lunedì 20 settembre 2021
Logo Identità Insorgenti

LA RIFLESSIONE

Ripudiamo la narrazione coi lupi neri e bianchi: Napoli ha bisogno di cura

Criminalità | 5 Gennaio 2021

“Non sono venuto a chiamare i giusti, ma a salvare i peccatori” (Luca, 5, 27-32)

“È incredibile: ci avevano detto che era pericoloso venire qui. E invece è una settimana che io e mio marito ce ne andiamo in giro anche di sera e non ci è successo nulla”. La coppia di sessantacinquenni astigiani che conobbi anni fa su un autobus era sbalordita. “Non esageriamo, signora. Napoli non è certo la città più sicura del mondo”. “Sì, ma neanche la più pericolosa. Lo sa che su da noi ti rapinano dentro il supermercato, mentre sei lì col carrello in mezzo agli scaffali?”

In effetti, basta leggere i dati aggiornati ad ottobre 2020 per scoprire che Napoli è solo al diciottesimo posto, nella classifica delle città italiane più pericolose. Eppure, nella narrazione mediatica nazionale questo resta il covo degli scippi e delle rapine, il palcoscenico della peggiore criminalità d’Europa. Così conviene all’establishment dell’informazione nazionale. La Napoli lercia, degradata, selvaggia e cupa che da decenni viene imposta, contro ogni evidenza, all’immaginario frettoloso di chi non la conosce.

La Napoli pittoresca popolata da rozzi terroncelli impegnati in sacrileghe danze pagane intorno agli altarini di Maradona, più scintillanti di un vitello d’oro, goffi e romantici creduloni che invocano da santi ingioiellati scioglimenti di sangui e puerili miracoli. Un popolo di romantici cantanti e spietati rapinatori camorristi. La macchia di sangue schizzata sopra questa virginale Italia ben vestita.

Ad ogni episodio di violenza urbana, ecco ridestarsi il solito Circo Barnum dei telegiornali, dei commenti social, dei “Che vergogna”, dei “Ma dove andremo a finire”, dei “La solita Napoli violenta in mano ai malviventi”. E vagli a spiegare che la violenza urbana è pane quotidiano in qualunque città europea e mondiale… E che la differenza è che a Napoli abbiamo raccolto ben undicimila euro in quattro ore per ricomprare a un uomo derubato il suo strumento di lavoro e che i rapinatori sono stati presi poco dopo… Inutile: l’etichetta di “Regno del male” è troppo funzionale all’economia di uno Stato coloniale che sulle disparità e le sperequazioni ai danni del sud ci prospera da tanto, troppo tempo.

Certo, quelle immagini fanno male. Quei calci e quei pugni ai danni di quel povero cristo sono un pugno nello stomaco. È infame mettersi in sei contro uno solo per rubare uno scooter. Ma ciò che fa più male è assistere al solito spettacolo dei commenti beceri degli spettatori social dell’insulto a serramanico, degli emettitori di sentenze da tastiera: “Pena di morte!”… “Sbatteteli in cella d’isolamento e buttate via la chiave”. Alla parata della chiassosa indignazione da palcoscenico partecipano tutti, anche i nostri molli politici, come al solito lontani dalla realtà: furbi sciacalletti alla perenne ricerca di consenso e finanche traballanti assessorine vestite di plasticosi sorrisini da salotto buono che tirano in ballo goffe (ed errate) favolette sui “lupi buoni e i lupi neri”. Tutto molto comodo, tutto molto facile. Tutto molto autoassolutorio, soprattutto per chi avrebbe il dovere istituzionale di occuparsi di questi problemi e invece divide il mondo in buoni e cattivi. “Queste bestie non hanno alcun diritto di essere napoletani”, come se dichiararsi cittadini di serie A bastasse a risolvere il problema. Come se il solo fatto di sentirsi migliori e coccolare la propria coscienza pulita fosse sufficiente a costruire una società migliore e più giusta.

No. Non basta. Non deve bastare.

Non basta dichiararlo, il male. Non basta bollarlo e dargli un calcio per allontanarlo.
Il male va studiato, scandagliato, conosciuto. La via più comoda per lavarsi la coscienza è crogiolarsi nell’arrogante, inutile consapevolezza di essere “perbene”, di rappresentare la parte sana della società e che questo sia sufficiente a creare un futuro migliore. E invece è proprio questo, il problema: considerare altro da sè i rami secchi della stessa pianta di cui facciamo parte tutti. Non vengono da Marte, questi ragazzi, ma sono i nostri vicini di casa. Loro sono nostri concittadini, che vi piaccia o no. Cercare e trovare risposte al perchè un ragazzeto di 15 possa considerare normale prendere a calci un suo simile dovrebbe essere il tema del giorno in una società che si definisce civile. Altrimenti siamo peggio di questi nostri figli storti, deviati, cattivi.

Ciò che è accaduto l’altra sera è l’ennesima guerra fra poveri, in un sistema che dei poveri ha deciso di liberarsi con ogni mezzo. Sei giovani deviati, prodotto tipico del degrado umano ed etico che questo sistema economico malato impone agli emarginati, hanno visto un nemico ad un altro sconfitto di quest’epoca: il precario cinquantaduenne che è costretto a macinare chilometri in motorino per portare la pagnotta alla famiglia.

Due fallimenti della nostra era messi l’uno contro l’altro. Entrambi figli degli stessi meccanismi di emarginazione che producono povertà, depressione, rabbia sociale. E non basta appellarsi al libero arbitrio, perchè non tutti hanno la stessa forza di volontà, la stessa forza e capacità di riconoscere il bene e scegliere di praticarlo. Una società civile non può fondarsi sulla capacità del singolo di tirarsi fuori dai guai o da un quartiere ghetto, ma sui diritti garantiti a tutti: alla ragazza del Vomero di buona famiglia esattamente come al figlio del pregiudicato di San Pietro a Patierno che abita in un fatiscente palazzone popolato di spacciatori. Che nasce e cresce circondato da cattivi maestri.

“Nessuno decide di praticare il bene e il male per libera scelta. Spesso sono le circostanze a fare i nostri destini. E come siamo stati educati”, diceva Goethe. E non sarà certo la comoda pratica di marcare come rifiuti la parte malata della nostra società che costruiremo un mondo migliore.

Estirpare i denti cariati è una sconfitta di tutti. Curarli è prima che infettino gli altri è dovere di ognuno. CURARLI. Se la vita non la mastichiamo tutti insieme, non ha alcun sapore. Ricordatelo. In cabina elettorale, quando accendete la tivvù, quando aprite internet, quando scendete in strada: alzate gli occhi dal vostro piccolo mondo di vetrine, parenti, vestiti buoni e vite sicure e guardatelo il prossimo. Ma guardatelo davvero.

 

Maurizio Amodio

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 5 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 5 Gennaio 2021

Articoli correlati

Criminalità | 5 Marzo 2021

Svimez, la criminalità organizzata in tempi di pandemia

Criminalità | 15 Maggio 2020

E LE IENE MUTE

L’allarme del prefetto: a Venezia la mafia punta sui locali in crisi

Criminalità | 27 Aprile 2020

IL MAGISTRATO

Altro che spesa. Cafiero De Raho: “Pericolo mafie? In appalti e imprese. E riguarda tutta Italia”