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LA RIFLESSIONE

Nel tempo del pane buttato

Attualità | 7 Aprile 2019

Se a Napoli vai in una salumeria e chiedi di farti un panino – la diffusissima marenna, cibo di studenti e muratori – il salumiere ti domanda: “ce la levo la mollica?”. Se dici di sì, ti può capitare di vedere che lui, prima di buttarla nel cestino, se la porta alle labbra e la bacia.

D’altronde così facevano i nostri nonni a casa prima di buttare il pane (evento comunque rarissimo). Non credo sia un’usanza solo napoletana.

E’ un gesto che ho sempre trovato di una bellezza sconfinata. Innanzitutto perché il bacio si dà sempre a degli esseri viventi, ed è come se il pane lo fosse, perché ha permesso la vita e la sopravvivenza della nostra specie, perché è caldo, buono, consistente e soffice, come la vita.

E poi perché il bacio è un modo di onorare, di salutare, di chiedere scusa non tanto al pane in sé, ma a chi ha coltivato il grano, lo ha trasformato in farina, lo ha impastato. E soprattutto a chi quel pane non può averlo.

Si chiede scusa, si riconosce il peccato, perché si riconosce il legame collettivo. Perché almeno sappiamo che avere il pane e buttarlo mentre altri non ce l’hanno è un’ingiustizia.

Così, il pane può essere “il corpo di Cristo” perché dentro c’è la forza lavoro, la memoria, la salvezza, di tutta la comunità umana.

Se capiamo questo – che siamo pagani, cristiani o materialisti storici – capiamo anche cosa vuol dire calpestare il pane, come è accaduto a Torre Maura, dove un gruppo di “residenti” aizzati da Casa Pound ha camminato sulle pagnotte destinate a 70 rom, fra cui molti bambini, al grido: “dovete morire di fame”.

Non è solo l’esasperazione delle periferie – concetto su cui peraltro ci sarebbe molto da dire -, non è la bruttezza dei miserabili – che non sono i poveri, come sapeva Victor Hugo e sa chiunque viva in un quartiere popolare – non è nemmeno il fascismo che si infiltra per giocare la guerra fra poveri tanto cara ai padroni e capitalizzare voti.

E’ qualcosa di molto più grave, per certi aspetti di inconcepibile – la rottura di un rapporto sacro con il mondo, di ogni riconoscimento della comunità umana. La degradazione di ogni cosa a merce – che poi vuol dire di noi stessi a merce.

“Barbarie” non rende l’idea, perché per i barbari il grano valeva il sangue. E’ l'”insignificanza”, la perdita di peso delle azioni, l’assoluta astrazione: questo è il vero orrore.

Salvatore Prinzi

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 7 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 7 Aprile 2019

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