini? Che senso ha avuto rispetto alla già diffusa consapevolezza che siamo in una situazione di emergenza, in una guerra senza precedenti nella quale la sanità in Campania, da anni, combatte con le armi spuntate?

Rispetto alla notizia, quelle immagini, cosa avrebbero dovuto aggiungere? Quale sconosciuta verità avrebbero ripreso, per cui si sarebbe resa necessaria la loro diffusione?

La colpa della condivisione interessata

E la questione è rivolta non certo alla persona che ha realizzato il filmato. Non so chi sia e non posso sapere qual strumenti abbia per riflettere sul tema. La domanda è rivolta, piuttosto, a chi opera nel settore dell’informazione, a coloro che di questo  mestiere dovrebbero conoscerne le potenzialità e i limiti, i diritti e i doveri: perché avete scelto di condividere quel video?

Provate a raccogliere la provocazione con la consapevolezza che la vostra risposta determinerà lo stato di salute dell’informazione che offrite. Si trattava di un video che, facilissimo da capire, avrebbe attirato un sacco di traffico sui vostri siti e portali d’informazione. Ma possibile che questa necessità vi renda disponibili a sputare in faccia anche alla morte?

L’informazione dovrebbe essere opposta allo spettacolo. Confonderli è un errore enorme. Il dovere di cronaca fa sempre un passo indietro rispetto all’esigenza di preservare la dignità umana, trincerarsi dietro il primo significa calpestare l’uomo, la sua storia, il suo stato di diritto.

E poi, lo sappiamo tutti, le immagini, da sole, non servono mai pienamente la verità dei fatti. C’è sempre bisogno di accompagnarle con le parole, con la necessità di raccontare il contesto e l’utilità per cui si sceglie di mostrare certe realtà.

Il resto è buono solo per l’effimera raccolta di like e condivisioni. Effimeri, come le immagini che presto spariranno dalla memoria collettiva con la stessa velocità con la quale si scorre sullo schermo dei nostri device.

Passerà l’indignazione, passerà l’orrore. Resta, invece, la colpa di aver sputato sul dolore della gente, sul dramma di un uomo e della sua famiglia alla quale, per quel che serve, questo giornale riserva un abbraccio di cordoglio e le scuse a nome di tutti.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 12 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 12 Novembre 2020

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